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Quando chi fuggiva accettava un rischioLeggendo in questi giorni di vicende risalenti agli anni del terrorismo, mi sono ...
31/05/2026

Quando chi fuggiva accettava un rischio

Leggendo in questi giorni di vicende risalenti agli anni del terrorismo, mi sono imbattuto in una frase singolare pronunciata da Massimo Carminati, rievocando l’episodio in cui, al valico del Gaggiolo, venne gravemente ferito dalla polizia e p***e l’occhio sinistro.

Il fatto risale ai primi anni Ottanta. Carminati si trovava a bordo di un’auto diretta verso il confine svizzero. La Digos era appostata e l'intervento fu violentissimo: vennero esplosi numerosi colpi e Carminati fu raggiunto al volto. Sui successivi sviluppi giudiziari nei confronti degli agenti le ricostruzioni disponibili non sono del tutto chiare; si è parlato di un procedimento per eccesso colposo a carico degli agenti, poi definito per amnistia, ma non ho trovato dati certi.

Il punto è però che, anni dopo, parlando di quella vicenda, Carminati disse sostanzialmente di non essersi costituito parte civile contro i poliziotti perché, in quel tempo, riteneva giusto che la polizia sparasse contro chi si poneva fuori dalla legge.

La frase mi ha colpito perché restituisce il clima di un’epoca nella quale ancora chi delinqueva sapeva quale rischio si assumeva. Se fuggivi, se ti sottraevi a un controllo, se eri ricercato e tentavi di varcare un confine, mettevi in conto anche la reazione armata dello Stato. Era una possibilità concreta, non uno scandalo automatico.

Oggi la percezione sembra molto diversa. Ogni intervento di polizia viene spesso giudicato a posteriori, con il scivoloso criterio della proporzionalità, nato per impedire abusi ma che l' art. 53 cp in realtà non menziona e che diventa un vincolo paralizzante per chi è in servizio.

Infatti, la strada non è un’aula universitaria. Chi interviene deve decidere in pochi secondi, davanti a persone che possono essere armate, in fuga, pericolose, imprevedibili. Non può essere lasciato solo tra il rischio fisico dell’azione e il rischio giudiziario della reazione.

Nessuno chiede uno Stato senza regole. Ma uno Stato che pretende dalle proprie forze dell’ordine di affrontare il pericolo reale con criteri pensati solo dopo, a mente fredda, finisce per disarmarle prima ancora che entrino in servizio.

Allora quella frase, proprio perché proveniente da chi proveniva, ci rammenta che un tempo perfino chi stava dall’altra parte della legge sapeva che sfidare lo Stato comportava conseguenze e rischi sproporzionati. Oggi questa consapevolezza è stata sostituita dal criterio opposto e sembra che a dover giustificare ogni cosa sia sempre e soltanto chi rappresenta lo Stato. Così è troppo comodo fare oggi il delinquente in Italia.
Occorre un urgente cambio di prospettiva giuridica prima nessuno voglia più fare il poliziotto, così come il calo dei partecipanti ai concorsi sembra chiaramente avvertirci.

Sicurezza e civiltà giuridica, un binomio possibile Il tema della sicurezza viene spesso affrontato come se dipendesse s...
28/05/2026

Sicurezza e civiltà giuridica, un binomio possibile

Il tema della sicurezza viene spesso affrontato come se dipendesse soltanto dall’efficienza delle forze dell’ordine. In realtà c’è un elemento più delicato: il sistema di garanzie che abbiamo costruito in Italia e in Europa.

L’Italia è erede di una tradizione giuridica antichissima. Da Roma in poi, il diritto è stato uno dei nostri grandi prodotti culturali esportati in tutto il mondo. L’Europa moderna, poi, soprattutto dalla nascita dello Stato moderno in avanti, ha progressivamente sancito principi, limiti al potere pubblico, diritti individuali, garanzie processuali, tutela della libertà personale, tutela della riservatezza, protezione della persona contro gli abusi dello Stato.

È un patrimonio enorme, ma anche un costo: ogni nuovo diritto riconosciuto al cittadino, o meglio al delinquente, comporta, quasi sempre, una corrispondente riduzione dei poteri dello Stato e, quando si parla di sicurezza, questo diventa un problema concreto.

