Studio Legale De Crescenzo Costi

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26/12/2022
“Non può dunque ritenersi che la scelta del rito debba necessariamente avvenire seduta stante e incognita causa, senza c...
26/12/2022

“Non può dunque ritenersi che la scelta del rito debba necessariamente avvenire seduta stante e incognita causa, senza cioè un’adeguata ponderazione delle implicazioni che derivano da tale strategia processuale. Proprio al fine della salvaguardia di un imprescindibile spatium deliberandi, il giudice, ove l’imputato ne faccia richiesta, è quindi tenuto a concedere il termine non solo in vista dell’approntamento della migliore difesa nella prosecuzione della fase dibattimentale, ma anche in funzione dell’esercizio consapevole della scelta sull’accesso al giudizio abbreviato e all’applicazione della pena a norma dell’art. 444 cod. proc. pen.
4.2.– La necessità di una piena garanzia del diritto di difesa, che si traduce nel carattere effettivo della scelta sui riti alternativi per come assicurato dal riconoscimento di condizioni, materiali e temporali, che consentano all’imputato un’adeguata ponderazione della propria strategia processuale, vale a maggior ragione in un rito, quello direttissimo, segnato, come detto, da un rapido avvicendamento delle fasi processuali[…]
Per questi motivi
La Corte Costituzionale
dichiara
l’illegittimità costituzionale degli artt. 451, commi 5 e 6, e 558, commi 7 e 8, del codice di procedura penale, in quanto interpretati nel senso che la concessione del termine a difesa nel giudizio direttissimo preclude all’imputato di formulare, nella prima udienza successiva allo spirare del suddetto termine, la richiesta di giudizio abbreviato o di applicazione della pena su richiesta ai sensi dell’art. 444 cod. proc. pen.”
( C.Cost., sent. n. 243/2022)

FINALMENTE.

https://www.cortecostituzionale.it/

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Buon anno
01/01/2021

Buon anno

L’ANNO CHE VERRÀ.

Non è certo difficile formulare a tutti ed a ciascuno di noi l’augurio più appropriato ai tempi difficili che stiamo vivendo: lasciamoci questo 2020 alle spalle il più lontano possibile, e speriamo di poter recuperare nel nuovo anno, quanto più possibile, la normalità della nostra vita quotidiana.

Credo però sia indispensabile esprimere anche un augurio meno scontato ma non meno importante: l’emergenza sanitaria non diventi strumento di governo della vita sociale ed istituzionale oltre gli stretti confini della sua dimensione sanitaria. Il Covid- 19 non diventi un pretesto per manomettere regole, diritti, princìpi di libertà e di civiltà faticosamente costruiti negli anni. È purtroppo facile che questo accada, quando una comunità sociale smarrita ed impaurita si affida, deve affidarsi, a chi la governa nella tempesta.

Sul terreno della giustizia penale, che misura più di ogni altro gli equilibri sempre in bilico tra potere dello Stato e libertà dei cittadini, abbiamo già toccato con mano come questo abbia rischiato ripetutamente di accadere. La ovvia e da tutti noi condivisa necessità di ridisegnare temporaneamente regole e modalità di celebrazione dei processi penali di fronte ai morsi della pandemia, ha armato in modo formidabile il tentativo di sovvertirne strutturalmente le regole costituzionali. La improvvisa evidenza della eclatante necessità -ben oltre l’emergenza- di modernizzazione dell’accesso alla giustizia ha occasionato il tentativo di realizzare il desolante sogno gratteriano del processo penale on line, della riduzione ad icona del diritto di difesa. I penalisti italiani -sissignore, esattamente noi- grazie anche ad una incessante e a tratti feconda interlocuzione con Governo e Parlamento, hanno saputo sconfiggere, pur pressati come eravamo e siamo dalla grave crisi della nostra vita lavorativa, questa formidabile aggressione al diritto di difesa dei cittadini, e l’idea burocratica ed autoritaria del processo penale che incessantemente la alimenta. Ma il risultato più straordinario che abbiamo incassato è stata la concreta dimostrazione che quella idea -lo ripeto: incolta, ottusa, rozzamente burocratica- è estranea alla gran parte della magistratura italiana, la cui indifferenza -quando non repulsione- per il videogioco del processo penale è stata diffusamente registrata, con sollievo e grande soddisfazione, sui territori dalle nostre 131 camere penali. Ed anche quando il Parlamento ha voluto mantenere le vestigia di quel tentativo, prevedendo la possibilità di inconcepibili camere di consiglio da remoto (una idea non so dire se più stupida o più irresponsabile), le indisponibilità -di fatto, ma anche formalmente dichiarate in documenti congiunti con noi- di importanti Corti di Appello Italiane ha confermato il naufragio della baldanza avanguardista dei fanatici del videoprocesso.

