Studio Legale Avvocato Cinzia Novelli

01/06/2026

PAOLA CORTELLESI: «I FEMMINICIDI NON SONO RAPTUS, MA IL FRUTTO DI UNA CULTURA DEL POSSESSO»

“Quando sento parlare di femminicidi, ho spesso l’impressione di ascoltare la stessa storia ripetersi all’infinito. Cambiano i nomi, i luoghi e le circostanze, ma il meccanismo resta sempre uguale. C’è quasi sempre una relazione finita, un uomo che non accetta la libertà dell’altra persona e una violenza che nasce dall’idea di possesso.

Per questo faccio fatica ad accettare che questi delitti vengano raccontati come improvvisi raptus di follia. Se una dinamica si ripete con una frequenza così impressionante, non siamo davanti a episodi isolati o imprevedibili. Siamo di fronte a un problema culturale che continua a manifestarsi in forme diverse ma con caratteristiche molto simili.

Ogni volta ascoltiamo descrizioni rassicuranti di chi ha commesso il crimine. Si dice che fosse una persona tranquilla, un vicino educato, un padre affettuoso. Eppure, dietro quell’immagine, spesso emergono parole e comportamenti che raccontano altro: il bisogno di controllo, la volontà di decidere della vita di un’altra persona, l’incapacità di accettarne l’autonomia.

Frasi come «o sei mia o di nessun altro» non sono semplici espressioni di gelosia. Sono il segnale di una mentalità che considera l’amore come possesso e non come libertà. Ed è proprio questa visione distorta delle relazioni che dovrebbe essere messa in discussione con maggiore forza.

Ciò che mi colpisce è anche il rischio dell’assuefazione. Sentiamo queste notizie così spesso da rischiare di considerarle una tragica normalità. Entrano nelle nostre case attraverso i telegiornali, scorrono tra una notizia e l’altra e, a volte, finiscono per perdere la capacità di indignarci come dovrebbero.

Credo che una delle risposte più importanti risieda nell’educazione. Il rispetto di sé e degli altri, la gestione delle emozioni, il riconoscimento dei confini personali e il valore dell’affettività dovrebbero essere insegnati fin dall’infanzia. Sono temi che riguardano la crescita di ogni individuo e che possono contribuire a costruire relazioni più sane e consapevoli.

Parlare di rispetto, di corpo, di affettività e di educazione sentimentale non significa affrontare argomenti secondari. Significa investire nella formazione delle future generazioni e cercare di contrastare quelle radici culturali che, ancora oggi, alimentano discriminazioni, violenze e soprusi.

Per questo ritengo che il tema non debba essere affrontato solo quando accade una tragedia. È una riflessione che dovrebbe accompagnare la società ogni giorno, perché solo riconoscendo il problema e lavorando sulle sue cause profonde si può sperare di costruire un futuro diverso.”

21/05/2026

I familiari del 96enne Gervasio Crescentini si oppongono alla richiesta avanzata dai magistrati: contestata la consulenza tecnica su velocità dell’auto, visibilità e condotta del conducente lungo la Marecchiese.

02/05/2026

PROCESSO PER STUPRO.

L'ARRINGA DI TINA LAGOSTENA BASSI

Tina Lagostena Bassi, nella sua arringa finale, senti la necessità di ricordare che era venuta in quell'aula per difendere una donna che era stata abusata. Fu uno dei momenti più alti in cui si manifestò la volontà delle donne di poter essere libere e di poter agire senza i condizionamenti di una società in cui, come dimostrò l'incredibile dibattimento, si palesavano diversi ed odiosi stereotipi nonostante tutte le battaglie promosse negli anni settanta.