La tecnologia oggi consentirebbe controlli molto più efficaci. Il riconoscimento facciale, ad esempio, potrebbe essere uno strumento utilissimo per rintracciare latitanti, ricercati, soggetti destinatari di misure cautelari o persone pericolose già note alle autorità. Non si tratterebbe di usare la tecnologia contro il cittadino qualunque, ma di trovare chi deve essere arrestato, chi si sottrae alla giustizia, chi rappresenta un pericolo reale.

Eppure, appena si propongono questi strumenti, la discussione si blocca davanti ad altri principi: privacy, riservatezza, protezione dei dati personali, rischio di controllo generalizzato.

Sono obiezioni serie, per ca**tà. Il problema è capire quale sia la priorità. Davvero la tutela astratta della riservatezza deve impedire allo Stato di usare strumenti tecnologici per catturare un latitante? Davvero una videocamera intelligente, usata con regole chiare e controlli precisi, è più pericolosa del criminale che quella videocamera potrebbe aiutare a trovare?

Quindi, la sicurezza non è bloccata dalla mancanza di mezzi o di personale, ma spesso da una cultura giuridica che tende a considerare ogni rafforzamento dei poteri pubblici come una potenziale minaccia di diritti fondamentali.

Il risultato è paradossale perché il diritto nasce per proteggere la società, ma, se diventa eccessivamente rigido, ne ostacola la protezione.

Nella storia italiana, i fenomeni criminali più gravi non sono stati affrontati con gli strumenti ordinari. Contro il terrorismo, contro la mafia stragista, contro emergenze particolarmente gravi, lo Stato ha introdotto norme speciali, regimi più severi, strumenti investigativi più incisivi, discipline derogatorie rispetto al quadro ordinario.

Oggi non siamo negli anni di piombo né nella stagione delle stragi mafiose. Se, però, ogni intervento più incisivo viene subito presentato come autoritario o liberticida, allora la sicurezza, quella vera, resta un miraggio.

Molte soluzioni esistono già: più tecnologia, banche dati meglio collegate, riconoscimento facciale per finalità mirate, maggiore possibilità di controllo del territorio, procedure più rapide, minori vincoli operativi per chi deve intervenire, maggiore tutela giuridica per le forze dell’ordine.

Il problema è conciliare queste soluzioni con il livello di garanzie che l’ordinamento (soprattutto europeo) considera ormai intoccabile.

Da questo punto di vista, il confronto con gli Stati Uniti è utile. Non perché il modello americano sia necessariamente migliore. Ha problemi enormi, anche sul piano della violenza, del rapporto tra polizia e cittadini, del sistema carcerario. Però ha una cultura diversa: tende ad accettare con meno difficoltà strumenti repressivi e investigativi che in Europa sarebbero visti subito con sospetto.

La domanda da porsi è quindi: fino a che punto possiamo continuare ad aggiungere garanzie senza ridurre troppo la capacità dello Stato di difendere i cittadini?

La sicurezza non è un diritto minore. Non è un tema secondario rispetto alla privacy, alla libertà personale o alle garanzie processuali, anzi. È la precondizione che consente a tutti gli altri diritti di esistere. Un cittadino aggredito per strada, rapinato in casa o lasciato solo davanti alla violenza non si sente più libero solo perché vive in un ordinamento pieno di garanzie astratte.

La questione è ristabilire una gerarchia ragionevole. Alcuni diritti devono poter arretrare, in modo limitato e controllato, quando è necessario tutelare la sicurezza collettiva.

Servono norme chiare che dicano quando uno strumento può essere usato, da chi, per quali finalità, con quali controlli e con quali responsabilità in caso di abuso. Ma servono anche norme che abbiano il coraggio di ammettere che lo Stato non può combattere il crimine con le mani legate.

Oggi, il crimine sfrutta la tecnologia, conosce i limiti dell’ordinamento, approfitta delle garanzie di civiltà. Lo Stato, invece, procede con cautele infinite, timori amministrativi, vincoli interpretativi, rischi giudiziari per chi interviene, sospetti ideologici verso ogni strumento efficace.

Questa sproporzione va corretta.
La civiltà giuridica europea resta un valore, ma non può diventare un ostacolo alla sicurezza dei cittadini. Il diritto deve servire l’uomo, non paralizzarlo. Se alcuni principi, nati per proteggere la libertà, finiscono per impedire allo Stato di proteggere le persone, allora quei principi vanno ridiscussi.