Ma ci aspetta ora, con il nuovo anno, un percorso ancora più impervio, visto che viene nuovamente rilanciata, come priorità della lumeggiata ricostruzione sociale ed economica del paese, la famosa “riforma del processo penale”, accompagnata da quella dell’ordinamento giudiziario. Il primo, sincero augurio che mi sento di formulare è che non si realizzino, viste le disastrose premesse, né l’una, né l’altra (e in fondo, ad occhio e croce, non è una speranza così peregrina). Ma se davvero prenderà avvio il percorso parlamentare, dobbiamo dare fondo alla più forte mobilitazione della comunità dei giuristi della quale saremo capaci, perché almeno la pubblica opinione sappia quali sono i valori, i diritti e le libertà in gioco. So per certo una cosa: un Parlamento, un legislatore che intenda nuovamente riformare (o controriformare) la giustizia penale ignorando senza riserve -come è accaduto con la riforma della prescrizione- l’opinione ed i moniti dei giuristi di tutte le Università italiane, si assumerebbe una responsabilità senza precedenti.

Vorrei ricordare al Ministro Alfonso Bonafede, dalle cui idee sulla giustizia penale siamo esattamente agli antipodi (e lui dalle nostre), ma che ha sempre mostrato nei nostri confronti attenzione e rispetto non solo formali, che nel 2019 egli aveva raccolto nelle sue mani una occasione letteralmente impensabile, date le premesse di cui sopra. Un accordo tra ANM (allora presieduta dal dott. Mìnisci), ed UCPI, valutata con sostanziale favore dalla stessa Associazione degli Studiosi del processo penale, che individuava – in un grande, reciproco sforzo di mediazione- aree condivise di intervento di una riforma in grado di ridurre grandemente i tempi irragionevoli del processo penale italiano, senza pregiudicarne le fondamenta costituzionali disegnate dall’articolo 111. L’attuale legge delega ha letteralmente dilapidato quel patrimonio di idee condivise, e sarebbe utile che qualcuno ce ne spiegasse la ragione.

Al tempo stesso, vorrei ricordare alla componente non grillina della attuale maggioranza che i suoi esponenti dichiararono di non ostacolare la entrata in vigore della sciagurata riforma della prescrizione solo a condizione che la riforma dei tempi del processo penale entrasse in vigore in pochi mesi. Era il gennaio 2020, la cambiale è scaduta. Coerenza ed onestà intellettuale impongono di intervenire immediatamente per riformare quella riforma, bollata come sciagurata pressoché da tutti i giuristi italiani. Per quello che è nelle nostre forze, state certi che non vi daremo tregua.

Buon anno di lotte civili e di passione democratica a tutti i penalisti italiani, e ai tanti cittadini italiani che condividono e sostengono le nostre battaglie ed il nostro impegno.

29/11/2020

" Ma come fai a difendere un criminale? " Questa è la classica domanda che spesso viene rivolta ad un avvocato o anche soltanto ad uno stude...

Prove generali di demolizione del giusto processo ...
10/11/2020

Prove generali di demolizione del giusto processo ...

Nuove norme sul processo d’appello nella fase dell’emergenza. Una mia intervista per Il Riformista del 10.11.20.

La bozza del DL ristori bis ha suscitato una forte critica da parte dell’Unione delle Camere Penali Italiane soprattutto nella parte che riguarda le Camere di Consiglio di appello da remoto. Ne parliamo direttamente con l’avvocato Gian Domenico Caiazza, presidente dei penalisti italiani che avverte: Invitiamo alla ragionevolezza, non vorremmo essere costretti ad adottare iniziative quale quella di chiedere a tutti gli avvocati di fare richiesta di discussione orale».

Nella vostra nota scrivete di una esperta manina tecnica in dialogo diretto con qualche forza politica della maggioranza» che è riuscita ad introdurre questa nuova norma. A me vengono in mente i Presidenti delle Corti di Appello: sbaglio?

