Brevettiamo

Brevettiamo Passione per l'Ingegno! Difendiamo gli originali.

04/04/2026

È il caso che sta sconvolgendo la Germania.
Collien Fernandes è un’attrice e presentatrice TV. Sposata con Christian Ulmen, attore.
Una coppia di star, quelli della serie Jerks.
Sono anni che lo dice: ci sono deepfakes su di me che circolano in rete. Finte immagini e video p***o, creati dall’IA e diffusi su profili social a mio nome. Con appelli a violentarmi. Io che dico e io che faccio, come fosse scelta mia. Lo dice in TV, ne fa persino un documentario. Parla pubblicamente di stalking telefonico, costante, quotidiano. Siamo nel 2023.
Nel 2024 fa causa contro X.
La notte di Natale, il marito le dice sono io.
Sposati da 14 anni e una bambina.
Cercava lontano, ed era l’uomo più vicino a sé.
Collien Fernandes ha fatto causa in Spagna, l’ex paese di residenza. L’ha scelto perché le leggi contro le violenze sessuali sono più evolute che in Germania.
Ma ne parla su Der Spiegel.
Lo rende pubblico, come Gisèle Pelicot, che ammira.
‘Mi ha violentata virtualmente. 30 uomini hanno intrattenuto con me relazioni sessuali on line a mia insaputa per diversi anni’.
E dal 20 marzo, l’onda. Una manifestazione a Berlino, una a Amburgo in cui lei stessa parla di fronte a 20000 persone, con il giubbotto anti-proiettili, visto le minacce di morte. 250 donne mediatiche scrivono una lista di 10 provvedimenti legali urgenti e la rettifica delle leggi in vigore sulle violenze digitali, molte sono vittime anche loro.
Giovedì il Parlamento Europeo ha approvato la legge che impedisce all’IA di spogliare persone senza il loro consenso. Come quella funzionalità di Grok, l’assistente creato da Elon Musk, che crea montaggi di donne e creature denudate, basta dare la foto originale.
‘Danke Collien’, cantano i cartelli nelle piazze, come per ‘Merci Gisèle’. Come il gruppo Facebook
‘Mia moglie’: l’omino, ordinario o star, con cui ti addormenti. Che crede possederti e, come dice
lei, ‘ruba il corpo’. Basta. Anche in Germania la vergogna sta cambiando campo.
(Con le parole di )

https://www.liberation.fr/international/europe/mon-corps-a-ete-vole-au-fil-des-annees-en-allemagne-une-affaire-de-deepfakes-sexuels-secoue-la-societe-et-la-classe-politique-20260327_QMA6TWIE7FAGXHO2W3VR2ONLYE/

Chiaro
02/04/2026

Chiaro

Un esperimento su quasi cinquemila utenti reali ha misurato l'effetto dell'algoritmo sulle opinioni politiche

29/03/2026

Stipendi trasparenti solo a metà
Rita Querze 28 mar 2026

Riforma dimezzata: così il decreto rischia di lasciare intatte le disuguaglianze

Parliamo di busta paga. L’Italia sta per recepire una direttiva (2023/970) sulla trasparenza salariale che vuole spingere le aziende ad aumentare la meritocrazia interna per accrescere la produttività. Il governo ha prodotto uno schema di decreto legislativo che ha appena avuto i pareri favorevoli, con osservazioni, delle commissioni parlamentari Lavoro, Bilancio e Politiche dell’Unione europea. A vedere i resoconti dei lavori — e speriamo di sbagliare — alla fine il risultato rischia di essere molto lontano dall’obiettivo.

