Giorgio Carta

Giorgio Carta Avvocato - Attivista dei diritti di militari e forze dell'ordine - Ufficiale in congedo dell'Arma de

Francesco Imprezzabile, il poliziotto che non si girava dall'altra parte. A Milano, un agente della Polizia locale, Fran...
23/06/2026

Francesco Imprezzabile, il poliziotto che non si girava dall'altra parte.

A Milano, un agente della Polizia locale, Francesco Imprezzabile, è morto durante l’inseguimento di un’auto che non si era fermata all’alt. Era cominciato tutto come un normale controllo, nella zona di Ponte Lambro. Il conducente del Suv, invece di fermarsi, ha accelerato ed è fuggito. L’inseguimento è proseguito fino a Peschiera Borromeo, dove l’agente, in moto, è finito a terra. Ora si cerca l’auto pirata e si verifica anche l’ipotesi più grave: che possa averlo speronato, il che, per me, è irrilevante perché comunque un poliziotto è morto inseguendo un fuggitivo, che ne è comunque responsabile.

Ci saranno indagini, ma vedrete che mediaticamente questa storia durerà poco. Oggi il cordoglio, domani qualche aggiornamento, dopodomani il silenzio. Nessuna grande protesta nazionale, nessuna ossessione mediatica, nessuna lunga radiografia morale dell’inseguimento. È la legge dura del giornalismo, si dirà: fa notizia l’uomo che morde il cane, non il cane che morde l’uomo. Qualcuno, inconsapevolmente, la penserà come Vallanzasca che un giorno disse: «Non mi pento di nulla. Ci sono vittime per le quali posso sentire una colpa pesante. Altre invece che fanno parte del gioco. Un poliziotto che ha l'indennizzo rischio, sa di andare incontro alla possibilità di incontrare un Vallanzasca. Fa parte del gioco».

Io però non ci sto. Quando a morire è chi fugge dalle forze dell’ordine, mediaticamente e politicamente si scava in ogni dettaglio. Se muore chi indossa una divisa, tutto rischia di diventare una prevedibile ed accettabile fatalità. Il nome di Ramy è ancora inneggiato sui muri e nelle manifestazioni; quello di Francesco Imprezzabile rischiamo di non ricordarcelo già stasera.

Allora, bisogna dirlo senza esitazioni: servono misure drastiche. Chi forza un posto di controllo e usa la fuga come arma contro lo Stato deve sapere che lo Stato può fermarlo con le buone o con le cattive, sia con lo speronamento che con l’uso delle armi, quando quella fuga mette in pericolo la vita degli agenti e dei cittadini.

L’articolo 53 del codice penale già prevede l’uso legittimo delle armi e dei mezzi di coazione fisica, ma viene poi imprigionato da un'interpretazione che esige la proporzione della reazione pubblica, che, sulla strada, finisce per disarmare o frenare chi dovrebbe proteggerci.

Io penso il contrario: davanti a una fuga criminale e pericolosa, la reazione dello Stato - qualunque essa sia - se finalizzata all'immediata cessazione del pericolo, deve sempre considerarsi proporzionata. La politica deve farsene carico al più presto con apposite leggi. Così, magari, Francesco Imprezzabile non sarà morto invano.

Alleati, non subordinatiLe parole pronunciate da Donald Trump nei confronti di Giorgia Meloni hanno infastidito molti it...
21/06/2026

Alleati, non subordinati

Le parole pronunciate da Donald Trump nei confronti di Giorgia Meloni hanno infastidito molti italiani. Anche chi non ha votato questo Presidente del Consiglio comprende (o dovrebbe capire) che, quando viene offeso il rappresentante del Governo italiano, non viene colpito soltanto un leader politico, ma l'intera Nazione.

Ho votato Giorgia Meloni e continuo a ritenerla il migliore Presidente del Consiglio che fosse realisticamente possibile scegliere alle ultime elezioni. Tuttavia, la vicenda merita una riflessione politica.

Trump è stato istituzionalmente inaccettabile. Un Presidente degli Stati Uniti non dovrebbe mai parlare così del capo del Governo di un Paese alleato. Non per galateo da salotto, ma perché, quando si umilia pubblicamente un alleato, si sta mandando un messaggio di gerarchia.

Il problema è che non avevamo bisogno di questo episodio per capire con chi abbiamo a che fare.
Donald Trump non è diventato Trump ieri. La sua idea dei rapporti internazionali è da sempre brutale e insofferente verso le regole della cortesia diplomatica. Per lui l’alleanza non è una comunità di destino, ma un contratto da rinegoziare ogni mattina in base alla convenienza americana. Chi guida l’Italia ha il dovere di saperlo prima, non dopo l’umiliazione.