Non invoco meno civiltà, ma una civiltà più realistica, che non abbia paura della forza pubblica quando è regolata dalla legge. Una civiltà che sappia distinguere tra abuso del potere e uso legittimo del potere. Una civiltà che capisca che, senza sicurezza, tutti i diritti diventano formule scritte sulla carta.

Inseguimenti: dovere d’ufficio o rischio penale?La sottile linea tra fuga passiva e resistenza attiva e perché l’Italia ...
23/05/2026

Inseguimenti: dovere d’ufficio o rischio penale?
La sottile linea tra fuga passiva e resistenza attiva e perché l’Italia ha bisogno di regole d'ingaggio chiare.

Il link è nel primo commento.

Il coraggio di chi non ha avuto paura nemmeno della leggeLa cronaca di Modena consegna all’Italia tre nomi che meritano ...
18/05/2026

Il coraggio di chi non ha avuto paura nemmeno della legge

La cronaca di Modena consegna all’Italia tre nomi che meritano ammirazione: Luca Signorelli, Osama Shalaby e Mohammed Shalaby, intervenuti per fermare Salim El Koudri dopo l’investimento dei passanti. Signorelli è stato ferito mentre tentava di bloccarlo; padre e figlio egiziani sono poi intervenuti contribuendo a disarmarlo e immobilizzarlo.

Sono eroi due volte. Innanzitutto, perché non hanno esitato a mettere a rischio la propria vita davanti a un uomo armato di coltello. In un tempo in cui spesso si filma tutto e si interviene poco, loro hanno scelto l’azione. Hanno visto il pericolo, hanno capito che bisognava fermarlo e lo hanno fatto. Senza calcoli, senza riunioni, senza attendere che qualcun altro si assumesse il rischio.

Sono però eroi anche sotto un altro profilo perché in Italia chi interviene contro un aggressore non deve temere soltanto la lama del delinquente, ma anche quella, più sottile e non meno dolorosa, della legge.

Lo sanno bene le forze dell’ordine, che ogni giorno sono chiamate a “dosare” la reazione davanti a soggetti violenti, armati, alterati, imprevedibili. Devono fermare, ma senza stringere troppo. Devono neutralizzare, ma senza eccedere. Devono impedire il male, ma guai se, nella concitazione di pochi secondi, il male ricade addosso a chi lo ha provocato.

Allora immaginiamo cosa sarebbe accaduto se, durante quella colluttazione, l’aggressore fosse caduto, avesse battuto la testa e fosse morto. Oggi forse parleremmo degli stessi cittadini non più come eroi, ma come indagati. Forse leggeremmo dotte analisi sulla proporzionalità della reazione, sulla necessità del gesto, sulla possibilità di attendere, arretrare, contenere, chiamare aiuto. Tutte valutazioni comodissime quando si è seduti a una scrivania, molto meno quando davanti c’è un uomo con un coltello.

Il punto è che un ordinamento serio deve certamente impedire vendette, linciaggi e abusi. Nessuno vuole sostituire lo Stato con la giustizia privata, ma uno Stato serio deve anche evitare che il cittadino onesto, nel momento in cui potrebbe salvare una vita, resti paralizzato dalla paura di rovinarsi la propria e, magari, di dover poi risarcire un malvivente.

La proporzionalità, da principio giuridico di civiltà, rischia di diventare un freno mentale e morale. Un vincolo astratto che il cittadino comune non sa tradurre in concreto mentre un aggressore corre, colpisce, accoltella. E quando la legge diventa incomprensibile proprio nei momenti in cui servirebbe più chiarezza, non produce civiltà: produce esitazione.

Per questo, il caso di Modena non deve essere solo occasione di applausi, ma di riflessione. Dobbiamo ringraziare Signorelli, Osama e Mohammed Shalaby, ma anche chiederci quanti altri, al loro posto, avrebbero avuto la stessa prontezza e quanti, invece, si sarebbero fermati non per paura del coltello dell’aggressore, ma per paura della sciabola del legislatore.

Chi difende sé stesso o gli altri da una violenza grave e attuale deve sapere che lo Stato è dalla sua parte, non dopo anni di processo, non dopo essere stato socialmente distrutto e non dopo aver speso soldi, salute e reputazione. Deve saperlo prima, nel momento decisivo dell' azione.

In questa nuova puntata del vodcast di InfoDifesa, affrontiamo le criticità normative e le sfide della Polizia Locale in...
17/05/2026

In questa nuova puntata del vodcast di InfoDifesa, affrontiamo le criticità normative e le sfide della Polizia Locale in Italia.