Il problema è prima di tutto uno: quando la contabile Laura, l’addetta al controllo Rachele e, perché no, il capo reparto Davide chiederanno i dati sulle retribuzioni medie dei colleghi maschi e femmine che fanno il loro stesso lavoro, a essere considerata non sarà tutta la busta paga ma soltanto la parte definita dai contratti nazionali. Esclusa quella variabile «ad personam» costituita da premi e superminimi!
È dagli anni Sessanta che i contratti definiscono livelli retributivi uguali per uomini e donne. Eventuali discriminazioni stanno proprio nella parte variabile che viene esclusa. La commissione «Politiche dell’Unione europea» della Camera che ha esaminato lo schema di decreto legislativo ha segnalato questa incongruenza auspicando che il confronto venga fatto su livelli retributivi complessivi, anche per evitare una procedura d’infrazione. Ma la procedura d’infrazione sarebbe il meno. Il problema vero è di sostanza. Colpisce l’enorme lavoro che viene fatto apparentemente per cambiare tutto, in realtà per tenere tutto com’è. Un dispendio di forze, energie, intelligenze per correre sul posto, trovandosi sempre allo stesso punto, ma facendo finta di avere scalato l’Everest.

Nella bozza di decreto la trasparenza salariale non si applica ad apprendisti e lavoratori in somministrazione. Perché? Gli apprendisti, in particolare, possono avere fino a 30 anni e comunque parliamo di un contratto a tempo indeterminato. Tra l’altro, i divari salariali tra uomini e donne si manifestano fin dai primissimi anni di lavoro.
L’applicazione di un contratto nazionale stipulato dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative è considerata di per sé garanzia di equità. Siamo sicuri che non ci siano contratti che nella loro architettura contengano ancora forme di discriminazione indiretta? Poniamo di sì, anche se non è scontato. In ogni caso lo schema di decreto legislativo lascia spazio anche ai contratti firmati da associazioni non rappresentative. Non a caso dieci tra le maggiori associazioni d’impresa (da Confindustria a Confcommercio, passando per le organizzazioni principali dell’artigianato e della cooperazione) in audizione congiunta hanno contestato proprio questo punto.

Prendiamo poi il rapporto biennale che le imprese con più di 50 dipendenti sono tenute già oggi a consegnare sull’equità di genere in azienda: continuerà a esistere e al suo fianco ci sarà un nuovo rapporto «integrativo» per le aziende dai 100 dipendenti in su introdotto dal recepimento della direttiva. Ma non sarebbe il caso di mettere un po’ di ordine in tutte queste carte, di rendere i rendiconti più semplici da fare per le aziende oltre che più semplici da leggere per i lavoratori? L’esperienza legata ai rapporti biennali qualcosa dovrebbe aver insegnato: anni di raccolta di dati che costituiscono un impegno in più per le imprese senza avere inciso in maniera significativa sulle disparità di genere.
Per finire, del tutto fuorviante appiattire la trasparenza salariale a istanza che interessa solo alle donne. Aumenti, premi, carriere e avanzamenti nel nostro Paese spesso non hanno a che fare soltanto con il merito: ma questo riguarda anche gli uomini, eccome. Nessuno è così ingenuo da pensare che rendere trasparenti i criteri con cui si definiscono retribuzioni totali e avanzamenti sia facile. Ma procedere in questa direzione, anche con passi graduali e senza oberare le imprese di adempimenti inutili, servirebbe a tutti: ai lavoratori e alle lavoratrici per essere pagati il giusto, alle imprese per attirare e trattenere i talenti, al Paese per avere un sistema produttivo in grado di produrre maggiore ricchezza.

26/03/2026

Sottoscrivo in pieno:

Meloni, Berlusconi, Santanchè e Bartolozzi: quelle lotte di potere tra le donne della destra
di Annalisa Cuzzocrea

26 Marzo 2026

Per paradosso rispetto a una famiglia politica che non può certo dirsi – in nulla – femminista, e che soprattutto non tiene ad esserlo, quello che è in atto nella destra di governo è uno scontro tutto tra donne.

Giorgia Meloni ha deciso di sacrificare l’amica Daniela Santanchè sull’altare della sconfitta al referendum. Lo ha fatto dopo averla difesa per tre anni, in un momento in cui nulla di nuovo era successo riguardo ai tre procedimenti giudiziari di cui è protagonista. Lo ha fatto nonostante la vicinanza di Santanchè al cofondatore del partito Ignazio La Russa, i viaggi insieme a New York, la consapevolezza che – a differenza del fedelissimo Delmastro – non è facile prevedere come potrà ancora reagire l’ormai ex ministra del Turismo. Che già nella sua lettera ha fatto capire tutto quel che pensa di questa mossa della presidente del Consiglio: le sta facendo pagare conti non suoi, viene messa nel mucchio insieme a persone sospettate di fare affari con gli affiliati dei Casalesi, le vengono imputate responsabilità politiche che non ha avuto nella campagna referendaria.

