Studio Legale Avv. Cinzia Novelli

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Studio Legale Avv. Cinzia Novelli La pagina offre un servizio per spiegare con parole semplici il mondo delle regole del diritto.Non v Avv. Lgs. 28/2010 e del D.M. 180/2010. Novelli.

Cinzia Novelli Classe 1971, Avvocato e Mediatore accreditato presso il Ministero della Giustizia in materia di Conciliazione ai sensi del D. Laureata presso l'Università degli Studi Carlo Bò di Urbino nell'anno 2003 è iscritta all'Albo degli avvocati del Foro di Rimini ed agli elenchi degli avvocati abilitati al Patrocinio a spese dello Stato. Lo Studio offre assistenza legale, giudiziale e stragiudiziale in materia civile, penale amministrativa. Nelle materie civili si contraddistingue per le proprie competenze in Diritto di Famiglia, separazioni, divorzi e tutela dei diritti della persona, con particolare attenzione alla tutela nei casi di violenza familiare, Recupero Crediti, Infortunistica stradale, Diritto del Lavoro,Tutela della Proprietà e diritti reali in genere, Locazioni e Condominio, Tutela dei Consumatori, Successione, Eredità, Assistenza nelle procedure di mediazione civile e commerciale. Per maggiori informazioni informazioni visitate il nostro sito e la nostra pagina Facebook: www.avvocatocinzianovelli.blogspot.com - Studio Legale Cinzia Avv.

13/10/2026
09/10/2026
04/10/2026

Aiutare un figlio con un bonifico non significa dover pagare automaticamente una tassa. Non sono stati introdotti nuovi divieti sui trasferimenti di denaro tra genitori e figli.

L’allarme diffuso sui social nasce da una decisione della Cassazione che riguarda una situazione molto diversa dai normali aiuti familiari.

Che cosa ha deciso la Cassazione

L’ordinanza n. 15315 del 20 maggio 2026 riguarda una madre che aveva trasferito alla figlia denaro e titoli per oltre otto milioni di euro, provenienti dall’estero.

Nel procedimento fiscale era emersa la natura gratuita del trasferimento. L’Agenzia delle Entrate aveva quindi applicato l’imposta sulle donazioni dell’8%, secondo la disciplina prevista per queste particolari situazioni.

La Cassazione ha chiarito che conta ciò che l’operazione rappresenta realmente: non basta evitare la parola “donazione” per escludere le conseguenze fiscali.

Questo non significa che tutti i bonifici tra genitori e figli siano tassati all’8%.

Quando si pagano le imposte

Per le donazioni ordinarie tra genitori e figli è prevista una franchigia di un milione di euro. L’imposta del 4% si applica soltanto sulla parte che supera la franchigia disponibile, considerando anche le precedenti donazioni rilevanti dello stesso genitore allo stesso figlio.

L’8% riguarda invece le liberalità emerse attraverso le dichiarazioni dell’interessato durante un procedimento fiscale, alle condizioni previste dalla legge e sulla parte che supera l’eventuale franchigia.

La banca non trattiene automaticamente l’8% sul bonifico.

Come comportarsi

È utile indicare una causale chiara e veritiera, spiegando se il pagamento è un contributo al mantenimento, un rimborso, un regalo oppure un prestito.

Scrivere “prestito” non basta: deve esserci davvero l’obbligo di restituire il denaro. Allo stesso modo, una causale precisa non sostituisce l’atto notarile quando è necessario.

Per una donazione diretta di denaro di valore non modico serve il notaio, anche se non sono dovute imposte. Non esiste una cifra fissa che distingua un piccolo regalo da una donazione importante: si valutano anche le condizioni economiche di chi dona.

Se il denaro serve ad acquistare una casa intestata al figlio, l’operazione può seguire regole diverse. È opportuno concordarla con il notaio e documentare il collegamento tra il denaro ricevuto e l’acquisto.

Si può continuare ad aiutare i propri figli

Un contributo per le spese quotidiane, il sostegno agli studi o un piccolo regalo non sono diventati improvvisamente operazioni da temere.