Tina Lagostena Bassi affermò: “Devo purtroppo ancora prendere atto, e mi scusino i colleghi, che la difesa dei violentatori considera le donne come soli oggetti, con il massimo disprezzo. E vi assicuro: questo è l’ennesimo processo che io faccio ed è come al solito la solita difesa che io sento”. “Io mi auguro di riuscire ad avere la forza di sentirli, non sempre ce l’ho, lo confesso – proseguì - e mi auguro di non dovermi vergognare come donna e come avvocato per la toga che tutti insieme portiamo. La difesa è sacra ed inviolabile, è vero, ma nessuno di noi avvocati si sognerebbe di impostare una difesa per rapina così come si imposta un processo per violenza carnale. Nessun avvocato, nel caso di quattro rapinatori che con la violenza entrino in una gioielleria e portano vie le gioie, si sognerebbe di cominciare la difesa dicendo che però il gioielliere ha un passato poco chiaro, che in fondo ha commesso reati di ricettazione, che è un usuraio, che specula, che guadagna, che evade le tasse. Ecco: nessuno si sognerebbe di fare una difesa di questo genere, infangando la parte lesa soltanto. Se invece che quattro oggetti d’oro “l’oggetto” del reato è una donna in carne ed ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza? E questa è una prassi constante: il processo alla donna. La vera imputata è la donna”. “E scusatemi la franchezza – sottolineò - se si fa così è solidarietà maschilista perché solo se la donna viene trasformata in un’imputata, solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale”. “Una donna – concluse - ha diritto di essere quello che vuole e io non sono il difensore della donna Fiorella, io sono l’accusatore di un certo modo di fare i processi per violenza. Ed è una cosa diversa”.

15/04/2026
19/03/2026

PAOLA CORTELLESI: “IL FEMMINICIDIO NON È FOLLIA, È UNA QUESTIONE CULTURALE”

Ci sono parole che non si limitano a raccontare la realtà, ma provano a scuoterla. Paola Cortellesi affronta il tema dei femminicidi con uno sguardo lucido e diretto, mettendo al centro non solo i singoli episodi, ma il contesto culturale che li rende possibili.

Perché, spiega, non si tratta di casi isolati né di improvvisi “raptus”. La dinamica è sempre la stessa: un ex partner che non accetta la fine di una relazione e trasforma il rifiuto in violenza. Un copione che si ripete con inquietante regolarità.

Eppure, ogni volta, il racconto pubblico sembra cercare una spiegazione diversa. Si parla di una persona “tranquilla”, di un “bravo vicino”, di un “padre affettuoso”. Ma dietro queste definizioni si nasconde una realtà più profonda: una mentalità radicata, fatta di possesso e controllo.

È quella cultura che porta qualcuno a pensare di poter decidere della vita di un’altra persona. A pronunciare frasi che non sono solo parole, ma dichiarazioni di dominio: “o sei mia o di nessun altro”.

Secondo Cortellesi, è proprio qui che bisogna intervenire. Non solo sulla cronaca, ma sulle radici del problema. Perché quando un fenomeno si ripete con le stesse modalità, non può essere considerato un’eccezione.

Un altro aspetto che colpisce è l’assuefazione. Le notizie scorrono nei telegiornali, entrano nelle case mentre si compiono gesti quotidiani, e lentamente rischiano di diventare rumore di fondo. Ci si abitua, e questo è forse uno dei pericoli più grandi.

Per rompere questo ciclo, l’attrice e regista indica una strada precisa: l’educazione.

Educare all’affettività, al rispetto, alla consapevolezza di sé e degli altri. Farlo fin dall’infanzia, quando si formano i primi modelli relazionali. E poi proseguire con un’educazione più ampia, che includa il corpo, la sessualità, il consenso.

Secondo Cortellesi, l’assenza strutturata di questi percorsi nelle scuole rappresenta una mancanza grave. Un vuoto che pesa, perché lascia spazio a modelli distorti che si trasmettono nel tempo.

Le sue parole non sono solo una denuncia, ma un invito a guardare più a fondo. A non fermarsi alla superficie dei fatti, ma a interrogarsi su ciò che li genera.

Perché il cambiamento, suggerisce, non può arrivare solo dopo. Deve iniziare molto prima.

07/03/2026

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Villa Verucchio (RN), Via Casale N. 78/E
Villa Verucchio
47826

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