Non è tipa da stare zitta e buona, Daniela Santanchè, e Meloni lo sa. Ha però accettato il rischio di defenestrarla perché ha bisogno di ripartire da una sorta di tabula rasa rispetto ai suoi elettori più giustizialisti, quelli che le hanno voltato le spalle nel voto di domenica e lunedì scorsi. E per convincerla, ha mandato due uomini: un emissario di FdI che Santanchè non ha nemmeno ricevuto al ministero, e infine quell’Ignazio La Russa che ha difeso la sodale fino all’ultimo momento possibile. Ma ha poi dovuto cedere, perché non aveva scelta e perché anche al presidente del Senato la presidente del Consiglio potrebbe imputare mosse incaute in una campagna per il Sì tutta sbagliata.

C’è poi Marina Berlusconi, la vera leader di Forza Italia se non altro perché sono i suoi soldi a tenere in vita il partito. Da mesi fa capire di essere delusa dalla gestione di Antonio Tajani, dice pubblicamente di volere un partito più moderno e attento ai diritti, ha chiamato Meloni per fare con lei l’analisi della sconfitta ben sapendo che le loro posizioni sono lontanissime: così come il padre era lontana da colei che si è presa il potere senza chiedere il permesso.

Anche Marina è in vena di repulisti. Ma non chiamiamole pulizie di Pasqua: non c’è niente di “femminile”, tanto meno di “casalingo”, e neanche di differente rispetto al machismo della politica in queste donne di potere che hanno forse faticato più dei maschi per ottenerlo, ma che hanno deciso di giocare seguendo le loro regole e non tentando di cambiarle neanche per chi verrà dopo di loro.

E quindi non bisogna scambiare per una crisi isterica quella secondo cui Giusi Bartolozzi avrebbe litigato furiosamente, fin quasi a ve**re alle mani, con un’alta dirigente di via Arenula nel momento in cui ha dovuto accettare la sua defenestrazione da capo di gabinetto del ministro della Giustizia. Lei lì era la “zarina” non per diritto ereditario, ma per le relazioni che aveva saputo tessere a destra con grande sicumera. Basti vedere come ha affrontato il caso del generale Almasri, il criminale libico ricercato dalla Corte penale internazionale, lui sì assassino e stupratore rimandato a casa non dai giudici, ma da una decisione del governo per la quale ora Bartolozzi rimane l’unica indagata. Visto che il tribunale dei ministri non ha dato l’autorizzazione a procedere per Mantovano, Nordio e Piantedosi.

E se è vero che al posto del sottosegretario Delmastro andrà un’altra donna del partito, e che il capo dell’organizzazione di Fratelli d’Italia Donzelli rischia il posto a favore di Arianna Meloni, il quadro si completa con in prima fila le donne al comando.

A sinistra può venir voglia di guardarle con un po’ di invidia: sia Elly Schlein che Silvia Salis sanno cosa sia il sessismo in politica, e quanto pesi mentre si cerca di avanzare. Il fatto che la segretaria del principale partito di centrosinistra non sia considerata da molti una possibile candidata premier, e che se ne debba cercare un altro, ha – in un angolo nascosto della coscienza progressista – anche a fare col suo essere donna. Quanto alla sindaca di Genova, piena di ambizioni che non cerca di nascondere, c’è chi sussurra alle sue spalle: chi c’è dietro? Come se debba, per forza, esserci un uomo.

Ma nonostante sia forse più dura, per incrostazioni che arrivano dritte da partiti storicamente maschilisti come il Pci e la Dc, in un Paese dove il patriarcato esiste nonostante chi si affanna a negarlo, l’augurio è che le donne che vogliono costruire l’alternativa a sinistra non prendano esempio da chi non ha fatto nulla per la parità e anzi biasima le quote rosa. Con l’idea che debbano andare avanti le donne toste, più dure, “con gli attributi”. Lasciando indietro tutte le altre.