Gli Stati Uniti restano il principale alleato storico, culturale e militare dell’Italia. Nessuno può cancellare decenni di rapporti, di vincoli atlantici, di interessi comuni, ma essere alleati non significa essere satelliti. Soprattutto non significa trasformare la simpatia personale verso un presidente americano in una linea di politica estera.

Negli ultimi mesi i segnali erano già evidenti. La nuova amministrazione americana ha mostrato più volte di non considerare coincidenti gli interessi degli Stati Uniti e quelli italiani. Trump, in particolare, ha già dimostrato di non avere grande riguardo per i leader europei, per le forme diplomatiche e, talvolta, nemmeno per la coerenza degli alleati occidentali. Non era necessario attendere la frase sulla fotografia per accorgersi che il rapporto andava gestito con maggiore freddezza.

Per questo, pur respingendo senza esitazione le parole di Trump, non si può evitare una critica anche alla postura italiana. Meloni avrebbe dovuto mantenere, almeno nell’ultima fase, un atteggiamento più prudente e distante. Non ostile, naturalmente, non antiamericano, ma nazionale. Da Presidente del Consiglio italiano, non da interlocutrice politicamente affine a un leader straniero.

La destra italiana, se vuole essere davvero nazionale, deve liberarsi da ogni minima, anche solo ipotetica apparenza di subordinazione. Anche quando dall’altra parte non c’è Bruxelles, non c’è Berlino, non c’è Parigi, ma Washington. Il patriottismo non può funzionare a corrente alternata: severissimo con l’Europa e deferente con l’America.

La risposta di Meloni — “l’Italia non implora” — è stata giusta, necessaria, dignitosa. Ma sarebbe stato ancora meglio non trovarsi nella condizione di doverla pronunciare.

Il femminicidio, Vannacci  e il suicidio della destra che rincorre la sinistraLa polemica sulle parole di Roberto Vannac...
17/06/2026

Il femminicidio, Vannacci e il suicidio della destra che rincorre la sinistra

La polemica sulle parole di Roberto Vannacci in materia di femminicidio è, come spesso accade, costruita più per indignare che per capire. Lui indica la luna e tutti guardano il dito. Nessuno, seriamente, può pensare che Vannacci volesse diminuire la tutela delle donne o minimizzare la gravità dell’uccisione. Semplicemente ha rilevato che il re è n**o.

Il nuovo reato di femminicidio, infatti, è stato presentato come una grande conquista civile, ma, sul piano strettamente penale, la domanda resta: quale tutela concreta ha aggiunto rispetto a quella già esistente? Nessuna: chi uccide una donna commette già uno dei delitti più gravi dell’ordinamento. E quando l’omicidio è aggravato da motivi abietti, da premeditazione, da legami familiari, da condotte p***ecutorie, da maltrattamenti o da altre circostanze qualificate, il sistema penale prevede già pene severissime, fino all’ergastolo. Dunque il problema non era un vuoto di tutela, ma, semmai, un vuoto di messaggio politico.

Qui sta il vero nodo. Questa norma superflua non è stata voluta dalla sinistra, ma dalla destra di governo. L'errore politico è stato che la destra, anziché rivendicare la propria idea di giustizia — tutela effettiva delle vittime, certezza della pena, prevenzione reale, protezione delle donne in pericolo — ha scelto di inseguire la sinistra sul terreno del simbolismo penale. Ha creato una norma-manifesto, utile a dire “anche noi difendiamo le donne”, ma non indispensabile a punire ciò che era già punito.

Il paradosso è doppio. Primo: Giorgia Meloni è già, da sola, la dimostrazione storica più evidente che la destra italiana non ha bisogno di lezioni sul ruolo delle donne. È la prima donna Presidente del Consiglio nella storia della Repubblica. Secondo: accettando il linguaggio della sinistra, la destra ha finito per rafforzarne il metodo: trasformare ogni tema sensibile in una bandiera identitaria, ogni reato in una categoria ideologica, ogni discussione giuridica in un processo morale.

Vannacci, con il suo linguaggio diretto, ha detto questo e lo ha detto proprio perché quel fianco era rimasto scoperto.
La vicenda complessiva insegna che, quando la destra insegue la sinistra, lascia vuoto lo spazio alla propria destra e, prima o poi, qualcuno li occupa. Oggi lo sta facendo Vannacci. Domani, probabilmente, lo farà ancora di più.

