19/05/2026
Una birra artigianale, un gioco di parole geniale e una lettera degli avvocati di Yoko Ono.
Aurélien Picard ha un piccolo birrificio in Bretagna. Due dipendenti, qualche decina di migliaia di bottiglie l'anno, distribuite nei bar e nelle crêperie dei dintorni.
Qualche anno fa battezza la sua bionda al limone e zenzero "John Lemon". Nome perfetto: semplice, ironico, impossibile da dimenticare. In etichetta una caricatura ispirata a John Lennon. In più lo slogan "Get Bock", gioco di parole tra una tipologia di birra e una celebre canzone dei Beatles.
Una trovata da applausi. Almeno fino all'arrivo della diffida.
Gli avvocati di Yoko Ono chiedono lo stop immediato. Dopo la trattativa, Picard ottiene di vendere le cinquemila bottiglie già prodotte entro il primo luglio. Poi basta. Prova anche con "Jaune Lemon”, giallo in francese, ma non passa neanche quella.
Il punto giuridico è duplice: da un lato il marchio "John Lennon", che Yoko Ono ha registrato in più categorie. Dall'altro il diritto all'immagine, cioè il potere di una persona famosa, o dei suoi eredi, di controllare l'uso commerciale della propria identità. E attenzione: non parliamo solo del volto. Parliamo di nome, caricatura, tratti distintivi. Tutto ciò che fa scattare il "ah, è proprio lui".
In Italia il tema non è nuovo. Gli eredi di Totò hanno vinto cause contro pizzerie e attività che usavano l'immagine del comico per attirare clienti. Nel caso Lucio Dalla si è discusso se bastassero cappello e occhiali per evocarlo. La risposta è stata sì.
"John Lemon" non era un'opera artistica che citava Lennon per raccontare qualcosa. Era un prodotto commerciale costruito sull'associazione: nome, grafica, slogan. La battuta funziona perché si appoggia su una notorietà enorme e quando quella notorietà serve a vendere bottiglie, il confine con la violazione diventa molto sottile.
Il finale è quasi comico: la diffida ha trasformato "John Lemon" nel prodotto più ricercato della zona. Le ultime bottiglie sono introvabili. Una visibilità internazionale che nessuna campagna pubblicitaria avrebbe potuto comprare.
Il nome sparirà. La storia, probabilmente, resterà.
Morale: la creatività è preziosa, il gioco di parole irresistibile. Ma usare l'identità di una celebrity per vendere senza autorizzazione è un brindisi che può costare caro.