18/09/2026
«NON POSSO ROVINARLO»
Quante donne imparano a proteggere un uomo prima ancora di proteggere se stesse?
“Non posso rovinarlo.”
Non sappiamo se Lorena Isceri abbia pronunciato esattamente queste parole. Ma questa frase racchiude il drammatico conflitto emerso dal racconto di sua madre: Lorena aveva paura dell’ex compagno, eppure non voleva denunciarlo perché temeva di danneggiarlo.
La relazione era finita. Secondo le ricostruzioni disponibili, il 3 settembre Lorena sarebbe stata aggredita, immobilizzata e costretta nel bagagliaio di un’automobile. Riuscì a chiamare il 112, ma i soccorsi non arrivarono in tempo. La sua vita terminò su un viadotto dell’autostrada A1, per mano dell’uomo del quale aveva paura.
Non voglio entrare nei dettagli più atroci. Non sono quelli ad aiutarci a capire.
Voglio fermarmi su quella preoccupazione:
“Non voglio rovinarlo.”
Perché una donna che teme un uomo può continuare a preoccuparsi delle conseguenze che una denuncia avrebbe su di lui?
Perché può sentirsi responsabile del suo lavoro, della sua reputazione, della sua famiglia, del suo futuro, persino mentre la propria sicurezza è già in pericolo?
Quando la paura non sembra ancora una ragione sufficiente
Molte donne non aspettano di avere paura per proteggersi.
Aspettano di essere assolutamente certe di averne il diritto.
Cercano prove, ridimensionano gli episodi, trovano spiegazioni:
“Era arrabbiato.”
“Sta attraversando un periodo difficile.”
“Non mi ha mai fatto davvero del male.”
“Ha avuto un’infanzia complicata.”
“Se lo denuncio, gli distruggo la vita.”
“E se stessi esagerando?”
In questo modo, la paura viene sottoposta a un processo. Deve dimostrare di essere fondata, ragionevole, oggettiva. Nel frattempo, ogni comportamento dell’uomo viene interpretato, contestualizzato, giustificato.
A lui si riconoscono attenuanti.
A lei si chiede la certezza.
Ma la paura non è una sentenza e non serve a condannare qualcuno. È un segnale interno che ci informa che qualcosa non è più percepito come sicuro. Ascoltarla non significa essere ingiuste: significa concedersi il diritto di cercare protezione prima che il pericolo diventi evidente a tutti.
La trappola della responsabilità rovesciata
Nelle relazioni caratterizzate da controllo, minacce, intimidazione o manipolazione può verificarsi un rovesciamento della responsabilità.
La donna non si domanda più:
“Che cosa sta facendo lui a me?”
Comincia a domandarsi:
“Che cosa gli farò io, se parlo?”
Non pensa più alle conseguenze dei suoi comportamenti su di lei, ma alle conseguenze della propria reazione su di lui.
È qui che il senso di colpa può diventare una gabbia.
Denunciare viene vissuto come un tradimento. Allontanarsi come un abbandono. Chiedere aiuto come un’esagerazione. Raccontare ciò che accade come una forma di crudeltà.
E così una donna può continuare a proteggere l’immagine, il lavoro e il futuro dell’uomo che la spaventa, mentre nessuno sta proteggendo lei.
Non è ingenuità. Non è debolezza. E non è necessariamente incapacità di comprendere.
Possono agire insieme paura, ambivalenza, speranza, vergogna, dipendenza emotiva, minacce, isolamento e senso di responsabilità. La stessa persona può amare alcuni aspetti dell’altro e, contemporaneamente, temerne altri. Può riconoscere il rischio in certi momenti e minimizzarlo in altri.
La mente umana non è sempre lineare, soprattutto quando deve tenere insieme affetto e pericolo.
Alle donne abbiamo insegnato a comprendere
Per generazioni, molte bambine sono state educate a essere comprensive, pazienti, accomodanti.
A non provocare.
A non ferire.
A non essere troppo dure.
A concedere un’altra possibilità.
A chiedersi che cosa ci sia dietro la rabbia di un uomo.
Comprendere è una capacità preziosa. Ma diventa pericolosa quando ci impedisce di mettere un limite.
Conoscere le ferite di una persona non ci obbliga a subirne i comportamenti. Avere compassione per la sua storia non significa consegnargli la nostra sicurezza. Comprendere non vuol dire restare.
Una spiegazione non è una giustificazione.
E la protezione di un uomo non può essere affidata al silenzio della donna che ha paura di lui.
Anche le parole possono nascondere la violenza
Dopo la morte di Lorena, alcune narrazioni giornalistiche hanno utilizzato espressioni capaci di trasformare un femminicidio in un racconto romantico: “l’ultimo viaggio”, “insieme fino alla fine”, “un amore finito male”.
Ma non è stato un viaggio insieme.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, Lorena è stata costretta a salire su quell’auto. Non ha scelto la destinazione. Non ha condiviso un ultimo gesto d’amore.
È stata privata della libertà e della vita.
Le parole non sono un semplice contorno. Orientano il modo in cui comprendiamo ciò che è accaduto.
Espressioni come “raptus”, “troppo amore”, “gelosia”, “dramma passionale” o “amore malato” possono spostare l’attenzione dalla responsabilità di chi agisce alla presunta intensità di un sentimento.
Ma l’amore non rapisce.
L’amore non immobilizza.
L’amore non punisce una separazione.
L’amore non decide che, se una donna non può più appartenerti, allora non deve più vivere.
Non è l’amore che diventa violento. È la violenza che, troppo spesso, viene mascherata con il linguaggio dell’amore.
Non sei tu a rovinargli la vita
Quando una donna racconta, denuncia o chiede aiuto, non sta rovinando la vita di un uomo.
Sono i suoi comportamenti ad avere conseguenze.
Questa distinzione dovrebbe essere insegnata molto presto: ciascuno è responsabile delle proprie azioni. Chi mette un confine non è responsabile del dolore di chi non lo accetta. Chi chiede protezione non è responsabile delle conseguenze che ricadranno su chi ha minacciato, controllato o aggredito.
Non dobbiamo insegnare alle donne a riconoscere soltanto l’ultimo gesto.
Dobbiamo aiutarle a dare valore ai primi segnali: il controllo, l’isolamento, le minacce, gli appostamenti, la sorveglianza, l’incapacità di accettare un no, la paura che compare quando si prova a lasciare la relazione.
Una donna non deve aspettare che un uomo diventi certamente pericoloso per riconoscersi il diritto di allontanarsi.
La paura è già un’informazione.
Lorena non deve diventare soltanto un altro nome nell’elenco delle donne uccise.
La sua storia deve costringerci a porci una domanda scomoda:
Quante donne abbiamo educato a non “rovinare la vita” di un uomo, prima ancora di insegnare loro a proteggere la propria?
Se ti senti controllata, minacciata o in pericolo, puoi contattare il 1522, numero nazionale antiviolenza e stalking, gratuito e attivo 24 ore su 24. In caso di pericolo immediato, chiama il 112.
Monica Borgogno – Psicologa e Psicoterapeuta
#1522