Quando l’Europa disarma lo Stato e frena la repressione del crimine. Una verità che ormai comincia a diventare evidente ...
16/06/2026

Quando l’Europa disarma lo Stato e frena la repressione del crimine.

Una verità che ormai comincia a diventare evidente è che la civiltà giuridica europea, nata per proteggere l’uomo, rischia oggi di indebolire lo Stato nel suo compito più antico e fondamentale di garantire sicurezza.
Diritti fondamentali, privacy, proporzionalità, tutela dei dati personali sono tutti principi nobili. Il problema nasce quando questi principi, invece di bilanciare l’azione pubblica, finiscono per paralizzarla e quando ciò accade nel campo della sicurezza, la questione non è più accademica, ma drammaticamente pericolosa.
Il recente schema di decreto legislativo sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte delle forze di polizia ne è un esempio chiarissimo. Il provvedimento discende dal regolamento europeo sull’intelligenza artificiale e si presenta con il consueto linguaggio rassicurante delle garanzie: approccio antropocentrico, controllo umano, trasparenza, proporzionalità, tutela dei diritti. Tutto molto nobile, sul piano formale, ma nella sostanza il risultato è una forte limitazione all’uso di strumenti tecnologici che potrebbero rendere molto più efficace l’azione investigativa e repressiva dello Stato.
Il riconoscimento facciale, l’identificazione biometrica, l’intelligenza artificiale applicata ai sistemi di videosorveglianza, infatti, nonostante la loro straordinaria efficacia, vengono ammessi solo in casi determinati, solo per specifici reati, con autorizzazioni, limiti temporali, aree delimitate, reati selezionati e persone già individuate. È invece illegittimo tenerli azionati permanentemente e contro tutti i reati. In altre parole, lo Stato possiede strumenti modernissimi, ma decide di usarli con il freno tirato.
Osservo allora che, se una tecnologia può essere utilizzata solo per alcuni reati, non potrà essere utilizzata per tutti gli altri. Se può essere utilizzata solo in certe circostanze, significa che in tutte le altre lo Stato rinuncia preventivamente alla sua efficacia. È come avere una medicina capace di curare molte malattie e scegliere di debellarne solo alcune.
Questo è assurdo soprattutto quando si parla di latitanti, evasi, persone colpite da ordini di arresto o comunque sottratte alla giustizia. Chi fugge dalla legge non può pretendere che la propria privacy pesi quanto il diritto dei cittadini a vivere in uno Stato capace di far rispettare le proprie decisioni. La riservatezza di chi si nasconde deve essere recessiva rispetto alla sicurezza collettiva.
Nessuno auspica uno Stato arbitrario, onnisciente o privo di controlli, ma tra l’abuso dello Stato e la resa dello Stato alla criminalità esiste una via ragionevole: usare pienamente la tecnologia, controllarne l’impiego, sanzionarne gli abusi, ma non rinunciare in partenza alla sua forza. L’Europa, invece, troppo spesso confonde il controllo con la paralisi.
Il risultato è che la criminalità corre, mentre lo Stato compila valutazioni d’impatto. Il delinquente si muove, mentre le amministrazioni verificano log, autorizzazioni, banche dati, limiti temporali e condizioni di utilizzo. La tecnologia avanza, ma la sovranità arretra.
Da questo punto di vista, il caso britannico è significativo. Il Regno Unito sta introducendo norme molto severe per limitare l’accesso dei minori ai social network e proteggerli dai rischi della rete. Sono certamente misure discutibili, da valutare nella loro efficacia e nei loro effetti concreti. Il punto, però, è che Londra decide da Stato sovrano e si assume la responsabilità politica di una scelta non dovendo più sottostare alle gravi limitazioni dell’Unione Europea.
L’Italia, come gli altri Paesi dell’Unione, vive invece dentro una rete sempre più f***a di regolamenti, direttive, autorità indipendenti, vincoli sovranazionali e bilanciamenti obbligati. Il cittadino vota a Roma, ma la cornice vera delle decisioni è scritta altrove.
Quando questo riguarda l’economia, il problema è serio. Quando riguarda la sicurezza, diventa allarmante perché la sicurezza non è una materia qualunque: è il fondamento dello Stato. Uno Stato che non può usare fino in fondo gli strumenti migliori per proteggere i cittadini dai criminali non è più civile.
La privacy dei cittadini onesti va tutelata, la clandestinità dei delinquenti no. Se l’Europa non accetta questa differenza, continuerà a costruire una civiltà giuridica sempre più raffinata, ma sempre meno capace di difendere chi rispetta la legge. E una civiltà che rinuncia a difendersi, prima o poi, smette di essere una civiltà.