La decisione della Cassazione riguarda un trasferimento patrimoniale milionario, non introduce una tassa generalizzata sugli aiuti familiari.

In conclusione aiutare i propri figli resta possibile.
Per i normali pagamenti è utile spiegare e documentare il motivo del trasferimento. Per donazioni importanti, una verifica preventiva permette di scegliere la forma corretta e procedere con tranquillità.

Avv. Cinzia Novelli – Studio Legale

28/09/2026

💔 "Mio padre mi ha portato via mia madre perché era malato di gelosia"
È una storia terribile quella raccontata da Andrea Carnevale, ex calciatore di Napoli, Roma e Udinese, oggi osservatore del club friulano.
Aveva appena 14 anni quando, il 25 settembre 1975, assistette all'omicidio della madre, uccisa dal padre con un'accetta sulle rive del torrente San Vito, tra Monte San Biagio e Fondi.
Per anni, racconta Carnevale, in casa aveva regnato la violenza. Lui stesso si era rivolto più volte ai carabinieri per denunciare le aggressioni del padre alla madre 😭
Dopo l'omicidio, il gesto disperato: "Volevate il sangue? Eccolo qua", disse al maresciallo consegnandogli un recipiente con il sangue della madre raccolto nel fiume.
Cinquant'anni dopo, Carnevale ha scelto di raccontare quella tragedia per lanciare un messaggio preciso:
"La donna non è di proprietà dell'uomo"👏
Una storia drammatica che va oltre il calcio e che Carnevale ha deciso di condividere perché non venga mai dimenticata.

18/09/2026

«NON POSSO ROVINARLO»

Quante donne imparano a proteggere un uomo prima ancora di proteggere se stesse?

“Non posso rovinarlo.”

Non sappiamo se Lorena Isceri abbia pronunciato esattamente queste parole. Ma questa frase racchiude il drammatico conflitto emerso dal racconto di sua madre: Lorena aveva paura dell’ex compagno, eppure non voleva denunciarlo perché temeva di danneggiarlo.

La relazione era finita. Secondo le ricostruzioni disponibili, il 3 settembre Lorena sarebbe stata aggredita, immobilizzata e costretta nel bagagliaio di un’automobile. Riuscì a chiamare il 112, ma i soccorsi non arrivarono in tempo. La sua vita terminò su un viadotto dell’autostrada A1, per mano dell’uomo del quale aveva paura.

Non voglio entrare nei dettagli più atroci. Non sono quelli ad aiutarci a capire.

Voglio fermarmi su quella preoccupazione:

“Non voglio rovinarlo.”

Perché una donna che teme un uomo può continuare a preoccuparsi delle conseguenze che una denuncia avrebbe su di lui?

Perché può sentirsi responsabile del suo lavoro, della sua reputazione, della sua famiglia, del suo futuro, persino mentre la propria sicurezza è già in pericolo?

Quando la paura non sembra ancora una ragione sufficiente

Molte donne non aspettano di avere paura per proteggersi.

Aspettano di essere assolutamente certe di averne il diritto.

Cercano prove, ridimensionano gli episodi, trovano spiegazioni:

“Era arrabbiato.”

“Sta attraversando un periodo difficile.”

“Non mi ha mai fatto davvero del male.”

“Ha avuto un’infanzia complicata.”

“Se lo denuncio, gli distruggo la vita.”

“E se stessi esagerando?”

In questo modo, la paura viene sottoposta a un processo. Deve dimostrare di essere fondata, ragionevole, oggettiva. Nel frattempo, ogni comportamento dell’uomo viene interpretato, contestualizzato, giustificato.

A lui si riconoscono attenuanti.

A lei si chiede la certezza.

Ma la paura non è una sentenza e non serve a condannare qualcuno. È un segnale interno che ci informa che qualcosa non è più percepito come sicuro. Ascoltarla non significa essere ingiuste: significa concedersi il diritto di cercare protezione prima che il pericolo diventi evidente a tutti.