Insieme a Emiliano Malato, ospitiamo il Colonnello Antonio Piricelli, Comandante della Polizia Locale di Afragola, per un'analisi senza filtri della realtà operativa e normativa del comparto

Il link della puntata è nel primo commento

Chi rischia di più in un inseguimento: il criminale che scappa o il poliziotto che lo rincorre? Ne parliamo nella nuova ...
10/05/2026

Chi rischia di più in un inseguimento: il criminale che scappa o il poliziotto che lo rincorre?

Ne parliamo nella nuova puntata del vodcast di Infodifesa. Il link è nel primo commento.

Poliziotti indagati: lo scudo fa cilecca La stampa ha riportato la notizia di cinque poliziotti indagati ad Aosta dopo u...
09/05/2026

Poliziotti indagati: lo scudo fa cilecca

La stampa ha riportato la notizia di cinque poliziotti indagati ad Aosta dopo un inseguimento conclusosi con la morte del fuggiasco. Come sempre, non conoscendo gli atti, tacerò sul merito della vicenda. Non sappiamo che cosa sia accaduto, quali siano le condotte contestate, quali accertamenti siano stati disposti né quale sia l’effettivo quadro probatorio.

Un dato politico e giuridico, però, emerge già con chiarezza: il cosiddetto “scudo penale” previsto dall’ultimo decreto sicurezza non è scattato e comunque non è uno scudo. Non lo è penalmente, perché non esclude né limita alcuna responsabilità. Non lo è processualmente, perché non impedisce alcun procedimento. È, nella migliore delle ipotesi, una diversa etichetta burocratica: non più immediata iscrizione nel registro ordinario degli indagati, ma annotazione preliminare in un diverso contenitore, quando risulti evidente la presenza di una causa di giustificazione.

Il problema è che l’evidenza della causa di giustificazione, nella pratica, è quasi impossibile. Inoltre, se una scriminante è davvero evidente, già prima della riforma, il pubblico ministero ha strumenti per evitare l'iscrizione nel modello 21. Se invece occorrono accertamenti, consulenze, ricostruzioni tecniche, esami testimoniali, allora quella evidenza non c’è e il poliziotto finisce comunque dentro il procedimento, con tutto il peso mediatico, personale e professionale che in Italia accompagna lo status di indagato. È ciò che sta accadendo ad Aosta.

Tutto ciò accade perché abbiamo trasformato l’informazione di garanzia in un marchio d’infamia. Nel codice di procedura penale, nasceva come strumento di tutela: informare una persona che sono in corso accertamenti nei suoi confronti affinché possa difendersi. Nell’immaginario pubblico, invece, è diventata una condanna anticipata e, quando a riceverla è un appartenente alle forze dell’ordine, l’effetto è ancora più grave e chi interviene in pochi secondi, spesso in condizioni di pericolo, viene poi giudicato per mesi o anni con la comodità retrospettiva di chi ha tutto il tempo per ricostruire, sezionare, dubitare.

Il Governo ha avuto il merito politico di riconoscere il problema, ma non ha centrato il rimedio. Ha scelto una tutela apparente, più mediatica che sostanziale: un registro diverso, ma l’operatore resta esposto allo stesso procedimento, allo stesso clamore, alla stessa incertezza.

Se davvero si vuole proteggere chi serve lo Stato in condizioni estreme, occorre avere il coraggio di introdurre uno scudo penale serio ed effettivo: non l’impunità, che nessuno chiede, ma protocolli operativi predeterminati nelle attività di servizio ad alto rischio ed esclusione della responsabilità quando vengono osservati, se non per colpa grave. Il criterio è già stato adottato, durante la Pandemia, per i medici, solo che fatichiamo a riconoscere che il poliziotto, il carabiniere, il finanziere vivono l'emergenza in strada, dal primo all’ultimo giorno di servizio.

Il punto, allora, non è sottrarre le forze dell’ordine al processo e al cosiddetto atto dovuto (che, checché se ne dica, è effettivamente dovuto), ma evitare che la legge, applicata senza comprensione della complessità dell’azione operativa demandata ai cittadini in uniforme, finisca per paralizzare chi dovrebbe difenderci.
Il Governo ha avuto il merito di aver inquadrato l'esigenza (morale, politica e giudiziaria), ma l'ha affrontata con un rimedio inefficace.

