11/07/2026
La sera dell’11 luglio 1979, l’avvocato Giorgio Ambrosoli veniva assassinato sotto la propria abitazione a Milano.
Era stato nominato commissario liquidatore della Banca Privata Italiana e, attraverso un lavoro rigoroso e paziente, aveva ricostruito il sistema di illegalità che si celava dietro l’impero finanziario di Michele Sindona. Non arretrò di fronte alle pressioni, all’isolamento e alle minacce. Fu ucciso perché aveva scelto di rimanere fedele al proprio incarico, alla legge e alla propria coscienza.
La sua figura acquista un significato particolare proprio in questi giorni, mentre il Parlamento si appresta a completare l’esame della legge delega per la riforma dell’ordinamento forense.
L’articolo 2 del disegno di legge indica, tra i principi sui quali dovrà fondarsi il nuovo ordinamento, la libertà e l’indipendenza dell’avvocato, il suo ruolo fondamentale per il rispetto dello Stato di diritto e per la corretta amministrazione della giustizia, la dignità sociale della professione e la tutela dell’affidamento riposto negli avvocati dalla collettività e dagli assistiti.
Giorgio Ambrosoli fu la testimonianza concreta di questi principi.
La sua indipendenza non fu un’affermazione astratta, ma la capacità di non lasciarsi condizionare dai poteri economici e politici che cercavano di arrestare il suo lavoro.
Il suo contributo allo Stato di diritto non consistette in solenni dichiarazioni, ma nell’ostinata ricostruzione dei fatti, nella fedeltà alle regole e nel rifiuto di piegare la propria competenza professionale alla convenienza.
La dignità della professione si manifestò nel modo in cui egli interpretò l’incarico ricevuto: non come una semplice prestazione tecnica, ma come responsabilità nei confronti delle istituzioni e della collettività. Nella celebre lettera alla moglie definì quell’incarico un’occasione per «fare qualcosa per il Paese».
Ambrosoli ci ricorda così una verità che riguarda tutti gli avvocati.
L’avvocato non è il mero esecutore della volontà di chi gli conferisce un incarico. È un professionista libero e indipendente, chiamato a tutelare gli interessi affidatigli nel rispetto della legge, della deontologia e della propria autonomia di giudizio.
La sua indipendenza non costituisce un privilegio corporativo. È una garanzia per il cittadino, per la giurisdizione e per la stessa democrazia.
Il coraggio professionale, nella maggior parte dei casi, non assume forme eroiche. Si manifesta nelle scelte quotidiane: nel dire la verità al proprio assistito; nel non assecondare pretese illegittime; nel non piegare una valutazione tecnica alle pressioni o alla convenienza; nel difendere i diritti senza divenire strumenti degli interessi più forti.
Giorgio Ambrosoli portò questi doveri sino alle loro conseguenze più estreme. Non cercò il sacrificio. Cercò soltanto di svolgere, con competenza, onestà e indipendenza, il compito che gli era stato affidato.
Come Presidente dell’Unione Nazionale delle Camere Civili, credo che la sua memoria debba accompagnare anche la riforma dell’ordinamento forense.
Le leggi possono affermare i principi. Sono però gli avvocati, attraverso il loro comportamento, a renderli vivi e credibili.
Giorgio Ambrosoli lo fece, pagando il prezzo più alto.