Studio Legale Marcucci

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23/05/2026
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Tutto drammaticamente vero…..presso il Tribunale di Sorveglianza di Roma il tempo si ferma mentre fuori la vita va avant...
20/05/2026

Tutto drammaticamente vero…..presso il Tribunale di Sorveglianza di Roma il tempo si ferma mentre fuori la vita va avanti…

DIARIO DI CELLA 58. DUE GRAZIE DIVERSE. NICOLE MINETTI (41 ANNI) HA OTTENUTO LA GRAZIA IL 18 FEBBRAIO E RIMANE IN LIBERTÀ IN ATTESA DI VERIFICHE, ANTONIO RUSSO (88 ANNI) HA OTTENUTO LA GRAZIA IL 15 APRILE E RIMANE LO STESSO IN GALERA. QUANDO LA BUROCRAZIA PREVALE SULLA GIUSTIZIA

Riceviamo da Gianni Alemanno e pubblichiamo nel rispetto delle norme dell’Ordinamento.

Rebibbia, 17 maggio 2026 – 498° giorno di carcere.
Due destini diversi, quello di Nicole Minetti e quello di Antonio Russo. Entrambi hanno ricevuto la Grazia dal Presidente Mattarella, ma la prima rimane in libertà, in attesa che siano chiariti tutti i dubbi sulla fondatezza della sua richiesta, il secondo rimane in galera in attesa che il Tribunale di sorveglianza decida sul suo affidamento in prova. La prima è una giovane donna (41 anni) che non ha mai scontato un solo giorno di galera, il secondo è un povero vecchio (88 anni) che sta in galera dal 2022. La prima è stata condannata per un reato odioso (sfruttamento della prostituzione), il secondo è stato condannato per essersi difeso uccidendo un figliastro che per l’ennesima volta lo stava picchiando selvaggiamente per estorcergli altri soldi, lo stesso trattamento che questo giovane tossicodipendente aveva riservato alla madre (compagna di Antonio) fino a farla morire di crepacuore.

Come è possibile? È possibile perché la Grazia alla Minetti ha avuto il parere favorevole della Procura generale e del Tribunale della Sorveglianza di Milano, che hanno così permesso al Presidente Mattarella di concedere la Grazia su tutta la pena, mentre Russo ha avuto il parere negativo dei corrispondenti uffici di Roma (ottenendo solo il parere positivo del Ministro Nordio) e il Presidente Mattarella gli ha potuto concedere solo una Grazia parziale di due anni e sei mesi. Però, con questo taglio di pena Antonio Russo potrebbe accedere ai benefici di legge per avere almeno la detenzione domiciliare.

La Minetti era a piede libero in attesa che il Tribunale di Sorveglianza di Milano decidesse sull’esecuzione della sua pena e continua a rimanere in libertà mentre vengono fatti tutti gli accertamenti sollecitati dal Presidente della Repubblica dopo i dubbi sollevati dalla stampa sulle motivazioni della Grazia.

Antonio Russo, invece, rimane in galera in attesa che il Tribunale di Sorveglianza di Roma – con incredibile lentezza, indifferente alla decisioni del Capo dello Stato – decida se concedergli i benefici di cui adesso avrebbe diritto.

Com’è possibile che un uomo come Russo Antonio di 88 anni, prossimo alla fine della pena, resti ancora in carcere dopo aver ricevuto una Grazia dal Presidente della Repubblica? È una domanda semplice e proprio per questo è pericolosa, perché non ammette risposte complesse.

La Grazia ad Antonio Russo è arrivata in tempi rapidi, quasi sorprendenti, un atto alto come devono esserlo gli atti di clemenza, deciso, chiaro, umano, un gesto che lo Stato compie quando riconosce che la pena da sola non basta più a rappresentare la Giustizia.

Eppure, subito dopo tutto si ferma, o meglio si rompe, perché il tempo del Tribunale di Sorveglianza di Roma non è un tempo che scorre, è un tempo che si inceppa, che si dilata senza produrre decisioni, che restituisce attese invece di risposte, un tempo che non accompagna la giustizia, ma finisce per svuotarla.

E allora la domanda non è più personale, diventa sistemica: perché lo stesso istituto produce effetti diversi a seconda del luogo in cui viene applicato? Questa è la vera anomalia, una giurisdizione di sorveglianza che non è uniforme sul territorio nazionale, che cambia volto, tempi e sensibilità a seconda dell’ufficio competente, dove al Nord sembra prevalere una logica attuativa, capace di accompagnare le decisioni e renderle effettive, mentre a Roma si impone una lettura più rigida, filtrante, che rallenta anche ciò che dovrebbe scorrere naturalmente.

Poi c’è l’altro caso umano, quello di Roberto Canulli, 78 anni, una lunga detenzione, un’altra richiesta di Grazia da noi avanzata, perché una richiesta di differimento pena per motivi di salute richiesta anni prima continua a non trovare risposta, con un’udienza fissata dopo un’interminabile attesa e poi rinviata perché mancano gli atti essenziali, le informative e la sintesi trattamentale. Intanto le scorte che dovrebbero portare Canulli in ospedale per curarsi vengono sempre soppresse e le sue condizioni di salute continuano a peggiorare.

