12/03/2023
Rendersi conto della violenza invisibile, non è semplice e devi avere una forte identità ed autonomia per rifiutarla e per non accettarla.
Il confronto su questo tema è praticamente impossibile perché - anche nelle aule di tribunale - la violenza invisibile non viene quasi mai concepita e percepita come esistente.
Nella relazione men che meno.
A volte banalizzata con un “eh signora mia quanto fa caso a tutto!”.
Quella violenza viene semplicemente considerata come parte di un modo di essere dell’uomo sommerso da strati di storia che rendono ineluttabile il corso delle relazioni: in cui la donna, a volte nella sua incapacità anche economica (perché tra le altre cose guadagnamo anche di meno) non è spesso in grado di andarsene, anche rimbambita da continue giustificazioni di atti svilenti e sminuenti che si nascondo dietro il “ma io non sono questo, sei tu che mi ci fai diventare, perché se tu fossi un’altra io non sarei così” e quindi poi, in qualche modo, la colpa - se di colpa possiamo parlare, anche se evoca immagini di Adamo ed Eva e di paradiso terrestre-.
Prendendo come spunto un post inviatomi da una cara amica “Ma quelli che vogliono la donna seria ma disinibita a letto, divertente
ma non pazza, che non rompa le scatole ma sia attenta, autonoma e indipendente ma con moderazione, la vogliono anche che cammini sulle acque? Chiedo”.
Ecco.
E sono proprio queste le storie che sento tra le mie amiche.
Sono queste che vedo raccontate nelle separazioni, nei divorzi e nelle aule dei tribunali.
L’epilogo di una relazione si traduce sempre in quello che manca piuttosto che in quello che esiste: in una costante incapacità di vedere la realtà per quello che è e nella onnipotenza di noi donne (famose crocerossine cresciute a pane nutella e candy candy) di poterla cambiare anziché di accettarla, anche come - ahimè - immodificabile e andare avanti, per l’imperituro principio che poi ognuno è quello che vuole essere e non sarai certo tu a poterlo cambiare.
Qualche tempo fa leggevo dei post su Instagram legati al libro La violenza contro le donne edito dalla casa editrice L’Asino d’Oro.
Ora in queste pillole si evidenziava proprio questo “A volte la donna non riesce a fare un rifiuto e subisce: non "vede" la violenza,ma la sente e reagisce inconsapevolmente manifestando sintomi fisici o psichici ...come depressione, attacchi di panico, ansia, insonnia, abuso di alcol o di altre sostanze, che nei casi gravi portano a pensieri di morte e tentativi di suicidio. Dopo anni, nella vittima può strutturarsi una rabbia impotente verso
l'uomo che la porta a comportarsi in modo uguale e contrario, in un rapporto sadomasochistico fatto di dispetti, cattiverie e ripicche”.
E come si fa allora? Si resta spettatrici passive della propria vita? Si accetta ineluttabilmente che non possa esserci speranza?
Gli uomini non sentono l’oppressione millenaria?
Non avvertono l’esigenza di ribellarsi a una cultura che non accetta la differenza e che ha come unico rimedio la sopraffazione e l’identificazione che annulla ogni distanza e diversità e che sempre più spesso porta a compiere gesti estremi?
La rivoluzione non può che essere culturale.
Non può che partire dalla eliminazione dell’insegnamento della religione nelle scuole, a cui andrebbe sostituita un’ora, o più, di “educazione” - per quanto sia un termine inappropriato - sentimentale e sessuale.
Non può che partire da una riforma concreta della giustizia in cui ci sia una attuazione reale delle norme codicistiche, anche nelle aule civili, in cui i Tribunali dovrebbero essere chiamati a valutare più concretamente le situazioni di conflitto per permettere a entrambi gli attori di quella controversia di emanciparsi da ruoli precostituiti e di fare delle separazioni fatte bene, sopratutto quando ci sono minori di mezzo, anche e al di là di un principio di diritto, ma semplicemente attraverso una umana visione dei rapporti e delle situazioni, in cui io famoso principio della “ragione più liquida” è solo la sanità mentale delle persone.
Solo oggi sembra enuclearsi la possibilià di eliminare il riferimento al concetto astratto della famosa “sindrome da alienazione parentale” c.d. sindrome da madre malevola è una teoria priva di basi scientifiche criticata anche dagli stessi esperti, ulteriore strumento che nelle aule di giustizia non fa che acuire - a mio avviso - la disparità di genere).
La riforma del processo civile sembrerebbe, infatti, prevedere, ad esempio, che qualora il figlio minore rifiuti di incontrare uno o entrambi i genitori, il giudice, personalmente, sentito il minore e assunta ogni informazione ritenuta necessaria, possa accertare con urgenza le cause del rifiuto e assumere i provvedimenti nel superiore interesse del minore, tenendo conto - nella determinazione dell'affidamento dei figli e degli incontri con i figli - di eventuali episodi di violenza (come anche ribadito dalla recente pronuncia della Corte di Cassazione nella sentenza n. 13217 del 17 maggio 2021).
In tale prospettiva, il consulente del giudice eventualmente nominato dovrà attenersi esclusivamente "ai protocolli e alle metodologie riconosciuti dalla comunità scientifica senza effettuare valutazioni su caratteristiche e profili di personalità agli stessi estranei".
Per questo ci vogliono operatori più qualificati che partendo da una realtà esistente e dal singolo all’interno della relazione possano rendere possibile ogni separazione, in una visione assolutamente laica di prevalenza del singolo sulla unità familiare precostituita e intoccabile per volere divino.
Per questo serve riconoscere come esistente la malattia mentale, vedendola come possibilità di cura dell’individuo malato e non come mero espediente per uno sconto di pena.
Ma soprattutto ci vuole la speranza nel cambiamento e la certezza del cambiamento.
Il coraggio di dare voce a quella vocina che ci spinge al cambiamento e a dire che no, così non è possibile.
Sarebbe bello se quella vocina si traducesse in una sintonia tra un uomo e una donna che potesse concretamente tradursi in una relazione in cui c’è spazio solo per la comprensione profonda oltre le parole e che non può che partire da un enorme lavoro su se stessi.
Di cose da dire ce ne sarebbero un milione e mi rendo conto di non avere neppure la capacità, le competenze e la profondità per affrontarle.
Sicuramente il punto di partenza non può che essere quel famoso NO! utilizzato nelle campagne a sostegno della violenza contro le donne, perché solo in quel NO! può esserci la radice di un cambiamento che non deve limitarsi a una semplice opposizione razionale, ma in un autentico rifiuto che parte dall’amore per se stessi al di là di ogni forma di bieco narcisismo!
Questo no deve trovare una conferma in provvedimenti giudiziari giusti ed equi e in un cambiamento radicale di concepire e di vedere la donna anche nelle aule di giustizia.