02/06/2026
Criticare un giornalista non significa attaccare la stampa.
Significa esercitare un diritto.
La libertà di informare e la libertà di criticare camminano insieme.
È così che funziona una democrazia.
La giornalista che vedete in firma di questo articolo del 14 aprile si chiama Elisa Sola. Di mestiere fa la cronista giudiziaria per La Stampa: racconta presunti illeciti altrui, preferibilmente dietro paywall. Un curriculum.
Sola ha passato mesi a costruire un personaggio.
Si era convinta di una cosa: che un professore barese in un ateneo piemontese funzionasse come la porchetta per il musulmano. Che bastasse scrivere "braccio destro" in un sottotitolo per trasformare un docente universitario in un luogotenente di clan. Che "assenteista" vendesse meglio di "errore materiale nelle attestazioni di presenza".
Da questa intuizione è nata la serie: a giugno 2025 Nuzzolese diventa "il braccio destro di Di Vella, condannato per violenza sessuale". Il lettore che legge in diagonale — cioè tutti — assorbe un blocco unico: assenteismo, falso, truffa, violenza sessuale. Quattro parole, due persone, un solo fango. La condanna è di Di Vella, i reati contestati a Nuzzolese sono altri — ma nel sottotitolo tutto si fonde, ed è costruito perché si fonda.
Il terreno lo aveva preparato per bene. Mai un cenno al fatto che la segnalazione fosse anonima, datata 31 dicembre 2019. Mai una riga sui 17 dirigenti medici con le stesse ipotetiche irregolarità di geolocalizzazione. Diciassette.
Ne viene indagato uno solo: il barese. Gli altri sedici scompaiono. Il criterio di selezione — giudiziario e giornalistico — resta un mistero che nessuno pone.
Mai una riga sulla pandemia. Quella cosa per cui l'Italia intera lavorava in smart working, per cui un docente poteva essere geolocalizzato a Bari, a Canicattì o su Marte e stare regolarmente lavorando per Torino con una connessione Wi-Fi. Il contesto smonta la premessa, quindi il contesto non esiste.
E poi c'è quello che non fa notizia. Nuzzolese nel 2025 rientra nel 2% degli scienziati più citati al mondo — classifica Stanford/Elsevier. Visiting professor in India, in Australia, commissario esterno all'Università di Dundee. È autore di tre modelli di utilità brevettati, di proprietà dell’Università di Torino. Ha fondato tre associazioni di volontariato, una internazionale per la protezione dei diritti umani dei corpi senza nome e delle persone scomparse. A Torino esercita l'odontoiatria esclusivamente come volontario per i senzatetto, presso la Fondazione Asili Notturni. Niente di tutto questo è mai apparso in un articolo firmato Sola. Se il fatto costruisce il personaggio, entra. Se lo smonta, non esiste.
Arriva la rettifica. Gli avvocati la inviano come prevede la legge. La Stampa la restituisce stravolta, riscritta, irriconoscibile. E poi l'offerta: siamo disposti a pubblicarla, a patto che rinunciate a ogni rivalsa. Un obbligo di legge trasformato in merce di scambio. Ti pubblico la correzione che ti devo, ma solo se rinunci a farti risarcire il danno che ti ho fatto non pubblicandola prima.
Sarebbe bastato così poco. Scusarsi formalmente, pubblicare la rettifica dovuta — quella vera, integrale, non la versione addomesticata — e chiudere. Invece no. Deve prevalere la cronaca. Ma la cronaca di cosa? Di errori materiali nelle attestazioni durante lo smart working? Di una segnalazione anonima e di un messaggio whatsapp di un collega hater di Wellington (Nuova Zelanda) fatti per colpire i traguardi meritati di una persona? Di un professore che lavora gratis per i senzatetto e i minori spacciato per furbetto della pubblica amministrazione?
La cronaca di niente. O meglio: la cronaca di un personaggio che non esiste, venduto a lettori premium che pagano per indignarsi con qualcuno.
A copione saltato, restano le conseguenze: esposto all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte, prossima citazione per 50.000 euro di danni al giornale, istanza al Tribunale di Torino per la pubblicazione coatta, più multa amministrativa per un ritardo di oltre un mese. Tre binari — deontologico, civile, giudiziario — tutti aperti dalla stessa omissione.
Lo chiude il paradosso, con la pazienza dei fatti: l'uomo descritto come il furbetto che timbra a Torino e sta a Bari è lo stesso che a Torino lavora gratis per chi non ha un tetto. Uno che truffa il sistema e contemporaneamente gli regala il proprio lavoro. La contraddizione non viene posta perché porla significherebbe far crollare l'impalcatura.
Mesi a costruire il mostro perfetto. E il mostro si è presentato in tribunale con gli avvocati.
Che figuraccia miserrima.