25/03/2026

Natascia Ronchetti/ItalyPost
Innovazione Brevetti, Italia decima al mondo. Primato di Coesia, Ferrari e IvecoL’innovazione ancora appannaggio del Nord per numero di domande. Svetta la Lombardia, tallonata dall’Emilia-Romagna
Brevetti, Italia decima al mondo. Primato di Coesia, Ferrari e Iveco
Sistemi automatizzati del gruppo Coesia

Il gruppo bolognese Coesia si conferma al primo posto, Ferrari lo tallona, a distanza si posiziona Iveco. Come nel 2024, anche l’anno scorso sono stati loro i campioni italiani dei brevetti. La holding emiliana, specializzata nel packaging e nelle macchine automatiche, ha depositato 179 domande all’Ufficio europeo dei brevetti (Epo). La casa automobilistica del Cavallino Rampante 151, mentre Iveco ne ha presentate 68.

Dominatori della corsa all’innovazione in un’Italia che arretra leggermente per attività di brevettazione (con una flessione dell’1,8%), ma guadagna posizioni a livello globale (si piazza al decimo posto) e in Europa, quarta dopo Germania, Francia e Paesi Bassi. A trainare la spinta sono soprattutto settori come quello dei trasporti, incluso l’automotive, l’handling, le macchine speciali e l’ingegneria civile.

Fin qui tutto da manuale, con un totale di 4.767 domande di brevetto e in fondo poche grandi sorprese. Con la Lombardia che svetta, ancora saldamente al primo posto con oltre 1.350 richieste, pari al 28,4% del totale, l’Emilia-Romagna che la rincorre con 1.022 domande (21,4% del totale nazionale) e il Veneto al terzo posto con 619 domande (13%).

Ma qualche novità c’è. Mentre la Lombardia frena bruscamente, con un decremento che sfiora l’8%, e il Veneto rallenta (-4,9%), l’Emilia-Romagna spicca un balzo del 10,8%: una corsa che può essere spinta da vari fattori, come la decisione delle imprese di concentrare in un determinato periodo gli investimenti in innovazione, e che non necessariamente prelude a un sorpasso della Lombardia.

Una regione, quest’ultima, che – come rileva Enrica Acuto Jacobacci, presidente del gruppo internazionale Jacobacci, specializzato in intellectual property – «conferma di avere un modello imprenditoriale molto forte in un Paese che negli ultimi anni sta brillando».

Quanto all’Emilia-Romagna, prosegue Jacobacci, «raccoglie i frutti di un sistema integrato che funziona bene, con una forte interconnessione tra mondo produttivo, università e scuola, con filiere compatte e coese, con una galassia imprenditoriale multisettoriale che spazia dall’agroalimentare al packaging. È una regione che ha un dinamismo capace di portare ottimi risultati, ma credo che l’arretramento della Lombardia debba essere ricondotto più a una questione congiunturale».

Resta il fatto che entrambe le regioni guadagnano posizioni nella top 20 delle aree Ue più innovative. La Lombardia sale al dodicesimo posto (era al tredicesimo nel 2024), l’Emilia-Romagna al sedicesimo (dal diciassettesimo di due anni fa).

Per il resto si conferma una tendenza storica, con le regioni del Mezzogiorno che arrancano (le ultime in classifica sono Sardegna, Sicilia, Molise, Basilicata e Calabria). Più indietro di Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto anche Piemonte, Toscana e Lazio, che pure si posizionano dal quarto al sesto posto.

Tra le aziende che in Italia brillano ci sono anche Pirelli, Leonardo, Chiesi Farmaceutici, Ima e Sacmi. Da notare che le ultime tre sono emiliane come Coesia e Ferrari: Chiesi (Parma), Ima (provincia di Bologna), Sacmi (Imola, sempre nel Bolognese).

La città più innovativa del Paese resta Milano, con 561 domande di brevetto, al sedicesimo posto a livello europeo. Seguono Torino, Roma, Modena e Bologna.

