23/11/2025
Era una domenica di 45 anni fa, proprio come oggi. Uno dei più potenti terremoti della storia d'Italia sconvolse la vita di migliaia di cittadini del Sud. Da Napoli a Potenza ed ancora oltre, il sisma cambiò per sempre la millenaria tradizione di intere comunità abbarbicate alle montagne ed abituate dal tempo a misurarsi con le avversità della natura. Tuttavia quel 23 novembre si impose diversamente. La crescente ma ancora lenta avanzata del benessere e della presenza dello Stato forse aveva acceso una speranza diversa in tutti coloro che quel dramma lo vissero da vicino. Uno Stato che ancora disorganizzato nel fronteggiare eventi come questo, aveva cominciato a ragionare da qualche anno su come dare una risposta in simili situazioni. Il terremoto del Friuli di qualche anno prima e quello del Belice precedente avevano evidenziato le carenze di un sistema di reazione alternativo, fondato fino a quel momento solo sui corpi dello Stato, in primis Esercito e Vigili del Fuoco, mal equipaggiati nel fronteggiare eventi di simile portata. Fu dallo spontaneismo radicato nelle fasce popolari e della classe operaia principalmente, forse da sempre abituate al rapporto di solidarietà, che venne una risposta capace di colmare il ritardo pur atteso degli aiuti dello Stato. Migliaia di volontari non organizzati, figli dei Sindacati, dei Partiti e di tante associazioni laiche e cattoliche si riversarono come un fiume incontenibile nel cratere, come fu definito, nel tentativo di colmare il ritardo dello Stato. In molti arrivarono dal Nord e dalle grandi Città industriali, distanti dalle condizioni di vita dei piccoli centri completamente devastati dal sisma. Certamente molti erano compagni degli operai le cui origini erano meridionali, ma quella mobilitazione indotta da un evento distruttivo, materiale, misurabile secondo criteri scientifici, paradossalmente attivò un gene nascosto nel DNA degli uomini di buona volontà che fu colto da una delle personalità più lucide chiamate dal Presidente Pertini a coordinare i soccorsi, il Ministro Zamberletti, divenuto più tardi padre della protezione civile.
Quella tragedia, come spesso avviene dopo una tragedia, innescò un processo di emulazione che esaltò le qualità dei cittadini italiani. Le aree che prima degli altri avevano vissuto eventi traumatici, Friuli, Toscana e via via tutte le altre trasmisero un sentimento di unità e partecipazione contribuendo alla costruzione ad una delle opere pubbliche immateriali più significative della storia dello Stato italiano. Il passo per renderla tangibile ebbe bisogno di quasi un decennio di gestazione fino al varo della Legge del 225 nel 1992 che istituì il servizio nazionale della protezione civile.
Nell’immediatezza molte organizzazioni di volontariato furono integrate nei quadri del servizio, alcune Regioni ricorsero a loro volta all’istituzione di servizi regionali. Le prime furono quelle a statuto autonomo, successivamente ed un po' dappertutto anche per effetto dell’azione di amplificazione delle Prefetture, nacquero nuclei comunali e piccole associazioni locali.
Un contributo però venne anche da aree del Paese apparentemente non in condizione di arretratezza. Una storia a se sviluppò proprio in un’area che marginalmente toccata dagli effetti del sisma dell’80 recuperò la memoria del più grande e disastroso terremoto della storia italiana prima di quello Reggio Calabria e di Messina. Il terremoto del 1857, quasi rimosso dalla memoria degli abitanti della Valle dell’Agri e del Vallo di Diano, poste tra l’attuale Provincia di Potenza e quella di Salerno, sotto l’impulso di una piccola comunità di montanari che più aveva sofferto della distruzione di quel sisma del 1857, ovvero Viggiano, nel 1993 si mise in cammino. Da una piccola esperienza locale, voluta fortemente dall’Amministrazione comunale locale negli anni successivi montò un fenomeno che tra mille difficoltà fece partire uno dei più interessanti fenomeni sociologici e antropologici ben presto attenzionato dalle Nazioni Unite, che lo adottò come modello interessante delle proprie politiche sulla prevenzione dei rischi. La protezione civile di Viggiano, banalmente sorta come una tra tante, fondò a cavallo tra la fine degli anni ’90 e i primi del ’00 con i suoi originari tre nuclei comunali, ovvero Viggiano, Maratea e Lagonegro il Gruppo Lucano. Grazie alla lungimiranza degli originari gruppi dirigenti il pericolo di rimanere isolati nuovamente in una condizione di assistenza proveniente solo da componenti del sistema esterne, sembrava essere scongiurato. Uno dietro l’altro furono raggiunti obiettivi a dir poco cinesi. La