La nuova puntata del Vodcast di Infodifesa è dedicata al primo maxi processo alla Mafia. Ne parliamo con Emiliano Malato...
07/06/2026

La nuova puntata del Vodcast di Infodifesa è dedicata al primo maxi processo alla Mafia.
Ne parliamo con Emiliano Malato e Andrea Raguzzino.

Il link della puntata è nel primo commento

Con Emiliano Malato e il generale Salvatore Luongo abbiamo discusso di quanto sia cambiata l'Arma dei carabinieri. Trova...
03/06/2026

Con Emiliano Malato e il generale Salvatore Luongo abbiamo discusso di quanto sia cambiata l'Arma dei carabinieri.

Trovate il link della nuova puntata del vodcast di Infodifesa nel primo commento.

Alt della polizia: scappare resta convenienteL’intervento del Governo sulla fuga dai posti di controllo va nella direzio...
02/06/2026

Alt della polizia: scappare resta conveniente

L’intervento del Governo sulla fuga dai posti di controllo va nella direzione giusta, ma si ferma a metà strada. Con l’ultimo decreto sicurezza, è stata finalmente introdotta una risposta penale seria contro chi, violando l’alt delle forze dell’ordine, si dà alla fuga con modalità tali da mettere in pericolo l’incolumità altrui. Non è più una semplice disobbedienza stradale, ma un reato punito con la reclusione fino a 5 anni.

Il problema è ciò che la riforma non ha fatto perché il legislatore ha aggravato la posizione di chi fugge, ma non ha modificato la posizione di chi dovrebbe interrompere quella fuga. Infatti, l'articolo 177 del Codice della strada ancora consente ai veicoli di polizia, in servizio urgente e con sirena e lampeggiante attivati, di derogare alle ordinarie regole della circolazione, ma aggiunge subito dopo un limite paralizzante: anche in quel caso, il conducente deve rispettare le regole di comune prudenza e diligenza.

In astratto sembra una formula ragionevole, ma un inseguimento non è una normale attività di circolazione. È un’attività operativa ad alto rischio, compiuta per impedire che un soggetto già pericoloso continui a fuggire e a mettere in pericolo altri. Trattare quella condotta come se fosse una guida qualunque, sottoposta agli stessi criteri del cittadino comune, significa abbandonare l’operatore a se stesso.

Il paradosso è che, da un lato, lo Stato dice al fuggitivo: se scappi in modo pericoloso, rischi molto di più; dall’altro, dice al poliziotto: mentre lo insegui, dovrai comunque rispondere secondo i parametri ordinari della prudenza stradale.

Così il risultato rischia di essere opposto a quello voluto. Più la pena aumenta, più chi fugge avrà interesse a non farsi prendere. Se sa che dall’altra parte gli strumenti operativi delle forze dell’ordine restano sostanzialmente gli stessi, la fuga continuerà ad apparirgli come la scelta più conveniente.

La riforma avrebbe dovuto completare il ragionamento. Se si introduce una fattispecie severa contro la fuga pericolosa, bisogna anche disciplinare in modo chiaro l’inseguimento di polizia: quali manovre sono consentite, entro quali limiti, con quali criteri di valutazione ex ante e non con il senno di poi. Servono regole operative speciali, non l’applicazione della prudenza stradale comune a un’attività che comune non è.

Altrimenti il messaggio finale resta ambiguo: lo Stato punisce più duramente chi scappa, ma continua a non dare piena copertura normativa a chi deve fermarlo. E finché un appartenente alle forze dell’ordine dovrà inseguire un fuggitivo ragionando come se stesse semplicemente attraversando un incrocio nel traffico ordinario, per molti delinquenti continuerà a valere una regola semplicissima: meglio scappare che fermarsi.

Quando chi fuggiva accettava un rischioLeggendo in questi giorni di vicende risalenti agli anni del terrorismo, mi sono ...
31/05/2026

Quando chi fuggiva accettava un rischio

Leggendo in questi giorni di vicende risalenti agli anni del terrorismo, mi sono imbattuto in una frase singolare pronunciata da Massimo Carminati, rievocando l’episodio in cui, al valico del Gaggiolo, venne gravemente ferito dalla polizia e p***e l’occhio sinistro.