Sicurezza: nuove assunzioni o ottimizzazione delle risorse?Quando si reclama più sicurezza, la promessa politica più ric...
03/05/2026

Sicurezza: nuove assunzioni o ottimizzazione delle risorse?

Quando si reclama più sicurezza, la promessa politica più ricorrente è quella di fare nuove assunzioni nelle forze dell’ordine. È una risposta in sé comprensibile perché i cittadini vedono interi quartieri senza presidio, stazioni abbandonate al degrado, aggressioni sui mezzi pubblici, furti, spaccio, microcriminalità diffusa e giustamente chiedono più polizia, più carabinieri, più controlli.

Prima di promettere nuovi agenti, però, la Politica dovrebbe chiedersi se quelli che abbiamo, li stiamo davvero usando tutti per fare sicurezza.

In Italia, il problema non è il numero degli appartenenti alle forze dell’ordine (percentualmente più alto che in molti altri Stati), ma il modo in cui vengono impiegati.
Troppi operatori formati per il controllo del territorio, l’investigazione, l’ordine pubblico, la prevenzione e la polizia giudiziaria finiscono infatti chiusi in uffici amministrativi, sportelli, archivi, segreterie, servizi logistici o incarichi di rappresentanza. Restano formalmente poliziotti, carabinieri o finanzieri, ma nella sostanza diventano impiegati o addirittura operai impegnati nella manutenzione di impianti.

Il caso dei passaporti è emblematico. È giusto che l’autorità di pubblica sicurezza mantenga i controlli sensibili, ma non serve un agente di polizia per gestire appuntamenti, ricevere documenti, controllare moduli, scannerizzare allegati, protocollare pratiche o consegnare libretti.

Lo stesso vale per i permessi di soggiorno: identificazione dubbia, falsi documentali, espulsioni e profili di pericolosità devono restare alla polizia, ma rinnovi seriali, integrazioni documentali, convocazioni e attività di sportello sono amministrazione, non sicurezza operativa.

Anche in materia di porti d’armi, licenze di polizia, agenzie d’affari, vigilanza privata, sale giochi, spettacoli, autorizzazioni e rinnovi, la distinzione dovrebbe essere netta: istruttoria amministrativa ai civili, valutazione di sicurezza alla polizia. Il poliziotto deve intervenire quando serve giudicare affidabilità, pericolosità, precedenti, rischio concreto, non quando si tratta di controllare una scadenza o aggiornare un fascicolo.

Poi c’è tutta la burocrazia interna: protocollo, archivi, contabilità, logistica, magazzini, automezzi, manutenzioni, centralini, portinerie, notifiche ordinarie, cerimoniale. Sono funzioni utili, ma non sono funzioni di polizia.

Il tema degli autisti è particolarmente indicativo. L’autista di una scorta svolge una funzione di sicurezza. L’autista di rappresentanza, l’accompagnamento ordinario di un dirigente, il trasporto non operativo di persone o documenti, invece, potrebbero essere svolti da personale civile o da servizi dedicati. Non ogni spostamento di un’autorità richiede un operatore di polizia sottratto ad altri compiti.

Ogni agente impiegato stabilmente in questi compiti è una pattuglia in meno, un investigatore in meno, una presenza in meno sul territorio.

Si aggiunga il tema dell’ausiliaria. Lo Stato dispone di personale esperto, formato, spesso ancora valido e disponibile, che dopo il limite ordinamentale resta per alcuni anni in una posizione di disponibilità. Questo patrimonio viene utilizzato in modo discontinuo, talvolta per nulla. Paghiamo una disponibilità e poi non sempre la trasformiamo in servizio utile.
Gli appartenenti alle forze dell’ordine in ausiliaria, se idonei e disponibili, potrebbero essere impiegati in funzioni compatibili con età ed esperienza: supporto amministrativo qualificato, formazione dei giovani, tutoraggio, analisi, pianificazione, vigilanza di sedi non sensibili, rapporti con enti locali, sicurezza amministrativa, educazione alla legalità, protezione civile. Non si tratta di mandarli in ordine pubblico o nei servizi più usuranti, ma di non disperdere la loro professionalità.

