17/07/2026
A leggere certi commenti sembra che la legittima difesa sia diventata una specie di "carta jolly": la tiri fuori e, qualsiasi cosa fai, diventa automaticamente lecita. Peccato che il diritto, fortunatamente, funzioni in modo un po' più complicato degli slogan.
Se il pericolo è finito, l'aggressore è in fuga e sei tu a rincorrerlo sparando, la domanda non dovrebbe essere "perché è stato condannato?" ma “siamo davvero ancora nell'ambito della legittima difesa?”.
Dirò una verità scomoda perché c'è una sola cosa che mi infastidisce più dell'ignoranza: l'ipocrisia.
Vengo al punto.
Molti si stanno scandalizzando per una condanna a 14 anni e 9 mesi per un duplice omicidio. Personalmente, trovo più singolare il fatto che si dimentichi che il quadro sanzionatorio per un duplice omicidio volontario sia l'ergastolo (fine pena mai) che non è certamente un’invenzione letteraria.
Sorvolo, per il momento, sui precedenti penali dell'interessato gioielliere e sulla questione della detenzione dell'arma perché il nodo giuridico è un altro e merita di essere affrontato senza scorciatoie.
Si continua a parlare di legittima difesa.
Bene. Allora parliamone seriamente cioè secondo il diritto e non secondo gli slogan.
La legittima difesa non è una formula magica che assolve qualsiasi reazione. Richiede precisi presupposti tra cui alcuni davvero imprescindibili: la necessarietà dell’azione, la proporzione tra offesa e difesa e l'attualità del pericolo.
Per "proporzione" si intende che la reazione difensiva deve essere adeguata all'aggressione subita: se ricevo uno schiaffo o una semplice minaccia non posso rispondere sparando. Il diritto, fortunatamente, non funziona con il principio del "mi sono arrabbiato".
Per "attualità", invece, si intende che il pericolo deve essere presente e concreto nel momento in cui ci si difende. Se l'aggressione è cessata e l'aggressore si sta allontanando, il presupposto della difesa viene meno.
Ed è qui che si inserisce la domanda centrale.
Il video della rapina lo abbiamo visto tutti: si vedono i rapinatori in fuga e il gioielliere che li rincorre per freddarli con dei colpi di arma da fuoco.
Ora, senza cedere alla tentazione di trasformare il codice penale in un romanzo d'azione, mi chiedo: se il pericolo è ormai cessato e chi spara è colui che insegue, siamo ancora nel perimetro della legittima difesa oppure siamo entrati in quello della vendetta e del far west?
Qui stiamo parlando di civiltà giuridica, di diritti fondamentali e, soprattutto, di Costituzione.
Quella stessa Costituzione che tutti noi diciamo di difendere e per la quale, in modi diversi, ci siamo sempre battuti.
Ebbene, nella nostra Carta costituzionale (grazie a
Dio) non esiste una sola disposizione che possa legittimare la violenza come risposta ispirata alla medievale legge del taglione: "occhio per occhio, dente per dente"
Lo Stato di diritto nasce proprio per sostituire la vendetta con la giustizia.
Per ricordarci che il diritto non segue i sondaggi e che la Costituzione non cambia al ritmo degli hashtag. Il diritto continua ostinatamente a pretendere prove, principi e limiti.
Ciò che vedo, invece, è l'ennesima operazione di populismo penale nella sua forma più comoda: trasformare casi umani e giudiziari complessi in strumenti di consenso politico.
In questi giorni, l'iniziativa del ministro Nordio di avviare l'istruttoria per la grazia del gioielliere ha alimentato proprio questo dibattito.
E, allora, la domanda resta lì, semplice e scomoda: vogliamo che sia la legge a decidere o il consenso del momento?
Perché quando la politica insegue la pancia del Paese anziché la Costituzione, il rischio è che il populismo penale finisca per svuotare lo Stato di diritto.