I settori tecnologici dove si innova di più sono diversi, a seconda dei territori. In Lombardia la ricerca si concentra sui polimeri, sui farmaci e sui macchinari speciali. In Emilia-Romagna invece il maggior numero di richieste arriva da handling e trasporti. Quanto al Veneto, al primo posto ci sono i macchinari speciali.

A livello globale, invece, il primato spetta sempre agli Stati Uniti, nonostante un lieve calo dell’1,6%. Seguono la Germania, al secondo posto, e la Cina, che per la prima volta è salita sul terzo gradino del podio, superando il Giappone con un’impennata delle domande di brevetto del 9,7%.

Da rilevare che la corsa del gigante asiatico sembra inarrestabile, con richieste triplicate dal 2016 a oggi. Anche la Corea del Sud sta facendo passi da gigante, con un balzo del 9,5% l’anno scorso rispetto al 2024.

In Europa, invece, a trainare la crescita sono gli Stati che si collocano a metà classifica: Paesi come la Danimarca, la Spagna e l’Austria. E soprattutto la Finlandia, che l’anno scorso ha fatto boom, con un aumento delle richieste pari al 44%.

4.767
domande di brevetto italiane nel 2025

-8%
calo delle richieste dalla Lombardia

+10,8%
balzo delle domande dall’Emilia-Romagna

12/03/2026

Elsa Fornero ha rivolto una critica a Matteo Salvini commentando il suo operato politico.

11/03/2026
01/12/2025

Analisi davvero interessante:
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L’Italian Sounding divide chi esporta. Per molti una minaccia, per altri parte del gioco
Le imitazioni del Made in Italy agroalimentare costano al Paese oltre 100 miliardi l'anno. Per Fabio Leonardi (Assolatte) il vero problema per il lattiero-caseario sono le produzioni americane, «ma è utopico eliminarle». L’imprenditore vicentino Roberto Brazzale rovescia la tesi del danno e attacca il modello ‘cibo italiano=materia prima prodotta in Italia’ imposto da Coldiretti. «Dovremmo produrre per l’estero con materia prima estera»

Damiano Manfrin
venerdì 28 Novembre 2025

Periferia di New York. Nel banco frigo di un grande supermercato il “Parmesan Cheese – Italian Style” domina la corsia con l’etichetta verde-bianco-rossa. A pochi centimetri ci sono il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano autentici. Il primo costa meno della metà degli altri due. In quella differenza di prezzo, si consuma una partita economica che, secondo le stime più recenti di Coldiretti, costa al Paese 120 miliardi di euro l’anno considerando non solo il mancato fatturato diretto, ma l’intero effetto sulle filiere.

È il fenomeno dell’Italian Sounding, ossia i falsi prodotti italiani nel settore agroalimentare, che per Coldiretti vede gli Stati Uniti come paese leader nella ‘falsificazione’ e i prodotti lattiero-caseari (mozzarella, Parmigiano, Grana, provolone e Pecorino) come i più colpiti. Un fenomeno che cresce dove l’Italia non riesce a soddisfare il mercato, tra un mix di carenza di capacità produttiva e – negli Stati Uniti – di dazi e inflazione che hanno reso i nostri prodotti un lusso per pochi. E la narrazione istituzionale, rilanciata con forza dal Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida e dalle associazioni di categoria, è quella di uno «scandalo» e un furto di identità che richiede nuove tutele. Dalla voce degli industriali emerge una realtà ben più complessa.

Fabio Leonardi, ad di Igor Gorgonzola e vicepresidente di Assolatte, individua negli Stati Uniti il vero campo di battaglia. «L’Italian Sounding nei paesi in Europa non c’è», chiarisce. «Dove sono stati siglati accordi di libero scambio come Giappone, Corea del Sud, Canada, o dove le intese sono prossime alla firma come il Mercosur, abbiamo tutte le tutele delle nostre indicazioni geografiche e prodotti Dop. E sappiamo che se in questi Paesi arrivano dei prodotti di Italian Sounding che vengono prodotti principalmente negli Stati Uniti, riusciamo a bloccarli. Nei distretti del Wisconsin e del Vermont producono tonnellate di imitazioni di formaggi italiani che evocano anche nell’imballaggio l’italianità».