Io non sono in grado di individuare, se non intuitivamente, di chi sia quella manina. Non voglio dare indicazioni gratuite. Sicuramente, ho l’impressione che il testo ceda alla tentazione di assecondare
esigenze di tutela molto settoriali, ossia dei giudici.

In che senso?

Si tende non tanto a favorire la riduzione delle presenze in aula degli avvocati - che è un obiettivo che noi in larga misura condividiamo in questo momento - quanto a ridurre la celebrazione della Camera di consiglio in presenza fisica. Si vuole evitare la presenza dei giudici nella sede dell’udienza: questo per noi è inammissibile. Noi siamo favorevoli, in considerazione dell’eccezionalità del periodo, a che si riduca il numero delle presenze in Corte di Appello in questo modo: evitando che compaiano gli avvocati che ritengono non indispensabile illustrare oralmente l’atto di appello che hanno già redatto. Se invece si inverte la visione e si presume che si debba celebrare l’udienza solo se tu lo chiedi significa che stai organizzando la celebrazione dei processi d’appello con la prospettiva di fare un altissimo numero di Camere di consiglio da remoto. Noi immaginiamo che quando saranno fatte le richieste di discussione o di non discussione divideranno i ruoli: faranno tutte insieme le udienze che si discutono e tutto il resto da casa propria dei giudici. Allora dobbiamo dire con molta chiarezza che le esigenze di tutela della salute in Tribunale devono garantire tutta la comunità forense, riducendo il numero delle presenze ma non eliminando la presenza fisica del giudice. Ed ecco che noi scriviamo della manina: qui non c’è più una richiesta di salvaguardia della salute collettiva ma di protezione privilegiata del giudice che non vuole muoversi da casa.

Tutto ciò come impatta praticamente sulla tutela difensiva?

Impatta sull’essenza del giudizio penale. Quando tu consenti che la gran parte delle udienze per molti mesi vengano decise da giudici che non si riuniscono se non su zoom metti in discussione la collegialità della decisione: il fascicolo come viene condiviso? Quando si hanno grossi faldoni come fanno ad esaminarlo tutti contemporaneamente? Vogliono farci credere che ogni giudice verrà dotato di tutta la documentazione cartacea del processo presso la sua abitazione?

Quindi l’appello si ridurrebbe ad una mera funzione di controllo della valutazione del primo giudice?

No, del relatore. Andremo verso una monocratizzazione del giudizio. La Camera di consiglio da remoto non consentirà ai giudici il controllo materiale degli atti. Poi un modo di procedere da remoto mette in discussione la segretezza della Camera di Consiglio: si tratta di piattaforme agevolmente hackerabili, si possono registrare le conversazioni, e chi mi garantisce che il giudice riesca a garantire in casa la segretezza della decisione?

Le nuove modifiche andranno ad impattare anche sulla prescrizione che viene sospesa.

Le conseguenze di quanto previsto sono inaccettabili. Faccio presente che il 18 novembre la Corte Costituzionale andrà a discutere proprio su alcuni dubbi di legittimità costituzionale sollevati sul decreto del 17 marzo 2020 che prevedeva proprio la sospensione della prescrizione. Noi come Ucpi ci siamo costituiti. Ci fa strano che si rinnovi una norma sospettata già di incostituzionalità proprio
dai giudici che l’hanno rimessa alla Consulta. Ancora più grave è la sospensione della custodia cautelare: per quale motivo l’incolpevole deve vedere prolungata la sua permanenza in carcere perché c’è una pandemia?

Voi come vi state muovendo?

Facciamo un invito alla ragionevolezza: speriamo di non dover essere costretti ad adottare iniziative quale quella di chiedere a tutti gli avvocati di fare richiesta di discussione orale.

Interessante riflessione del Presidente delle Unioni Camere Penali
23/10/2020

Interessante riflessione del Presidente delle Unioni Camere Penali

QUEL “PASTICCIACCIO BRUTTO” DEL CASO DAVIGO.

