Michele Lo Foco

Michele Lo Foco Michele Lo Foco è un avvocato specializzato in diritto d’autore.

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10/09/2024

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Salvis Iuribus Il mondo dell'audiovisivo verità - prospettive - futuro

https://www.salvisiuribus.com/post/il-fiume-sotterraneo
14/03/2024

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A cura di Michele Lo FocoC'è un fiume sotterraneo di soldi statali che scorre continuamente e di cui nessuno si accorge , men che meno i giornalisti specializzati. Solo ieri 'il fatto quotidiano' ha dedicato un articolo alla signora Elkann, ma in concomitanza dei rinvii a giudizio dei fratelli Elka...

02/11/2023

L'assueFazione
di Michele Lo Foco

Nello spettacolo italiano ci sono forme di istituzionalizzazione che non subiscono variazioni nel corso del tempo ma che anzi appaiono, grazie ad una stampa ormai assuefatta ai fenomeni, sempre nuove ed originali.

Caso classico è quello di Fiorello, che riempie lo schermo di stupidaggini, di scherzetti, di prese in giro tipiche di un animatore di centri vacanzieri e che da decenni sembra sempre apportare alla televisione italiana quello spirito rivoluzionario necessario a rianimare spettacoli mummificati.

Assistiamo con curiosità alle ennesime evoluzioni di format come Ballando Con Le Stelle, ormai diventato una sorta di “Grande Fratello” in musica, ostaggio delle litigate di una giuria che esiterebbe chiunque ad invitare a cena.

Subiamo personaggi come Morgan, con il ciuffo inamidato, o Malgioglio vestito col tutù, che pretendono di dare lezioni di orgoglio o di morale ad un pubblico già prostrato dalle scempiaggini di Signorini e ipnotizzato dalle vicende sessuali dei VIP di turno e ascoltiamo come babbei i racconti dei soliti Al Bano, Vanoni, Zanicchi, Pravo, Hunziker, Ventura, Goggi… ormai svuotati di ogni contenuto e capaci solo di ripetere l’irripetibile.

Assistiamo soprattutto al continuo, interminabile flusso di ospiti di qualsiasi tipo, sempre interrogati nelle materie che conoscono, sempre osannati, sbaciucchiati, omaggiati, esaltati nelle loro banalità ed incapaci di trasmettere qualcosa di sensato.

Ma in un paese di millenaria cultura, culla delle arti più nobili, pervaso dal genio di grandi artisti, seminato di monumenti straordinari, ma anche patria di pensatori, divulgatori, eroi, scrittori, medici, di donne bellissime e bravissime, di sarti unici al mondo, di imprenditori coraggiosi, di giovani sportivi, in un paese ricco di vita e di pulsioni positive, possibile si debbano ancora subire gli scherzetti ripetitivi di Fiorello e le noiose e strumentali interviste di Fazio? Cos’ha il nostro paese, che continua a viaggiare col freno a mano tirato? A chi dobbiamo questa stagnazione culturale che ha invaso ogni angolo dello spettacolo? A chi sono affidate le sorti del nostro intrattenimento? Per questo motivo, per questa stagnazione che limita la libertà di espressione, sembra che Report sia una sorta di enclave di talebani, solo perché cerca di entrare nel tessuto molle delle vicende per dare una scossa agli spettatori rincoglioniti da Conti e dalla Venier. Per questo Kilimangiaro sembra un programma da Oscar e Bruno Vespa tranquillizza le menti, per questo Angelo Guglielmi e Brando Giordani risplendono nell’empireo della televisione, perché non hanno avuto paura di usare l’intelligenza e di trasmetterla ad un pubblico non di deficienti ma di ascoltatori.

25/10/2023

Anicastelli
di Michele Lo Foco

Che il cinema italiano, con il suo speciale tax credit, sia anche una fonte di guadagni illeciti, di speculazioni e di operazioni strumentali lo dico da anni e l’ho dimostrato più volte, ma che Rutelli presidente Anica oggi dia la colpa al Ministero per la carenza di controlli è più che paradossale, è la dimostrazione di quanto sia capace l’ex sindaco di Roma per ammortizzare tutto il suo precedente entusiasmo per il successo del cinema italiano.