La trappola della responsabilità rovesciata

Nelle relazioni caratterizzate da controllo, minacce, intimidazione o manipolazione può verificarsi un rovesciamento della responsabilità.

La donna non si domanda più:

“Che cosa sta facendo lui a me?”

Comincia a domandarsi:

“Che cosa gli farò io, se parlo?”

Non pensa più alle conseguenze dei suoi comportamenti su di lei, ma alle conseguenze della propria reazione su di lui.

È qui che il senso di colpa può diventare una gabbia.

Denunciare viene vissuto come un tradimento. Allontanarsi come un abbandono. Chiedere aiuto come un’esagerazione. Raccontare ciò che accade come una forma di crudeltà.

E così una donna può continuare a proteggere l’immagine, il lavoro e il futuro dell’uomo che la spaventa, mentre nessuno sta proteggendo lei.

Non è ingenuità. Non è debolezza. E non è necessariamente incapacità di comprendere.

Possono agire insieme paura, ambivalenza, speranza, vergogna, dipendenza emotiva, minacce, isolamento e senso di responsabilità. La stessa persona può amare alcuni aspetti dell’altro e, contemporaneamente, temerne altri. Può riconoscere il rischio in certi momenti e minimizzarlo in altri.

La mente umana non è sempre lineare, soprattutto quando deve tenere insieme affetto e pericolo.

Alle donne abbiamo insegnato a comprendere

Per generazioni, molte bambine sono state educate a essere comprensive, pazienti, accomodanti.

A non provocare.

A non ferire.

A non essere troppo dure.

A concedere un’altra possibilità.

A chiedersi che cosa ci sia dietro la rabbia di un uomo.

Comprendere è una capacità preziosa. Ma diventa pericolosa quando ci impedisce di mettere un limite.

Conoscere le ferite di una persona non ci obbliga a subirne i comportamenti. Avere compassione per la sua storia non significa consegnargli la nostra sicurezza. Comprendere non vuol dire restare.

Una spiegazione non è una giustificazione.

E la protezione di un uomo non può essere affidata al silenzio della donna che ha paura di lui.

Anche le parole possono nascondere la violenza

Dopo la morte di Lorena, alcune narrazioni giornalistiche hanno utilizzato espressioni capaci di trasformare un femminicidio in un racconto romantico: “l’ultimo viaggio”, “insieme fino alla fine”, “un amore finito male”.

Ma non è stato un viaggio insieme.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, Lorena è stata costretta a salire su quell’auto. Non ha scelto la destinazione. Non ha condiviso un ultimo gesto d’amore.

È stata privata della libertà e della vita.

Le parole non sono un semplice contorno. Orientano il modo in cui comprendiamo ciò che è accaduto.

Espressioni come “raptus”, “troppo amore”, “gelosia”, “dramma passionale” o “amore malato” possono spostare l’attenzione dalla responsabilità di chi agisce alla presunta intensità di un sentimento.

Ma l’amore non rapisce.

L’amore non immobilizza.

L’amore non punisce una separazione.

L’amore non decide che, se una donna non può più appartenerti, allora non deve più vivere.

Non è l’amore che diventa violento. È la violenza che, troppo spesso, viene mascherata con il linguaggio dell’amore.

Non sei tu a rovinargli la vita

Quando una donna racconta, denuncia o chiede aiuto, non sta rovinando la vita di un uomo.

Sono i suoi comportamenti ad avere conseguenze.

Questa distinzione dovrebbe essere insegnata molto presto: ciascuno è responsabile delle proprie azioni. Chi mette un confine non è responsabile del dolore di chi non lo accetta. Chi chiede protezione non è responsabile delle conseguenze che ricadranno su chi ha minacciato, controllato o aggredito.

Non dobbiamo insegnare alle donne a riconoscere soltanto l’ultimo gesto.

Dobbiamo aiutarle a dare valore ai primi segnali: il controllo, l’isolamento, le minacce, gli appostamenti, la sorveglianza, l’incapacità di accettare un no, la paura che compare quando si prova a lasciare la relazione.

Una donna non deve aspettare che un uomo diventi certamente pericoloso per riconoscersi il diritto di allontanarsi.