Ospite di Piazza Pulita su LA 7, l’ormai ex magistrato Piercamillo Davigo ha detto una cosa che non può non colpire: se solo avessi avuto un cenno (dal presidente del CSM Mattarella, si intende) circa l’orientamento del Comitato di Presidenza in senso contrario alla mia permanenza, mi sarei immediatamente dimesso.
Dico subito che credo senza riserve a quanto dice il dott. Davigo, del quale avverso con tutte le forze le idee sulla giurisdizione e sul processo penale, ma la cui esemplare integrità morale davvero nessuno può mettere in dubbio. Ed anzi confesso di aver provato empatia verso il servitore dello Stato, di stampo antico, che dice: avrei obbedito, perché non risparmiarmi questa umiliazione?
Senonché, sono portato a pensare che nessun cenno gli è stato fatto per la semplice ragione che fino all’ultimo si è cercato di salvare, più che il soldato Davigo, l’assetto politico del CSM che aveva appena giudicato e rimosso dalla magistratura, con molta fretta, il dott. Luca Palamara.
Se e fino a qual punto il dott. Davigo avesse fatto affidamento proprio su questa inerzia, lo sa solo lui; ma la partita si è giocato su questo tavolo, non certo su quello della controversia tecnico-giuridica, come si vorrebbe farci credere; e nemmeno sul piano, come dire, personale nei confronti del magistrato simbolo della stagione di Mani Pulite.
Ma quando poi, con malcelata amarezza, egli lamenta che quel silenzio ingannevole dei vertici del CSM lo abbia ingenerosamente esposto ad un danno di immagine, come di un magistrato “attaccato alla poltrona”, qui il Nostro scivola nella retorica populistica un po' troppo facile, ancorché a lui assai congeniale.
Qui il dott. Davigo (che peraltro avrebbe avviato, stando a notizie di stampa, altra controversia per veder retroattivamente rivalutata la sua sconfitta nella corsa a Primo Presidente della Corte) deve prendersela solo con sé stesso. Il quadro dei principi era ed è chiarissimo, il Consiglio di Stato si era già pronunciato esattamente in termini quando egli ha deciso di ingaggiare questa battaglia. Ed anzi, egli aveva avuto altre due eccellenti occasioni per buttare dignitosamente la spugna: il giudizio negativo della Commissione che di norma lui stesso presiedeva; ed il parere drasticamente negativo della Avvocatura dello Stato (incredibilmente secretato: il che la dice lunga su quanto il Consiglio o gran parte di esso stesse cercando di sostenerlo). Ha voluto tenere il punto, non ha che da recriminare con sé stesso.
Ma una riflessione a parte merita il voto finale espresso dal CSM, che conferma una volta di più la deriva davvero incontrollabile della crisi di autorevolezza e credibilità che attanaglia la magistratura italiana ed il suo vertice istituzionale. Ancora una volta, su una questione del tutto tecnica, si è votato per schieramenti, e per dosimetrie correntizie. Il tema era se il magistrato in pensione potesse rimanere in carica: cosa c’entra qui la corrente di appartenenza? Ogni commento è superfluo. E merita invece plauso il voto libero ed “imprevisto” del dott. Nino di Matteo. Per Travaglio -che incarna l’idea platonica della faziosità più incontinente e spregiudicata- si tratta di un voto “inspiegabile”; per molti, anche all’interno della stessa magistratura, sarebbe stata addirittura una ritorsione contro il silenzio di Davigo sulla nota vicenda della mancata nomina al DAP. Che si debba essere proprio noi avvocati a presumere, almeno presumere, un gesto di onestà intellettuale e di libertà morale da parte di un magistrato pur assai lontano da noi, la dice lunga -per parafrasare Gadda- su quanto sia grave “quel pasticciaccio brutto di piazza Indipendenza”.

“Noi Avvocati sotto attacco “ un’attenta analisi del Presidente Caiazza
30/09/2020

“Noi Avvocati sotto attacco “ un’attenta analisi del Presidente Caiazza

«PROGRAMMA TUTTO EMOTIVO NOI AVVOCATI SOTTO ATTACCO»
«Nella cultura giustizialista si fa un uso strumentale del dolore delle vittime»
Una mia intervista per Il Riformista