Quella di Rutelli si chiama, in termini filosofici “morale eteronoma” ed è quella di chi passa col rosso se non c’è il vigile e si contrappone, secondo Kant, alla morale autonoma di chi prende coscienza dei limiti.

Anica si è posta come elemento strutturale della politica di Franceschini e la figura di Rutelli, fino a quel momento estranea alla vicenda cinematografica, è stata cooptata, in particolare su suggerimento di Lucisano, come fondamentale collegamento con il ministro.

Rutelli ha posto lì la sua base professionale, interpretando il ruolo di morbido assemblatore delle esigenze dei potentati, ed è diventato anche imprenditore, inventando una strana quanto invisibile ricorrenza annuale dal titolo Videocittà, anch’essa largamente finanziata dalle istituzioni.

Anica avrebbe dovuto tastare il polso dell’industria ed avvertire che la febbre stava salendo assieme al finanziamento pubblico, ma al contrario ha inneggiato ai continui slanci di Franceschini, che, mi auguro, del tutto incoscientemente ignaro delle conseguenze pratiche, con la sua visione politica ha inciso talmente nel profondo sul dna del settore per farlo diventare non più un elemento di cultura ma pane per il saccheggio di fondi statali e per speculazioni nazionali ed internazionali.

Anica ha applaudito in ogni sede, soprattutto festivaliera, al fatto che l’Italia fosse invasa dagli stranieri attirati dal miele del tax credit, ed ha partecipato come protagonista al banchetto, rilasciando interviste entusiastiche e ricevendo applausi.

Non si è ricordato Rutelli che già ai tempi di Veltroni si era verificato un fenomeno simile, quando la parola “culturale” aveva provocato la devastazione dei fondi pubblici: registi che fino al giorno prima ricevevano un corrispettivo di quaranta milioni, ne ottennero quattrocento, più cento per la moglie assistente, cento per un montatore e qualcosa per i nipoti. La “cultura” di Veltroni ebbe l’effetto di demolire l’industria, eliminare il merito, è di far evaporare quasi cinquecento milioni di “fondo rotativo” tramite film che poi lo Stato dovette digerire con la cosiddetta “cartolarizzazione”.

Sarebbe stato onesto da parte Anica comprendere che era il caso di interve**re per regolamentare il flusso dei fondi, esaminando con coscienza e non con l’attuale cattiveria il disagio del Ministero costretto da Franceschini a lavorare su norme incomplete e talvolta imbarazzanti, costretto a seguire l’onda delle richieste sempre più numerose e pressanti, costretto a subire la tracotanza di una sinistra artisticamente esosa e sorretta da Anica.

Invece oggi, nel momento in cui comincia a ve**re a galla l’indecenza di alcuni finanziamenti, e la Guardia di Finanza si accorge che qualcosa non torna nei costi del film, Anica dichiara che la colpa è di Borrelli che non ha vigilato, che il Ministero manca di dirigenti e che pertanto i produttori sono privi di responsabilità.

Dispiace ascoltare queste frasi, perché la mancanza di una seria presa d’atto delle proprie responsabilità rende tutto possibile, anche quello che non lo sembra.