Si potrebbe anche consentire, su base volontaria e previa idoneità fisica, la permanenza in servizio per altri cinque anni oltre il limite ordinario, almeno per incarichi compatibili. Conosco personalmente appartenenti alle forze dell’ordine che, raggiunta l’età pensionabile, avrebbero voluto continuare a servire lo Stato. In un Paese che lamenta carenze di organico, mandarli automaticamente a casa è poco razionale.

Una riforma seria dovrebbe quindi muoversi in tre direzioni: liberare il personale operativo dalla burocrazia impropria; utilizzare tutto il personale in ausiliaria; consentire a chi vuole e può di proseguire il servizio in mansioni adeguate.

Solo dopo, si potranno prendere un considerazione nuove assunzioni. Altrimenti, continueremo a riempire un secchio bucato: nuovi agenti entreranno nel sistema, ma il sistema continuerà ad assorbirli in sportelli, archivi, uffici, autisti, segreterie e pratiche amministrative.

La sicurezza non si misura dalle consistenze organiche, ma da quanti operatori siano concretamente disponibili per proteggere i cittadini oltreché (anzi, soprattutto) dall'eliminazione dei troppi limiti operativi imposti loro dalla legge, che è il vero grande problema mai davvero affrontato da qualsiasi Governo, anche di destra.

Liberi dai liberatori?Se Trump non fosse solito smentire oggi ciò che ha dichiarato ieri e domani ciò che rettifica oggi...
02/05/2026

Liberi dai liberatori?

Se Trump non fosse solito smentire oggi ciò che ha dichiarato ieri e domani ciò che rettifica oggi, la notizia del possibile ritiro delle truppe americane dall’Italia meriterebbe una riflessione seria e pacata.

Il Presidente USA ha, infatti, lasciato intendere che potrebbe rivedere la presenza militare americana in Italia e in Spagna perché i due Paesi non sarebbero stati collaborativi nella guerra contro l’Iran. Per lo stesso motivo, sarebbe anche pronto a togliere 5000 soldati dislocati in Germania. Ora, al netto della consueta teatralità trumpiana, della formula certamente vaga e del fatto che la politica estera americana procede da tempo per minacce, annunci, ritrattazioni e colpi di teatro, la dichiarazione ha il pregio involontario di suscitare una riflessione troppo spesso rinviata.

Un’alleanza tra Stati, per essere tale, presuppone non necessariamente una parità di forza, ma almeno una pari dignità politica. L’alleato non è il vassallo nè il territorio di servizio sul quale installare basi, depositi, comandi, radar, velivoli e poi pretendere obbedienza automatica ogni volta che Washington decide che una nuova guerra sia necessaria e giusta.

La minaccia di Trump dovrebbe essere accolta con meno panico e con più lucidità, non perché l’Italia debba diventare antiamericana né perché si debba negare che la presenza statunitense abbia avuto, nel secondo dopoguerra, anche una funzione di contenimento, stabilizzazione e protezione. Sarebbe ingiusto negarlo, ma sarebbe infantile continuare a raccontarci, dopo ottant’anni, la favola consolatoria di un Paese “liberato” e dunque eternamente debitore.

Innanzitutto, la Storia ci dice che gli americani non arrivarono in Italia per liberarci, ma per combatterci, vista la nostra sciagurata idea di dichiarare loro guerra. Fino all’armistizio dell’8 settembre 1943, l’Italia è stata a tutti gli effetti un Paese nemico che, infatti, gli alleati invasero e bombardarono. La liberazione subentrò dopo una vicenda molto più complessa nella quale il popolo italiano pagò il conto terribile delle scelte del regime, della guerra civile, dell’occupazione tedesca, dell’avanzata alleata e del crollo dello Stato. Tutto ciò ci indusse ad un armistizio che, seppure sacrosanto ed inevitabile, è stato comunque, dal punto di vista militare, un tradimento del precedente alleato e che, per le sue maldestre modalitá, spiazzó i nostri stessi militari dislocati al fronte, con le tragiche conseguenze a tutti note.

Il problema è che questa invasione evolutasi in liberazione in corso d'opera è diventata una condizione permanente e che da allora sembriamo non essere mai più diventati pienamente adulti. Abbiamo celebrato i liberatori, ma non sempre abbiamo avuto il coraggio di chiedere loro quando avrebbero tolto le tende.