Il fatto risale ai primi anni Ottanta. Carminati si trovava a bordo di un’auto diretta verso il confine svizzero. La Digos era appostata e l'intervento fu violentissimo: vennero esplosi numerosi colpi e Carminati fu raggiunto al volto. Sui successivi sviluppi giudiziari nei confronti degli agenti le ricostruzioni disponibili non sono del tutto chiare; si è parlato di un procedimento per eccesso colposo a carico degli agenti, poi definito per amnistia, ma non ho trovato dati certi.

Il punto è però che, anni dopo, parlando di quella vicenda, Carminati disse sostanzialmente di non essersi costituito parte civile contro i poliziotti perché, in quel tempo, riteneva giusto che la polizia sparasse contro chi si poneva fuori dalla legge.

La frase mi ha colpito perché restituisce il clima di un’epoca nella quale ancora chi delinqueva sapeva quale rischio si assumeva. Se fuggivi, se ti sottraevi a un controllo, se eri ricercato e tentavi di varcare un confine, mettevi in conto anche la reazione armata dello Stato. Era una possibilità concreta, non uno scandalo automatico.

Oggi la percezione sembra molto diversa. Ogni intervento di polizia viene spesso giudicato a posteriori, con il scivoloso criterio della proporzionalità, nato per impedire abusi ma che l' art. 53 cp in realtà non menziona e che diventa un vincolo paralizzante per chi è in servizio.

Infatti, la strada non è un’aula universitaria. Chi interviene deve decidere in pochi secondi, davanti a persone che possono essere armate, in fuga, pericolose, imprevedibili. Non può essere lasciato solo tra il rischio fisico dell’azione e il rischio giudiziario della reazione.

Nessuno chiede uno Stato senza regole. Ma uno Stato che pretende dalle proprie forze dell’ordine di affrontare il pericolo reale con criteri pensati solo dopo, a mente fredda, finisce per disarmarle prima ancora che entrino in servizio.

Allora quella frase, proprio perché proveniente da chi proveniva, ci rammenta che un tempo perfino chi stava dall’altra parte della legge sapeva che sfidare lo Stato comportava conseguenze e rischi sproporzionati. Oggi questa consapevolezza è stata sostituita dal criterio opposto e sembra che a dover giustificare ogni cosa sia sempre e soltanto chi rappresenta lo Stato. Così è troppo comodo fare oggi il delinquente in Italia.
Occorre un urgente cambio di prospettiva giuridica prima nessuno voglia più fare il poliziotto, così come il calo dei partecipanti ai concorsi sembra chiaramente avvertirci.

Sicurezza e civiltà giuridica, un binomio possibile Il tema della sicurezza viene spesso affrontato come se dipendesse s...
28/05/2026

Sicurezza e civiltà giuridica, un binomio possibile

Il tema della sicurezza viene spesso affrontato come se dipendesse soltanto dall’efficienza delle forze dell’ordine. In realtà c’è un elemento più delicato: il sistema di garanzie che abbiamo costruito in Italia e in Europa.

L’Italia è erede di una tradizione giuridica antichissima. Da Roma in poi, il diritto è stato uno dei nostri grandi prodotti culturali esportati in tutto il mondo. L’Europa moderna, poi, soprattutto dalla nascita dello Stato moderno in avanti, ha progressivamente sancito principi, limiti al potere pubblico, diritti individuali, garanzie processuali, tutela della libertà personale, tutela della riservatezza, protezione della persona contro gli abusi dello Stato.

È un patrimonio enorme, ma anche un costo: ogni nuovo diritto riconosciuto al cittadino, o meglio al delinquente, comporta, quasi sempre, una corrispondente riduzione dei poteri dello Stato e, quando si parla di sicurezza, questo diventa un problema concreto.

La tecnologia oggi consentirebbe controlli molto più efficaci. Il riconoscimento facciale, ad esempio, potrebbe essere uno strumento utilissimo per rintracciare latitanti, ricercati, soggetti destinatari di misure cautelari o persone pericolose già note alle autorità. Non si tratterebbe di usare la tecnologia contro il cittadino qualunque, ma di trovare chi deve essere arrestato, chi si sottrae alla giustizia, chi rappresenta un pericolo reale.

Eppure, appena si propongono questi strumenti, la discussione si blocca davanti ad altri principi: privacy, riservatezza, protezione dei dati personali, rischio di controllo generalizzato.