20/09/2020

LA TURCHIA DIETRO L’ANGOLO

L’arresto di 50 avvocati ad Ankara, accusati dei medesimi reati di terrorismo contestati ai loro assistiti, merita qualche riflessione meno retorica di quelle lette nella tutto sommato distratta rassegna stampa di questi giorni.
Innanzitutto, qualche informazione in più, per raccogliere la quale consiglio vivamente fonti notiziali internazionali (Human Rights Watch, www.hrw.org). I colleghi vengono arrestati nel corso di una operazione di antiterrorismo, pressoché all’indomani di un discorso di Erdogan in occasione dell’Inaugurazione dell’Anno Giudiziario (sic!), con il quale il leader turco aveva espressamente stigmatizzato l’attività difensiva prestata nell’interesse di persone sospette di essere membri di organizzazioni terroristiche.
Si è trattato di una vera e propria retata, con perquisizione negli studi e sequestri di tutti i computer, laptop e cellulari dei Colleghi, poi trascinati brutalmente in alcune caserme di Polizia.
I primi interrogatori, stando a questa più che attendibile fonte, hanno tutti avuto ad oggetto le intercettazioni telefoniche effettuate dagli inquirenti, grazie alle quali essi hanno ascoltato per settimane sia le conversazioni tra gli avvocati ed i loro assistiti, sia quelle tra gli stessi avvocati difensori. Inoltre, è stata a tutti chiesta la esibizione di lettere di incarico e di accordi economici riferibili al rapporto difensivo. Se ne deduce dunque che l’oggetto della contestazione sia esattamente il mandato difensivo, ritenuto esso stesso la condotta materiale di concorso nell’associazione terroristica. Naturalmente, non è la prima volta che questo accade (pochi mesi fa furono arrestati altri 17 avvocati, difensori di imputati curdi), e purtroppo non sarà l’ultima. E l’avvocatessa Ebru Timtik, morta in carcere a seguito di quasi trecento giorni di sciopero della fame per ottenere un giusto processo, ha scritto una pagina particolarmente drammatica della medesima storia.
Siamo sicuri di poter guardare a queste terribili vicende come ad una realtà sideralmente lontana dalla nostra, insomma come a storie accadute su un altro pianeta?
Certamente, una retata di 50 avvocati difensori è qualcosa di impensabile nel nostro Paese; e penso di poter dire che nemmeno durante il fascismo si sia registrato qualcosa di così eclatante. Eppure, è altrettanto impossibile non cogliere in questa storia di umiliazione della libertà e dei più elementari diritti della persona, più di una inquietante analogia con una idea dell’avvocato difensore sempre più diffusa nella pubblica opinione di casa nostra, cui fanno da sponda prassi giudiziarie sempre più aggressive ed esplicite. Perché se vi stupite e vi indignate per il fatto che la Polizia turca abbia ascoltato per settimane o mesi i colloqui degli indagati con i propri difensori e degli avvocati difensori tra di loro, è utile sappiate che questo accade sempre più frequentemente, e da molto tempo, nel nostro Paese, nonostante l’esplicito divieto normativo, in forza di una giurisprudenza univoca nel ribadirne la legittimità. Il colloquio tra difeso e difensore è sempre intercettabile, salva una valutazione postuma di utilizzabilità. Prima ti ascolto, poi stabilisco se il colloquio sia esclusivamente pertinente al mandato difensivo, e anche in tale ipotesi valuterò se esso sia rispettoso dei canoni della legalità e della correttezza deontologica. Nel frattempo, ti ho ascoltato.
Più in generale, cresce sempre di più, in questi tempi di incontenibile populismo giustizialista, l’idea che il difensore sia il favoreggiatore del proprio assistito; ed il numero di avvocati indagati ed imputati in concorso con i propri difesi, o concorrenti esterni delle associazioni criminali di cui quelli sono accusati di essere parte, cresce in modo costante. Se poi l’indagato è protagonista di una vicenda giudiziaria di grande impatto mediatico, dove alla giusta solidarietà per la vittima si affianca un subitaneo ed inappellabile giudizio di condanna a mezzo social del sospettato, arrivano inesorabili le minacce ai difensori. Le quali ultime, però, non allarmano e non indignano nessuno, producendo silenzi istituzionali che valgono una sorta di tacita, indecente strizzata d’occhio alla “giusta rabbia” della pubblica opinione.
Vogliamo continuare a pensare che il nostro Paese non potrà mai divenire proscenio di retate di avvocati come quella di Ankara, ma faremmo tutti bene a riflettere sulla presenza, nella nostra vita sociale, di tracce forti del medesimo virus che l’ha causata e legittimata. Abbiamo d’altronde imparato in questi mesi, purtroppo, con quanta impensabile rapidità possa diffondersi una epidemia, fino a pochi giorni prima lontana dalle nostre case almeno quanto è lontana la Turchia di Erdogan.

30/04/2020

A scrivere al premier è un gruppo di 34 professionisti del diritto: "I provvedimenti restrittivi devono essere attuati nel fermo rispetto dei

27/04/2020

La bozza dei provvedimenti per far ripartire la giustizia italiana ai tempi del Coronavirus

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