Il tema è serio e non va affrontato ideologicamente. Le basi americane nello Stivale sono infrastrutture militari, logistiche e strategiche che sono servite alla NATO, agli Stati Uniti e talvolta perfino all’Italia, ma che al contempo hanno collocato il nostro territorio dentro ogni crisi mediterranea, mediorientale e globale nella quale Washington ha deciso di proiettare forza. Secondo il Corriere della sera, gli Stati Uniti hanno attualmente circa 34.000 militari in Italia.

Allora, la domanda non è se Trump dica sul serio e se seguiranno i fatti (probabilmente no o non adesso), ma piuttosto perché l’Italia dovrebbe vivere come una catastrofe l’ipotesi che truppe straniere lascino il suo territorio dopo oltre ottant’anni dalla fine della guerra.

Se la permanenza americana è ancora necessaria alla nostra sicurezza, bisogna ammettere che non siamo ancora una potenza sovrana pienamente capace di difendersi. Se, invece, quella permanenza è soprattutto funzionale alla proiezione strategica degli Stati Uniti, allora bisogna avere il coraggio di aggiungere che essa serve soprattutto a loro. L’idea che l’Italia e l'Europa vengano rimproverate come uno scolaro disubbidiente perché non si sono allineate alla guerra contro l’Iran è però intollerabile.

Il merito involontario di Trump sta proprio nel dire ad alta voce ciò che la diplomazia normalmente avvolge in formule più educate, cioè che, per una certa visione americana, gli alleati sono tali finché obbediscono, ma, quando discutono, diventano ingrati; quando non partecipano, diventano inutili; quando esprimono prudenza, diventano sospetti.

Allora, se davvero il Presidente americano volesse ritirare le proprie truppe dall’Europa, bisognerebbe rispondergli senza isterie né rancori: prego, si accomodi. Con tempi ordinati, con accordi chiari e con rispetto reciproco, non sarebbe la fine dell’Occidente. Anzi, sarebbe, l’inizio di un rapporto più equilibrato, nel quale si smetterebbe di confondere la fedeltà con la subordinazione e l’alleanza con la minorità geopolitica.

Abbiamo celebrato per decenni il 25 aprile come festa della liberazione. Forse un giorno, se mai l’ultimo soldato straniero lascerà stabilmente il nostro territorio, potremo celebrare anche la liberazione dai liberatori.

Quel moderato di VannacciIl fenomeno che accompagna Roberto Vannacci da quando è entrato nel dibattito politico nazional...
23/04/2026

Quel moderato di Vannacci

Il fenomeno che accompagna Roberto Vannacci da quando è entrato nel dibattito politico nazionale è che ogni sua posizione viene giudicata estrema semplicemente perché dice cose che fino a pochi anni fa sarebbero parse elementari, oserei dire banali. Sicurezza, ordine, interesse nazionale, rispetto per le forze dell’ordine, realismo in politica estera, rifiuto di sacrificare gli italiani a guerre infinite o a scelte economiche autolesionistiche non sono il catalogo dell’estremismo, ma il vocabolario minimo della Politica così come la intendeva Pericle (“l’arte di vivere insieme”) o, quantomeno, di una destra che voglia ancora chiamarsi tale. Negli ultimi mesi, Vannacci ha ribadito pubblicamente questa linea, presentando un primo pacchetto di norme sulla sicurezza sotto lo slogan “tolleranza zero” e insistendo sul fatto che la sicurezza non riguarda solo la polizia, ma scuola, economia, commercio e vita quotidiana della comunità nazionale.

Sul tema della sicurezza, quando Vannacci dice che chi tocca un poliziotto deve finire in carcere per anni o quando denuncia la delegittimazione sistematica delle forze dell’ordine e la tolleranza verso ambienti violenti e centri sociali, non sta invocando uno Stato arbitrario. Sta semplicemente dicendo che, se lo Stato non protegge chi lo difende, abdica e, prima o poi, si estingue. Se un agente viene trasformato in bersaglio politico, mentre chi devasta una città viene giustificato, non siamo nella società liberale, ma nella resa della civiltà. Chiamare tutto questo “deriva autoritaria” è un vecchio espediente che serve a far passare per eccesso ciò che è mero buon senso.

Vannacci insiste da tempo sul fatto che la sicurezza non è un settore fra gli altri, ma il presupposto primario di ogni vita civile ordinata. Se nelle città cresce l’escalation criminale, se l’insicurezza entra nei trasporti, nei quartieri, nel commercio e perfino nelle scuole, non si risponde con le formule consolatorie, ma con più presenza e poteri dello Stato, più certezza della pena, più capacità di fermare chi delinque. In questo senso le sue prese di posizione non sono radicali, ma il sacrosanto tentativo di riportare la politica al suo compito primario, che è difendere i cittadini prima di rieducare i delinquenti.

