30/07/2023
Che ne sarà del Garante dei ristretti?
Il Garante Nazionale delle persone private della libertà è una Autorità di Garanzia, indipendente, che non può essere emanazione e specchio di una forza politica ma deve possedere le caratteristiche di compiuta autonomia che rasserenano sull'adempimento di un dovere fondamentale, quello di vigilare che in tutti i luoghi in cui la libertà delle persone può patire delle contrazioni non si violino le norme nazionali e le convenzioni internazionali sui diritti umani ratificate dall'Italia.
Un compito di altissimo profilo che richiede cognizioni tecniche specifiche riguardo ai tanti ambiti di tutela: non solo le nostre martoriate carceri, ma anche i centri di accoglienza, le Rems, le residenze per anziani, le camere di sicurezza delle forze di polizia, le strutture deputate ad accogliere le persone sottoposte a misure di sicurezza detentive, le comunità terapeutiche e di accoglienza o comunque le sedi pubbliche e private dove si trovano persone sottoposte a misure alternative o agli arresti domiciliari.
Un impegno che richiede enorme fatica, abnegazione e senso del sacrificio che si esprimono nel visitare capillarmente ciascuno di tali luoghi in tutta Italia senza alcun onere di preavviso e in piena libertà per offrire ai ristretti la possibilità di autentica relazione e denuncia all'Organo di Garanzia.
Il Garante verifica il rispetto delle regole ed elabora puntuali rapporti intimando alle singole strutture di adeguarsi a parametri di legalità eliminando le violazioni riscontrate.
Tutela i ristretti costituendosi parte civile nei processi che li vedono persone offese dai reati tutti e da quello di tortura in particolare.
Il reato di tortura è per noi una conquista recente raggiunta con fatica dopo decenni di resistenza ai moniti europei, una conquista che le forze politiche di governo minacciano di demolire o di limitare a tutela di un quantomeno frainteso concetto di libertà di azione delle forze dell'ordine.
Il ministro Nordio aveva proposto un nome che era arrivato come balsamo sulle ferite di tutta la comunità reclusa. Rita Bernardini.
La sua vita è donata da sempre al mondo degli istituti di pena e all'obiettivo, che persegue con le visite e con le costanti segnalazioni al Dap delle carenze e inefficienze riscontrate, di raggiungere al loro interno condizioni minimali di legalità, di decenza, di rispetto per le persone ristrette.
Rita attraversa l'Italia da nord a sud con i compagni di Nessuno Tocchi Caino e si occupa del carcere. Tocca il dolore di chi lo abita. Parla con le persone, una ad una, e ne raccoglie le istanze rispetto alle promesse non mantenute dell'ordinamento penitenziario nel quale ricorre a vuoto la parola "individualizzante", sterile richiamo alla aspirazione di quel non-luogo a preservare e coltivare la soggettività di ognuno.
Se ne occupa, senza bandiere politiche. Ne ha le competenze giuridiche, l'esperienza. Conosce e affronta la fatica che comporta. Nei giorni di festa di più perché sa che sono quelli in cui più struggente è la distanza dagli affetti, più tagliente e feroce il silenzio del carcere.
Eppure pare che il nome di Rita quale membro del Collegio del Garante sia stato accantonato e bruscamente quanto incomprensibilmente perché a una prima email di convocazione ne è seguita una a distanza di 36 ore che la annullava senza che venisse fornita alcuna motivazione.
Non si ha contezza di cosa abbia determinato tale cambiamento di rotta. Si dice, addirittura, che possano avere inciso le disobbedienze civili di Rita che le sono valse una pronuncia di condanna a due mesi e 25 giorni di reclusione, pena sospesa e poi indultata, ormai circa vent'anni fa, con il riconoscimento dell'attenuante del particolare valore morale e sociale. Davvero incredibile!
Il timore assai serio è che il ruolo del Garante sia stato del tutto mal interpretato dal momento che i nomi oggi proposti tutti appaiono stretta emanazione della politica di governo, quella stessa politica che, (come dimenticarlo?), per resistere all'imperativo della Consulta e della Cedu (la prima aveva ritenuto incostituzionale l'ergastolo ostativo; la seconda lo aveva definito una pena inumana e degradante) di aprire anche agli ergastolani ostativi l'accesso a una speranza di riabilitazione, aveva proposto di modificare l'art. 27 della Costituzione.