13/12/2025
“La Verità ha tanti nemici ma alla fine trionfa sempre”.
Dopo il recente ennesimo successo dell’Avv. Ingroia che ha visto riconosciuto anche dalla Cassazione il legittimo esercizio del diritto di critica nella causa intentata dalla Fininvest (condannata dalla Cassazione pure a pagare le spese!) contro il suo libro IO SO per le affermazioni che vi erano contenute circa i rapporti con la mafia di Berlusconi e Dell’Utri, così come accertati nella sentenza di condanna ormai definitiva nei confronti del fondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, gli attacchi contro le verità che l’avv. Ingroia diffonde con i suoi libri non si fermano.
L’ultimo episodio è la citazione per danni contro Ingroia per il suo ultimo libro, TRADITI, preannunciata da Sergio De Caprio, alias "cap. Ultimo”, già imputato e assolto, insieme al gen. Mario Mori, dal reato di favoreggiamento per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina.
Nel libro TRADITI, scritto da Ingroia a quattro mani con il noto giornalista e conduttore televisivo Massimo Giletti, si rammenta semplicemente la verità, confermata perfino dalla sentenza del Tribunale di Palermo che ha assolto De Caprio, e cioè che la decisione di “abbandonare” l’osservazione del covo di Riina dopo il suo arresto senza procedere a perquisizione e senza comunicarla alla Procura di Palermo, era elemento "certamente idoneo all’insorgere di una responsabilità disciplinare” anche se ritenuto "equivoco ai fini dell’affermazione di una penale responsabilità degli imputati" e che questo comportamento ritenuto inspiegabile dal Tribunale ha probabilmente una spiegazione, esattamente quella sostenuta nel processo dal PM Ingroia e che il Tribunale non ritenne provata ma solo astrattamente ipotizzabile, e cioè che vi fossero documenti di pertinenza di Riina che Cosa Nostra non volesse cadessero nelle mani degli inquirenti e che quindi “la consegna del Riina, fautore delle stragi, potrebbe essere stata il prezzo da pagare volentieri per coloro che, nella mafia, intendessero sbarazzarsi del boss per assumere il comando dell’organizzazione”, in quanto era ipotizzabile che la famosa “trattativa Stato-mafia” “avesse un reale contenuto negoziale, i cui termini fossero, dalla parte mafiosa, la cessazione della linea d’azione delle stragi, dalla parte istituzionale, la garanzia della prosecuzione degli affari criminali dell’ente ovvero la salvaguardia della latitanza di alcuni suoi esponenti, oppositori del Riina (così Bernardo Provenzano), tramite l’assicurazione che la documentazione in possesso del boss corleonese, sempre che, in via ipotetica, contenesse informazioni sugli uni e sugli altri, non sarebbe stata reperita dalle forze dell’ordine”.
Ebbene, tutto ciò che il Tribunale di Palermo nel febbraio 2006 riteneva non provato, è stato provato negli anni successivi, come dimostrano le due sentenze di condanna nel “processo Trattativa” confermate nella ricostruzione dei fatti, anche se non nelle loro conclusioni in diritto, dalla Cassazione.
Invero, la Corte d’Assise di Palermo nella sentenza del 20 aprile 2018 afferma che “le sconcertanti omissioni registrate in occasione delle attività investigative susseguenti all’arresto di RIINA s’inquadrano nel contesto delle condotte del MORI dirette a preservare da possibili interferenze la propria interlocuzione con i vertici dell’associazione mafiosa già intrapresa nei mesi precedenti” (cfr. pag. 2003) perché “con la mancata perquisizione del covo di RIINA si intese lanciare un segnale di buona volontà, un segnale cioè della disponibilità a mantenere o riprendere il filo del dialogo che era stato avviato, attraverso i contatti intrapresi con CIANCIMINO, per giungere al superamento di quella contrapposizione di Cosa Nostra con lo Stato che era già culminata nelle stragi di Capaci e di via D’Amelio” : così riassume le conclusioni della sentenza di primo grado, a pag. 2203 la sentenza d’appello dello stesso processo.
In appello, inoltre, la Corte d’Assise d’Appello di Palermo nella sentenza del 23 settembre 2021 scrive anche:“Diverso è il discorso se s’intende la sollecitazione al dialogo come rivolta, nelle vere intenzioni di MORI e DE DONNO (e SUBRANNI) - che saranno disvelate a CIANCIMINO all’atto dello showdown- non già al RIINA, ma ai suoi potenziali competitor od oppositori: ovvero, a quella componente moderata che si riteneva radicata in Cosa Nostra, anche se fino a quel momento soccombente, e disponibile a ripristinare un rapporto di non belligeranza con lo Stato. Allora sì che la mancata perquisizione poteva essere un segnale rassicurante e confermativo della serietà della proposta di intesa, lanciato a chi poteva coglieme il significato, e cioè a quella componente moderata che si era tentato di raggiungere attraverso Vito CIANC[MINO. Né vi sarebbe contraddizione, anzi, con il parallelo impegno investigativo per giungere alla cattura di RIINA. “ (p. 2207). E quanto alla cattura di Riina: “Certo è che la testa di RIINA venne servita (quasi) su un piatto d’argento. Ed era proprio questo uno dei principali risultati cui era diretta l’operazione CIANCIMINO, secondo la narrazione di MORI e DE DONNO.” (p. 2208). Ed ancora : “a CIANCIMINO venne affidato un incarico preciso, e la sostanza di quest’incarico fu di aprire un canale di comunicazione con Cosa Nostra veicolando un preciso messaggio in termini di sollecitazione ad un dialogo finalizzato all’obbiettivo di neutralizzare la minaccia stragista, colpendo al cuore l’ala dura e avviandone la disarticolazione, in cambio di un occhio di riguardo per quella componente moderata, o al limite per i singoli esponenti mafiosi, che fossero interessati e disponibili a cooperare a tale obbiettivo.” (p. 2256 s.).
C’è bisogno di aggiungere altro? La Verità è lenta e tarda ad arrivare, anche perché ha tanti nemici specie quando è complessa e difficile, ma alla fine trionfa sempre.
STUDIO LEGALE INGROIA