Quando mette al centro gli interessi degli italiani, Vannacci viene trattato come se stesse pronunciando una bestemmia civile. Eppure, anche su questo tema, il Generale è quasi banale. A febbraio i deputati di Futuro Nazionale hanno sostenuto che continuare a spendere miliardi per armare Kiev non tutela gli interessi degli italiani e che quelle risorse sarebbero meglio impiegate per la sicurezza interna e per rafforzare le forze dell’ordine oggi giuridicamente disarmate rispetto all’aumento della criminalità. Si può condividere o meno la proposta, ma non la si può onestamente definire f***e perché è la traduzione politica del principio chiarissimo che un governo degno di questo nome deve preoccuparsi anzitutto della sicurezza, del benessere e della tenuta sociale del proprio popolo.

Lo stesso schema si ripete sulla guerra. Vannacci è stato dipinto spesso come “filorusso”, ma quando si leggono le sue dichiarazioni il senso è un altro: lui afferma di non essere pro Putin, bensì pro italiano e pro europeo, e da questa premessa trae la conclusione ragionevole che prolungare la guerra tra Ucraina e Russia è deleterio per l’Europa, per l’Italia e perfino per la stessa Ucraina. Ha aggiunto che i costi del conflitto ricadono sugli ucraini in primo luogo, ma poi anche sugli europei e sugli italiani attraverso energia più cara, perdita di competitività industriale e impiego di risorse pubbliche crescenti. Questo non è estremismo, ma banale distinzione tra solidarietà e suicidio.

Perfino sull'Europqa, altro terreno in cui basta una parola fuori copione per essere scomunicati, la sua posizione è stata presentata come scandalosa quando è in realtà la forma più classica del ragionamento nazionale. Vannacci ha detto che l’Italia, pur restando nella NATO, dovrebbe difendere i propri interessi come fa la Turchia. Ha sottolineato che l’Europa è entrata in una crisi acutissima anche per aver rinunciato alle forniture russe e che occorre riaprire i rubinetti di petrolio, gas e fertilizzanti con Mosca, “fare i nostri interessi”. Si può discutere la formula, ma la sostanza è difficilmente liquidabile come estremista: un Paese serio non rompe i propri legami economici strategici per posa ideologica se il prezzo lo pagano famiglie, imprese e lavoro.

Vannacci viene accusato di estremismo perché dice ad alta voce cose che l’establishment considera ormai indicibili, ma che i cittadini – esausti - anelano: che la sicurezza viene prima delle astrazioni; che i poliziotti vanno difesi e non processati politicamente a ogni intervento; che la criminalità si reprime e non si giustifica; che l’interesse degli italiani viene prima degli equilibri propagandistici internazionali; che una guerra inutile e sempre più costosa non diventa giusta solo perché la si commenta con parole nobili.

Dunque, è Vannacci il vero moderato della Politica italiana e ci avverte da tempo che il Re è n**o. Vannaccismo è restare ancorati alla realtà, ai bisogni primari di una comunità, ai doveri essenziali di uno Stato. Oggi è diventato “estremo” dire che le città devono essere sicure, che gli italiani non possono essere l’ultima preoccupazione dell’Italia, che i nostri commerci non si sacrificano sull’altare dell’ideologia, che chi aggredisce un poliziotto non è un ribelle romantico, ma un nemico dell’ordine civile. Se tutto questo oggi appare rivoluzionario, il problema non è Vannacci, ma il fatto che il buon senso — quello che un tempo insegnavano i genitori per bene (anche con qualche benedetto calcio nel sedere), quello che distingueva il giusto dallo sbagliato, il lecito dall’illecito, il dovere dal capriccio — è considerato come un relitto da superare.

Così, siamo arrivati al punto in cui il nichilismo si traveste da progresso, il relativismo da apertura mentale, il modernismo da superiorità morale. In questa palude, chi ricorda che una società sana ha bisogno di ordine, identità, autorità, responsabilità e difesa dei propri interessi viene marchiato come estremista, ma la verità è più semplice: non è Vannacci radicale, è il nostro decadente momento storico ad aver fatto guerra ai principi elementari.

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