Infine, citiamo il problema umano di uno di noi due: il padre di Fabio, con un’età di 93 anni, si è rotto due femori nel giro di poche settimane, ma quando Fabio ha richiesto un permesso di poche ore per andare a trovarlo, la risposta è stata negativa, perché secondo il giudice il padre non è in pericolo di vita. Il permesso di necessità, che dovrebbe essere concesso davanti a eventi gravi e straordinari, viene ridotto a un istituto da fine vita, come se l’umanità fosse concedibile solo nel momento dell’ultimo respiro, come se la sofferenza non bastasse.

Non sono singoli casi quelli che abbiamo raccontato, è un sistema, è quella Emergenza Negata che abbiamo descritto nel nostro libro, un sistema che continua a produrre numeri, statistiche, dati sulle concessioni, ma che non racconta quando quelle concessioni arrivano davvero.

Perché il vero dato che manca è questo, molti benefici vengono riconosciuti dalla Sorveglianza di Roma non quando la legge lo consente, ma quando la pena è ormai finita o prossima a finire, così il sistema può apparire formalmente funzionante, ma sostanzialmente è inefficace, perché concedere un beneficio a fine pena non è applicarlo, è certificare a posteriori ciò che non si è avuto il coraggio o la capacità di riconoscere prima.

Perché la funzione della pena non è abbandonare qualcuno chiuso fino all’ultimo giorno in una cella, è costruire un percorso che, quando possibile, porti fuori prima, in modo graduale, responsabile, umano. È quello che accade in realtà più efficienti, come la Magistratura di sorveglianza di Milano, dove gli istituti giuridici vengono applicati nel tempo giusto, non alla fine della pena quando non servono più.

Perché una Grazia che non libera, un tempo che non decide e un sistema che arriva sempre dopo, non sono solo problemi amministrativi, sono il segno di una giustizia che rischia di arrivare sempre troppo tardi.

Gianni Alemanno e Fabio Falbo

10/05/2026
Ciao Andrea💔
29/04/2026

Ciao Andrea💔

DIARIO DI CELLA 55. UNA BARELLA CI PASSA DAVANTI: ANDREA HA DECISO DI FARLA FINITA, LASCIANDO UN FIGLIO DI 10 ANNI. UN COMUNICATO SINDACALE CI INFORMA DI UNA RIVOLTA DI IMMIGRATI AL BRACCIO G11. CRONACHE DRAMMATICHE DI UN CARCERE SOVRAFFOLLATO.
Riceviamo da Gianni Alemanno e pubblichiamo nel rispetto delle norme dell’Ordinamento.

Rebibbia, 26 aprile 2026 – 478° giorno di carcere.
Nel primo pomeriggio di giovedì eravamo davanti all’aula universitaria di Tor Vergata, nell’area carceraria comune, dove si incrociano persone detenute di tutti i bracci. Con la coda dell’occhio vediamo passare una barella, ma il corpo che vi è adagiato è completamente coperto fino alla testa.
Poco dopo ci arriva la notizia: Andrea Ben Maatoug, cittadino italiano di 36 anni (da compiere il 29 aprile prossimo), detenuto nel braccio G11, si è tolto la vita impiccandosi in cella.
Si incrociano le voci, ci viene detto che lavorava nella cucina centrale, decidiamo di passare di lì per incontrare i suoi colleghi di lavoro. Ci vengono incontro con gli indumenti di cucina previsti dai regolamenti sanitari, sembrano tanti chirurghi usciti da una sala operatoria. Ma il loro sguardo è vuoto, gli occhi lucidi.
Anche l’ispettore della Penitenziaria preposto alla cucina è costernato. “Andrea era un bravo ragazzo, amico di tutti, ma da tempo faceva discorsi confusi, diceva di avere delle visioni, non stava bene con la testa” ci dicono queste persone, detenute e detenenti. Si intuisce l’angoscia che viene dalla domanda inespressa: “abbiamo fatto abbastanza per evitare questo tragico epilogo?”.
Nei giorni successivi si aggiungono altri particolari. Andrea aveva un figliastra detenuto con lui e aveva chiesto un permesso per passare qualche ora con la sua compagna e con il figlio di 10 anni. Ma questo permesso, non si sa perché, era stato rigettato.
Aveva appena terminato il suo turno di lavoro in cucina, un’attività ordinaria, quotidiana, che racconta di una persona inserita nella vita dell’istituto. Rientrato nel reparto G11, si era ritirato nella sua cella, poco dopo un compagno andando in bagno l’ha trovato impiccato alla finestra del bagno. “Nonostante il tempestivo intervento del personale di polizia penitenziaria, che ha operato con encomiabile dedizione nel tentativo di salvare la vita al ristretto, l’esito è stato purtroppo fatale” recita un comunicato stampa diffuso venerdì scorso dal Sindacato OSAPP della Polizia Penitenziaria.
Si deve a questo comunicato se questa volta, a differenza di altri casi passati, la notizia del suicidio in carcere è stata diffusa agli organi di stampa, sollevando peraltro poca attenzione. Non dovrebbe essere l’Amministrazione penitenziaria a dare la notizia ufficiale di queste tragedie, anche per provare a offrire una spiegazione dell’accaduto e per spingere l’opinione pubblica e la politica a riflettere sulla situazione delle carceri italiane? Domenica, durante la Santa Messa, Padre Lucio ci ha detto che con Andrea siamo già a 18 suicidi di persone detenute dall’inizio dell’anno.

