La prima dote richiesta a chi abbraccia questa professione è la PAZIENZA dettata dal “sapere aspettare i tempi”, fare i conti con la burocrazia e le inefficienze dei tribunali o dei pubblici uffici, gestire la variazione dei fattori di una causa, ricominciare un nuovo grado di giudizio dopo una sconfitta nella fase precedente. Lo stesso studio di una causa richiede molto tempo, l’impiego di risors
e fisiche ed economiche (l’acquisto di libri, banche dati, riviste, ecc.), la ricerca di precedenti giurisprudenziali, la lettura di trattati e note, l’approfondimento e la sedimentazione dei concetti. Questa è una professione dove ogni giorno si impara qualcosa di nuovo: non solo perché è enorme la mole di dati e informazioni da immagazzinare, ma anche perché quotidianamente escono nuove sentenze, leggi, circolari, decreti. Materiale, quest’ultimo, che pone ogni giorno tutti gli avvocati davanti alla stessa linea di partenza,obbligati a studiare come se fossero ancora sui banchi di scuola. Questa qualità va di pari passo con la terza saper scrivere bene. Spesso si crede che «saper scrivere» significhi solo essere un tecnico della propria materia, usare frasi con costruzioni ricercate e complesse, terminologia specifica e, magari, riportare le parole di qualche giudice della Cassazione. Sbagliatissimo. Questo si chiama invece “copia e incolla”: il legale non fa alcuna opera di personalizzazione se si limita a riprodurre quanto letto nei libri o nelle sentenze. Ogni giudizio, invece, è un caso a sé: anche le parole più generiche dei volumi sacri di giurisprudenza devono essere contestualizzate. Insomma, è necessario uno sforzo interpretativo e letterario!