Sono obiezioni serie, per ca**tà. Il problema è capire quale sia la priorità. Davvero la tutela astratta della riservatezza deve impedire allo Stato di usare strumenti tecnologici per catturare un latitante? Davvero una videocamera intelligente, usata con regole chiare e controlli precisi, è più pericolosa del criminale che quella videocamera potrebbe aiutare a trovare?

Quindi, la sicurezza non è bloccata dalla mancanza di mezzi o di personale, ma spesso da una cultura giuridica che tende a considerare ogni rafforzamento dei poteri pubblici come una potenziale minaccia di diritti fondamentali.

Il risultato è paradossale perché il diritto nasce per proteggere la società, ma, se diventa eccessivamente rigido, ne ostacola la protezione.

Nella storia italiana, i fenomeni criminali più gravi non sono stati affrontati con gli strumenti ordinari. Contro il terrorismo, contro la mafia stragista, contro emergenze particolarmente gravi, lo Stato ha introdotto norme speciali, regimi più severi, strumenti investigativi più incisivi, discipline derogatorie rispetto al quadro ordinario.

Oggi non siamo negli anni di piombo né nella stagione delle stragi mafiose. Se, però, ogni intervento più incisivo viene subito presentato come autoritario o liberticida, allora la sicurezza, quella vera, resta un miraggio.

Molte soluzioni esistono già: più tecnologia, banche dati meglio collegate, riconoscimento facciale per finalità mirate, maggiore possibilità di controllo del territorio, procedure più rapide, minori vincoli operativi per chi deve intervenire, maggiore tutela giuridica per le forze dell’ordine.

Il problema è conciliare queste soluzioni con il livello di garanzie che l’ordinamento (soprattutto europeo) considera ormai intoccabile.

Da questo punto di vista, il confronto con gli Stati Uniti è utile. Non perché il modello americano sia necessariamente migliore. Ha problemi enormi, anche sul piano della violenza, del rapporto tra polizia e cittadini, del sistema carcerario. Però ha una cultura diversa: tende ad accettare con meno difficoltà strumenti repressivi e investigativi che in Europa sarebbero visti subito con sospetto.

La domanda da porsi è quindi: fino a che punto possiamo continuare ad aggiungere garanzie senza ridurre troppo la capacità dello Stato di difendere i cittadini?

La sicurezza non è un diritto minore. Non è un tema secondario rispetto alla privacy, alla libertà personale o alle garanzie processuali, anzi. È la precondizione che consente a tutti gli altri diritti di esistere. Un cittadino aggredito per strada, rapinato in casa o lasciato solo davanti alla violenza non si sente più libero solo perché vive in un ordinamento pieno di garanzie astratte.

La questione è ristabilire una gerarchia ragionevole. Alcuni diritti devono poter arretrare, in modo limitato e controllato, quando è necessario tutelare la sicurezza collettiva.

Servono norme chiare che dicano quando uno strumento può essere usato, da chi, per quali finalità, con quali controlli e con quali responsabilità in caso di abuso. Ma servono anche norme che abbiano il coraggio di ammettere che lo Stato non può combattere il crimine con le mani legate.

Oggi, il crimine sfrutta la tecnologia, conosce i limiti dell’ordinamento, approf***a delle garanzie di civiltà. Lo Stato, invece, procede con cautele infinite, timori amministrativi, vincoli interpretativi, rischi giudiziari per chi interviene, sospetti ideologici verso ogni strumento efficace.

Questa sproporzione va corretta.
La civiltà giuridica europea resta un valore, ma non può diventare un ostacolo alla sicurezza dei cittadini. Il diritto deve servire l’uomo, non paralizzarlo. Se alcuni principi, nati per proteggere la libertà, finiscono per impedire allo Stato di proteggere le persone, allora quei principi vanno ridiscussi.

Non invoco meno civiltà, ma una civiltà più realistica, che non abbia paura della forza pubblica quando è regolata dalla legge. Una civiltà che sappia distinguere tra abuso del potere e uso legittimo del potere. Una civiltà che capisca che, senza sicurezza, tutti i diritti diventano formule scritte sulla carta.

Inseguimenti: dovere d’ufficio o rischio penale?La sottile linea tra fuga passiva e resistenza attiva e perché l’Italia ...
23/05/2026

Inseguimenti: dovere d’ufficio o rischio penale?
La sottile linea tra fuga passiva e resistenza attiva e perché l’Italia ha bisogno di regole d'ingaggio chiare.

Il link è nel primo commento.

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