La morte di un uomo in carcere non è mai un fatto privato, è sempre un fallimento pubblico. Il carcere è un luogo chiuso, integralmente governato dall’Amministrazione pubblica, dove ogni aspetto della vita è regolato, vigilato, deciso dall’esterno, chi vi è ristretto non può allontanarsi, non può cercare aiuto altrove, non può sottrarsi. Se una persona arriva a togliersi la vita in questo contesto, significa che il dovere di cura, protezione e tutela è venuto meno, non necessariamente per un singolo errore, ma per una serie di scelte sistemiche. Il sovraffollamento produce condizioni disumane e degradanti ormai strutturali, che continuano però a essere disconosciute, anche quando vengono richieste forme di ristoro o di riconoscimento giudiziario, secondo quanto previsto dalla legge.
In un simile contesto mancano gli psicologi, gli psichiatri, gli educatori, manca il tempo necessario per ascoltare davvero le persone. A presidiare quotidianamente la dimensione umana restano spesso solo cappellani, pastori e volontari, figure preziose ma che non possono e non devono sostituire lo Stato nei suoi obblighi fondamentali.
Diventa allora imprescindibile porsi domande semplici e concrete. Quanti colloqui aveva avuto Andrea con uno psicologo, con uno psichiatra, con un educatore? Anche perché lo sapevano tutti che stava attraversando un periodo difficile. Il rigetto del permesso per andare a trovare la famiglia è stato valutato anche nel suo impatto emotivo e trattamentale, oppure è stato deciso come un atto automatico, scollegato dalle condizioni reali della persona che lo subiva?
In questo quadro non può non essere chiamato in causa anche il ruolo del Garante delle persone private della libertà personale nazionale e della Regione Lazio. La normativa istitutiva assegna al Garante compiti precisi, monitorare le condizioni di detenzione, segnalare criticità, intervenire presso le amministrazioni competenti, riferire pubblicamente ai cittadini e alle istituzioni rappresentative. Ci chiediamo allora se questa morte, come le altre, siano state oggetto di una relazione formale e perché non sono state pubblicamente denunciate. Il compito del Garante non è soltanto visitare, ma anche rompere il muro dell’invisibilità che circonda il carcere.
Il Tribunale di Catanzaro ha recentemente condannato il Ministero della Giustizia a risarcire con 400 mila euro la famiglia di una persona detenuta suicidatosi nel carcere di Alghero, riconoscendo la responsabilità dell’Amministrazione per la mancata attuazione di misure di tutela, pur formalmente previste. Una decisione che non restituisce una vita, ma afferma un principio fondamentale, una persona detenuta non può essere abbandonata all’inerzia del sistema.
Qui, però, il punto non è il risarcimento, nessuna somma colma il vuoto lasciato da Andrea a un figlio di soli 10 anni, il punto è quello di evitare che i suicidi continuino a ripetersi e questa necessità chiama direttamente in causa la politica.
Perché si ricorre con tanta facilità ai Decreti Legge per introdurre nuove norme sulla sicurezza, nuovi reati, nuovi strumenti di controllo e non si utilizza mai uno strumento legislativo, anche meno immediato, per affrontare l’urgenza più evidente del sistema penitenziario italiano che è quella di decongestionare le strutture? Possibile che non si comprenda come questa politica alimenti esattamente le condizioni che portano a tragedie come quella avvenuta a Rebibbia?

Torniamo al comunicato del Sindacato OSAPP: “Nella tarda serata di venerdì 24, alla sezione C del piano terra del G11 un gruppo di detenuti di nazionalità magrebina ha innescato una violenta rivolta: utilizzando una branda come ariete, hanno forzato il cancello della stanza detentiva, appiccando incendi ai materassi. Solo ed esclusivamente grazie alla straordinaria prontezza, al coraggio e alla professionalità del personale presente, che ha operato in condizioni di estremo pericolo, è stato possibile evitare conseguenze ancora più catastrofiche.” E il comunicato conclude: “è necessario far emergere i numeri di una debacle gestionale: Rebibbia, a fronte di una capienza regolamentare di circa 1.100 unità, ne ospita attualmente circa 1.700, con una gravissima carenza di personale di Polizia penitenziaria pari a 200 unità. Un sovraffollamento cronico che l’OSAPP denuncia da tempo, scontrandosi tuttavia con l’indifferenza dell’attuale gestione istituzionale…”
Non abbiamo nient’altro da aggiungere. Dobbiamo solo fermare il pensiero su quel ragazzino di 10 anni che non ha più un padre.

Gianni Alemanno e Fabio Falbo

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Rome
00197

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