Il problema, dunque, è geopolitico e riguarda le aree dove il libero scambio non è tutelato da accordi, «quindi principalmente il mercato americano, che però con 40.000 tonnellate è anche il terzo per l’importanza quantitativa per l’export lattiero-caseario italiano dopo Francia e Germania», osserva Leonardi. Senza la concorrenza interna «potrebbe essere un mercato da 500.000 tonnellate», aggiunge, pur con un bagno di realismo sulle possibilità di intervento. «Con gli Stati Uniti oggi è utopico pensare di trovare un accordo, perché vi rientrerebbe tutta la problematica delle carni per le quali usano gli ormoni della crescita. Sarebbe improponibile una soluzione che elimini le produzioni di formaggi americane».

Ma c’è anche chi come Roberto Brazzale, presidente dell’omonima azienda lattiero-casearia vicentina e voce spesso fuori dal coro, non giudica l’Italian Sounding come una frode, quanto piuttosto un enorme buco nell’offerta che l’Italia non riesce a colmare, e ribalta completamente la prospettiva del danno subito. «Danni? Semmai è uno spreco di potenziale commesso seguendo le logiche di Coldiretti», afferma l’imprenditore, puntando il dito contro un sistema che ha legato il concetto di Made in Italy esclusivamente all’origine nazionale della materia prima. «Il maggiore sindacato agricolo, e tutta la politica lo asseconda per paura o nella speranza di ricavarne consenso, ha fatto credere a popolo e media che l’Italian Sounding sia un illecito, una frode, quando è semplicemente sinonimo di Italian Style», spiega Brazzale.

La sua tesi è che il mondo ha fame di prodotti italiani, ma l’Italia non ha le risorse fisiche per sfamarlo. «Non ne abbiamo la materia prima e non l’avremo mai per deficit di territorio, bellissimo, ma troppo montagnoso e sovra-urbanizzato. E perché allora la materia prima non ce la procuriamo fuori dall’Italia? Perché non lo vuole Coldiretti, la quale ci ha suggestionati al punto di imporre il modello di “cibo italiano=materia prima prodotta in Italia” anche quando la materia prima procurata dagli italiani all’estero è di gran lunga migliore, com’è il caso del grano duro per la pasta o del latte. Lo scopo – aggiunge – è quello di controllare l’offerta di materia prima e con essa sostenerne i prezzi».

Il risultato di questa autarchia forzata, secondo Brazzale, è un assist formidabile ai produttori esteri. «Molti prodotti italiani Dop praticano delle autolimitazioni della produzione per sostenere artificialmente i prezzi – denuncia –. Dunque, le vendite le limitiamo da soli, assurdo pretendere poi che il mondo se ne stia fermo ad aspettarci, senza formaggio grana o mozzarelle», incalza l’imprenditore. Nella sua visione, l’Italian Sounding non è il nemico, ma la prova che il mercato esiste ed è florido: «Per fortuna proliferano (le imitazioni, ndr)! Significa che ancora suscitiamo interesse in qualcosa. L’imitazione e la concorrenza sono l’anima dell’economia».

L’errore strategico sarebbe dunque quello di non sfruttare «la capacità di trasformazione illimitata e vero valore aggiunto dell’industria italiana» utilizzando latte, grano o materie prime estere per coprire quella fascia di mercato che oggi è presidiata dalle imitazioni. «Il “sistema Italia” dovrebbe stimolare e valorizzare l’utilizzo, accanto alla materia prima italiana, di quella realizzata in altri Paesi più vocati del nostro, come Germania, Francia o Repubblica Ceca. Ne usiamo già il 40% del nostro fabbisogno (21 milioni di tonnellate di latte, di cui ‘solo’ 13 soddisfatte dalla produzione italiana), ma soprattutto per i consumi interni. Dovremmo importare, cioè, molta più materia prima e semilavorati di alta qualità, magari lungo filiere governate dai nostri tecnici, per trasformarla con la nostra formidabile arte italiana e poi esportarla nel mondo creando valore aggiunto per il Paese», continua Brazzale.