12/07/2023

Cinecittà e il PNRR

Il “piano nazionale di ripresa e resilienza” è una delle dizioni politiche utilizzate per far capire alla gente che si tratta di un affare di grandi proporzioni e non farne capire i contenuti.
Le parole che la politica talvolta adotta, Welfare, hub, e da ultima “resilienza” sono utilizzate per introdurre nell’ambiente concetti impalpabili, vaghi ma autorevoli destinati ad incartare una serie di provvedimenti di varia natura e di notevole impatto economico.
Cos’è la resilienza, parola usata raramente e certamente cacofonica?
“E’ la capacità di affrontare resistere e riorganizzare in maniera positiva la propria vita dopo eventi particolarmente traumatici.”
Bene, ciò detto, il piano di “resilienza” è un intervento economico europeo teso ad agevolare le nazioni nello sforzo di sistemare aspetti delle loro strutture. Cinecittà è la struttura individuata da Franceschini per indirizzare 300 milioni di euro: dal momento che non aveva altre strutture apprezzabili, gli era sembrata la soluzione proponibile, anche se lo stato dei luoghi dopo la cura Abete era già costata allo Stato decine di milioni di euro.
Pertanto la “resilienza” si è trasformata in un progetto faraonico, sostenuto da giornali e giornalisti, con a capo Gloria Satta, nel quale Cinecittà sarebbe diventata virtualmente lo studios degli studios, Roma caput studios.
La moltiplicazione di terreni e capannoni è diventata un effetto speciale ed a tutti è stata pubblicizzata l’immagine di Maccanico con la spada sguainata e i nemici europei distrutti.
Improvvisamente però la resilienza ha un brivido: il Ministro che se ne occupa comunica che qualcosa non va, le rate non arrivano, l’Europa vuole spiegazioni, il piano italiano è sbagliato. Cinecittà non invade l’Italia con 17 nuovi capannoni, ma ci ripensa, sono la metà e sempre entro il 2026.
Cosa diranno le banche e gli appaltatori, dove finisce il sogno degli studios degli studios? Cinecittà fa una doccia di realismo, e comincia a pensare che forse sarà utile rivedere i conti e dare una calmata alla Satta.
Maccanico rinfodera la spada e pensa alle vacanze, che sono alle porte, tanto Cinecittà è affittata per lo più ad un’azienda straniera, e quella paga.
Ma c’è un ultimo trucco da utilizzare: basta con il nome di Istituto Luce Studios, torniamo a Cinecittà S.p.A., cioè il nome che aveva l’azienda quando io fui nominato consigliere quarant’anni fa.
Da allora le carte sono state rimescolate varie volte e le fusioni si sono succedute per confondere i conti. Prima Ente Cinema S.p.A., poi Cinecittà Studios, poi Cinecittà Luce, poi Luce Cinecittà, poi Istituto Luce Studios e qualcuno lo dimentico. Non sono un indovino ma temo che degli Studios, comunque si chiamino, e del parco a tema, ne sentiremo parlare ancora, e non solo per la resilienza ma per la loro sopravvivenza.

11/07/2023

IL RISVEGLIO DI AGCOM

L’intervento come sempre tardivo dell’AGCOM ha finalmente messo in risalto quello che personalmente da anni dichiaro, denuncio, spiego (e che mi ha posto all’indice durante l’impero Franceschini) e cioè che la legge sul tax credit, inoculata nella definizione di produttore indipendente, ha ottenuto l’effetto contrario a quello che avrebbe dovuto ottenere.
Dice l’ AGCOM testualmente:
con riferimento al tax credit, il cui intento originale era volto a sostenere le piccole imprese nazionali di produzione audiovisiva, si porta all’attenzione la problematica relativa alla dimensione internazionale dei principali destinatari attuali di tale misura che comporta un rischio di discostamento rispetto ai principi e obiettivi alla base del regime di agevolazione
Detto diversamente il tax credit è servito ai piccoli e medi imprenditori ad arrabattarsi per produrre lungometraggi modesti, ed ai produttori internazionali e strutturati a sbancare lo Stato Italiano approfittando della mancanza di controlli.
Ho sempre pensato che il sistema Franceschini, che ha ridotto la qualità del prodotto nazionale ed è servita esclusivamente a rafforzare le piattaforme e Cinecittà, prima o poi avrebbe deflagrato, ma speravo che non fosse l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni a dare l’allarme, ma, come avrebbe dovuto, Anica, o qualche sindacato. Invece le associazioni, salvo ANAC e CNA, sono diventate complici del sistema, ed hanno favorito la verticizzazione delle prebende statali, che con l’estensione ai prodotti televisivi, hanno raggiunto l’apice del risultato.
Dove AGCOM sbaglia è quando ragiona sulla definizione di produttore indipendente: se infatti è vero (ed è realmente un elemento truffaldino) che è considerato produttore indipendente quello che ha un fatturato, realizzato con la stessa azienda, non superiore al 90%, e pertanto sono tutti indipendenti, è altrettanto vero che non è giusto eliminare il concetto di produttore indipendente, ma va riformulato restringendo la percentuale al 50%.
Pertanto è un produttore indipendente colui che presenta un fatturato nel quale il lavoro con la medesima azienda non superi il 50% dell’intero, e dimostri che l’altro 50% dipende da lavori con altri operatori del settore.
Riducendo il numero dei produttori indipendenti a quello vero, senza inserirvi major o grandi gruppi strutturati, tutto il sostegno statale può essere finalmente indirizzato, come dovrebbe, a quella specifica parte del settore che ha realmente bisogno di assistenza, e non ad incrementare potentati e speculatori che in questi anni di Franceschinismo hanno avuto modo di operare ai danni dello Stato.