La paura è già un’informazione.

Lorena non deve diventare soltanto un altro nome nell’elenco delle donne uccise.

La sua storia deve costringerci a porci una domanda scomoda:

Quante donne abbiamo educato a non “rovinare la vita” di un uomo, prima ancora di insegnare loro a proteggere la propria?

Se ti senti controllata, minacciata o in pericolo, puoi contattare il 1522, numero nazionale antiviolenza e stalking, gratuito e attivo 24 ore su 24. In caso di pericolo immediato, chiama il 112.

Monica Borgogno – Psicologa e Psicoterapeuta

#1522

05/09/2026
04/09/2026

Lorena Isceri aveva 45 anni e negli ultimi minuti della sua vita ha fatto tutto quello che poteva per salvarsi.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, il suo ex l’aveva aspettata nel garage di casa, aggredita, immobilizzata, legata e rinchiusa nel bagagliaio dell’auto. Lì Lorena ha trovato un telefono e ha chiamato il 112.

Per circa venti minuti ha parlato con la polizia mentre gli agenti cercavano di localizzarla e raggiungerla.

Lorena non stava andando incontro a una morte condivisa. Stava cercando disperatamente di sfuggire all’uomo che l’aveva sequestrata.

La polizia è riuscita a individuare l’auto sull’A1 e a raggiungerla sul viadotto. Lorena era ancora viva.

Quando gli agenti si sono avvicinati, secondo la ricostruzione finora emersa, lui l’ha afferrata e scaraventata nel vuoto. Solo dopo si è gettato anche lui.

Eppure la formula che ricorre in molti titoli è “omicidio-suicidio”.

Non è una formula necessariamente falsa. Ma è una formula terribilmente povera e sbagliata per raccontare ciò che è accaduto a Lorena.

Perché mette quelle due morti una accanto all’altra e finisce per costruire una simmetria che nella realtà non esisteva.

Non erano sullo stesso piano. Non lo sono mai stati: uno ha scelto, l’altra ha subito. Quel trattino li rimette accanto, li fa "morire" insieme e in un attimo la vittima e chi l'ha uccisa diventano due nomi nello stesso elenco.

Le parole cambiano il modo in cui capiamo le cose.

Dire "omicidio-suicidio" dice che due persone sono morte. Dire "femminicidio" dice anche perché.

Dice che una donna è stata uccisa in quanto donna, perché aveva detto no, perché se n'era andata, perché lui la considerava sua "anche se non poteva più esserlo". Sono parole sue, riportate dai giornali.

Ed è precisamente questa cultura del possesso che la parola femminicidio prova a rendere visibile.

Dal 17 dicembre 2025 il femminicidio è una fattispecie autonoma prevista dall’articolo 577-bis del codice penale.

La legge parla espressamente dell’uccisione di una donna compiuta come atto di controllo, possesso o dominio, oppure in relazione al suo rifiuto di instaurare o mantenere un rapporto affettivo. In questi casi prevede l’ergastolo.

La parola “Femminicidio” esiste. È scritta nella legge. E se la usa il codice penale, può usarla anche un titolo di giornale.

Lorena Isceri non è semplicemente “morta” su quel viadotto insieme al suo ex compagno.

È stata sequestrata e poi uccisa.

E ogni volta che leggeremo "omicidio-suicidio", ricordiamoci che dietro quel trattino c'è una donna che ha chiamato aiuto e un uomo che non le ha lasciato scampo.

Chiamiamolo col suo nome. Sempre. Anche quando lui non c'è più per rispondere.

Se subisci minacce, controllo, violenza: 1522, gratuito, attivo 24 ore su 24.

Indirizzo

Via Casale, 78/E
Verucchio
47826

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 13:00
15:00 - 19:30
Martedì 09:00 - 13:00
15:00 - 19:30
Mercoledì 09:00 - 13:00
15:00 - 19:30
Giovedì 09:00 - 13:00
15:00 - 19:30
Venerdì 09:00 - 13:00
15:00 - 19:30

Telefono

+390541670718

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