costituzione di un centro di coordinamento del volontariato di protezione civile a Viggiano nel 2002, l’istituzione della prima sala operativa di protezione civile nel 2004 presso il centro di coordinamento, anche grazie all’apporto dell’istituito Servizio Civile Nazionale nato con la Legge 64 del 2001. Poi venne la presentazione della prima colonna mobile di soccorso nel 2006 a Viggiano, che metteva in sicurezza la comunità originaria, seguita dalla prima esercitazione antisismica su scala comunale a Caggiano (Sa) l’anno successivo. Seguì il rafforzamento della colonna mobile con ulteriori automezzi e moduli logistici sostenuti dall’originaria Protezione Civile di Viggiano ed il Comune di Viggiano a favore di tante comunità lucane, fino alla triplicazione degli strumenti operativi del soccorso nelle grandi emergenze, che portò all’istituzione delle tre basi operative nel frattempo sorte a Viggiano, la Sandro Pertini, a Roseto Capospulico (Cs), la Federico II, ed infine la Cilento che nel 2017 a Vallo della Lucania (Sa) che sostituiva la Base operativa Marsili nata qualche anno prima a Santa Marina – Policastro (Sa) ma azzerata per miopia politica. Questi anni caratterizzati da tanti interventi sul piano nazionale e internazionale, furono ulteriormente arricchiti dalla piacevole scoperta da parte dell’Agenzia ONU per la mitigazione del Rischio da Disastri (UN-ISDR) di questa capacità di supplire ai grandi numeri delle Città metropolitane attraverso una capillare rete che si estendeva su oltre 15 mila kilometri quadrati, capace di affiancare lo stesso modello della più blasonata protezione civile friulana istituita con il forte sostegno istituzionale. Il modello divenne oggetto di presentazione mondiale, richiamando l’originaria esperienza di Viggiano in tutti continenti. Giappone, Messico, Paesi Africani, Nepal, Siria, Bielorussia e molti altri europei diventarono palcoscenici istituzionali di rappresentazione del modello trascinando la Città di Viggiano fino al riconoscimento di Città Modello per la Resilienza a livello mondiale, il cui titolo fu consegnato nel 2015 a Sendai (Giappone) al Sindaco del tempo e attuale. Grazie a quel titolo organizzazione e Comune furono coinvolti in un importante progetto europeo condiviso con la Città di Manchester (UK) e di Amadora (Portogallo) anch’esse Modelli di resilienza, che nel 2018 sfociò in un’analisi delle capacità di essere considerate Città sicure rispetto ai rischi territoriali.
La storia travolgente che aveva segnato gli anni a partire dal 1993, figli del grande trauma del 1980 da cui si era tratto insegnamento e capacità di elaborazione del rischio, all’improvviso si spegne nel giro di poco tempo, nonostante i ragguardevoli risultati e tutti i riconoscimenti acquisiti. Paradossalmente chi meno ha contribuito allo sforzo costruttivo spesso ne eredita i risultati. Il vecchio detto arabo che mette in guardia le future generazioni dal depauperamento di un così grande lascito è di colpo diventato realtà. La rete umana prima che strumentale ha cominciato a cedere sotto i colpi di una crescente burocrazia interna ed esterna, giochi politici hanno perso di vista l’obiettivo finale della sicurezza, l’entusiasmo dei cittadini si è andato spegnendo con il risultato di far vacillare l’intera impalcatura. Gli scenari che si presentano all’orizzonte sono pericolosi e precedenti al sisma del’80. Una forte perdita di massa umana da parte delle piccole comunità del meridione rischia di rendere ancora peggiore lo scenario futuro. Furti, danneggiamenti strumentali omissioni a tutti i livelli hanno materializzato di colpo la cronaca di una morte annunciata con l’aggravante che a sferrare il colpo potrebbe essere proprio madre natura dalla quale avremmo dovuto trarre insegnamenti. Ma si sa, l’animo umano è fragile, sentimenti secondari, non mossi da una visione alta dello scopo per cui si dovrebbe agire, ovvero quel fine ultimo del bene collettivo, possono prendere il sopravvento e così è stato.
Proprio la comunità di Viggiano che tanto aveva investito nella propria e altrui sicurezza, diventando ambasciatrice di buone pratiche è stata spogliata di ogni suo bene. Le strutture della protezione civile sono diventate mute e scheletri dei fasti che furono; l’indifferenza della comunità aspetta di essere punita da ciò che ancora accadrà. Solo un manipolo di cittadini combatte per scongiurare il peggiore degli scenari, contro cecità e stupidità che dolosamente agiscono nell’ombra per indicibili motivi a tutti i livelli. A madre natura ancora una volta l’ardua sentenza. Intanto oggi ricordiamo ipocritamente il terremoto del 1980.