12/06/2023

La supremazia intellettuale

Gli intellettuali sono di sinistra, questo è il mantra che viene ripetuto senza riflessione e che fa ormai parte delle convenzioni nazionali, un po' come il pensiero che la magistratura sia sempre contro la destra.
Ma quale caratteristica viene prima, l’essere intellettuali o essere di sinistra? Mettiamoci nei panni di uno scrittore, di un filosofo: se i suoi pensieri sono professionali, privi di connotazioni politiche, potrebbe correre il rischio di essere ignorato, perché non trova l’appoggio di editori e di giornali.
Deve pertanto darsi da fare per essere accolto nel circolo di coloro che pensano, che sono prevalentemente catalogati a sinistra anche se sono ricchi e famosi.
Fatto ciò, quello che scrive è meno rilevante, può anche diminuire le prestazioni man mano che gli viene concesso lo spazio.
Un esempio: Massimo Recalcati. Era uno psicologo divulgatore specializzato in Lacan, e questo compito lo svolgeva con tanta dedizione e bravura.
Poi lo ha scoperto la sinistra, e Recalcati è diventato un personaggio televisivo, intrigante e fumoso, una specie di affabulatore tenebroso.
Il suo modo di affrontare problematiche esistenziali si è trasformato in un vuoto chiacchiericcio pseudofilosofico.
Recalcati è diventato una icona della sinistra, e questo non gli ha fatto bene, come non fa bene ai registi essere schierati, perché il pensiero, l’arte, il talento non sono espressioni politiche ma capacità democratiche, doni che se vogliamo attribuire ad una entità dobbiamo riferirci ad un padre, ad una generazione, ad una educazione.

Di intellettuali veri, di uomini capaci di tracciare un cammino o anche solo un passo ce n’è un gran bisogno, di divulgatori capaci di spiegare l’evoluzione o il tratto pittorico di un maestro non ce ne sono mai a sufficienza, mentre di professionisti dell’intrigo di sinistra ne abbiamo fin troppi, al punto che alcuni di loro hanno deciso di passare a destra per mantenere la posizione.
Qualcuno può immaginare che con il governo di destra si creeranno le condizioni per una supremazia intellettuale delle istanze conservatrici, ma non è così semplice.
Non basta un convegno in una delle mirabolanti proprietà di Bruno Vespa per equilibrare la situazione, né l’inserimento di personaggi asserviti al sistema: ci vogliono anni di attenzione al problema, ed il lavoro serio e professionale di studiosi capaci di dare un senso alla storia ed ai fenomeni.
Utilizzare logici matematici come Piergiorgio Odifreddi, che si rifanno ad Aristotele ed a Peano, a Godel, solo per dare un tocco di scienza ad un programma d’intrattenimento è realmente un grande spreco, o far parlare il Prof. Maurizio Ferraris di argomenti che non gli competono, solo per abbellire qualche minuto di trasmissione, non è fare cultura.
Umberto Galimberti potrebbe spiegare la Divina Commedia certamente meglio di Benigni che viene pagato come fosse lui stesso una creatura di Dante, ed io personalmente ho ascoltato unitamente ad altre quattrocento persone una delle migliori illustrazione del De Rerum Natura narrata in teatro da Odifreddi, solo, sul palco, con un leggio.
Non si tratta in questi casi di politica, ma di conoscenza, e come direbbe il Budda quella che conta è l’intenzione, con un fine che non è divertire ma diventare consapevoli che la cultura non è di sinistra, non è uno strumento politico, è una necessità.