A complicare il quadro odierno per le aziende italiane che esportano oltreoceano si è aggiunta la ‘tempesta perfetta’ finanziaria: dazi, inflazione e svalutazione monetaria. I prodotti autentici sono diventati quasi inaccessibili al consumatore medio. «I dazi americani al 15% più un 15% di svalutazione del dollaro pesano, ma ci stiamo dimenticando che noi in questi anni abbiamo alzato del 25-30% i prezzi dei nostri prodotti perché siamo passati in tre anni da un costo del latte che era 40-41 centesimi al litro a 60 negli ultimi 8 mesi», analizza il vicepresidente di Assolatte. La conseguenza è l’espulsione dal mercato di massa: «E’ chiaro che i nostri prodotti non solo sono meno competitivi ma diventano dei prodotti extra premium per una fascia di consumatore americano alto spendente», aggiunge Leonardi. A testimoniarlo sono anche i dati delle esportazioni. «Nei primi tre mesi dell’anno l’export ha registrato un +15% perché gli importatori temevano l’applicazione dei dazi e quindi è stato fatto stock soprattutto dei formaggi duri. Al contrario – continua Leonardi – il -10-13% registrato tra aprile e luglio è stato letto come una fase di destocking. Ma il dato brutto è quello di agosto-settembre, -24% e -14%. Vuol dire che adesso il mercato è in flessione pesante».

Di fronte a questo scenario, la politica risponde con nuovi strumenti legislativi. Il ministro Lollobrigida ha recentemente salutato con favore l’approvazione al Senato (e inizio ’26 andrà alla Camera) del disegno di legge sui reati agroalimentari, parlando di norme che permetteranno «ancora di più di difenderci dalle imitazioni, dall’Italian Sounding, dai rischi di vere e proprie aggressioni alla nostra economia». Tuttavia, l’efficacia di queste norme al di fuori dei confini nazionali è tutta da dimostrare. Leonardi è netto: «Non ho ancora letto il decreto. Ma qualsiasi cosa abbia fatto il nostro governo, come può incidere sugli Stati Uniti dove abbiamo il vero problema?»

Resta aperto il tema dell’educazione del consumatore, spesso invocata come panacea. Se si insegnasse all’americano medio a riconoscere il vero Parmigiano dal Parmesan, il problema si risolverebbe? Brazzale è scettico verso quella che definisce una forma di paternalismo di Stato: «La cosiddetta “alfabetizzazione alimentare” non sarebbe altro che l’ingerenza dello Stato nelle libere scelte del consumatore su pressione di interessi particolari come sindacati agricoli o consorzi. È pura propaganda». Per l’imprenditore vicentino, il consumatore sa scegliere benissimo. Leonardi, al contrario, vede nella promozione dei prodotti e nell’educazione all’origine l’unica via percorribile, seppur ardua: «Ci sono forme di provolone fatte nel Wisconsin che, a confronto con il provolone italiano, sono difficili da riconoscere anche per un operatore come me. Pensate quindi ad un consumatore americano – aggiunge –. Tuttavia, andare a fare campagne mirate negli Stati Uniti, che è il primo mercato dell’Italian Sounding, contro i produttori americani è abbastanza difficile».

Il quadro che ne esce è quello di un’Italia a due velocità: da una parte la retorica della difesa a oltranza del “Made in Italy” inteso come materia prima nazionale, dall’altra la realtà industriale che deve fare i conti con mercati globali, dazi e competitor aggressivi. L’Italian Sounding, in quest’ottica, smette di essere solo una truffa ai danni del Belpaese e diventa l’indicatore di una domanda insoddisfatta. «Se noi non presidiamo i mercati con continuità – chiosa Ivano Chezzi, presidente di GranTerre – qualcuno lo farà al posto nostro. Le imitazioni crescono dove noi non ci siamo, dove non siamo in grado di imporre il nostro prodotto».

mobilitazione generale delle aziende, educazione dei consumatori
21/11/2025

mobilitazione generale delle aziende, educazione dei consumatori

63 aziende, per un centinaio di marchi, e 12 federazioni si uniscono per un’azione legale senza precedenti.

Indirizzo

Borgo Berga 88
Vicenza
36100

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