02/05/2023

Fenomenologia e cinema

Edmund Gustav Husserl è stato un filosofo e matematico austriaco fondatore della “fenomenologia”, disciplina che designa lo studio dei fenomeni in ambito filosofico per come questi si manifestano, nella loro apparenza, alla coscienza intenzionale del soggetto, ed in sostanza nel modo in cui si manifesta la realtà.
Per Husserl la parola fenomeno non indica semplicemente il modo di apparire delle cose ma è il ritorno alle cose stesse: una sedia ci può apparire in tantissime versioni, colori, materiali, ma c’è una caratteristica che non può mancare la “sedibilità” cioè la funzione per la quale esiste. Se non mi ci posso sedere quell’oggetto vario non è una sedia.
Il ritorno alle cose stesse è il ritorno alla sostanza dell’apparire.
Fenomeno è però ciò che appare, e certamente il cinema è un prodotto fenomenico, nel senso che ciò che vediamo, e che sappiamo essere creato ad arte per raffigurare e significare, non è sostanza ma ambisce ad esserlo per lo spettatore.
Pertanto qual’ è la caratteristica che costituisce il ritorno alle cose stesse applicato al cinema?
Cosa deve avere il cinema per essere un fenomeno dotato di anima? Come la sedia deve essere sedibile il cinema deve essere emozionante, comprendendo questo participio tutte quelle sensazioni che alterano la nostra indifferenza e che spaziano tra il divertimento ed il dramma.
Il cinema, come tecnica delle immagini, come copia degli avvenimenti e della realtà, non può non suscitare una qualunque sollecitazione, perché nel caso contrario, ed è purtroppo una eventualità molto diffusa, non essendo dotato di anima, non è nulla se non un oggetto inutile.
Lavorare ad un oggetto inutile è pertanto come costruire una sedia sulla quale non ci si può sedere, o una bicicletta con la quale non ci si può muovere, e l’unico risultato ottenibile è la frustrazione, che è quello stato psicologico derivante da un mancato bisogno o quando si è bloccati nel soddisfacimento di un proprio desiderio.

Adattando la teoria di Husserl al cinema, applicando la fenomenologia ad un prodotto filmico, non si puo' non rilevare che anche un film deve avere caratteristiche tali che lo rendano realtà utile ed integrata nella società, che anche un film debba avere un’anima che gli consenta di esistere.
E’ pertanto disonesto e fuorviante considerare che l’anima di un prodotto audiovisivo sia il tax credit o l’intervento pubblico, e questa deriva, che Husserl condannerebbe certamente, non è che un modo di travisare l’anima di una realtà sociale che ha accompagnato l’evoluzione dei costumi ed ancora collabora attivamente al loro equilibrio.
Fenomenologia, filosofia e settima arte possono in definitiva congiungersi e collaborare per raggiungere il risultato di dare un’anima vera al prodotto filmico, cancellando le apparenze che non sono sostanza ma solo speculazione ed illusione.

Fenomenologia e cinema

Edmund Gustav Husserl è stato un filosofo e matematico austriaco fondatore della “fenomenologia”, disciplina che designa lo studio dei fenomeni in ambito filosofico per come questi si manifestano, nella loro apparenza, alla coscienza intenzionale del soggetto, ed in sostanza nel modo in cui si manifesta la realtà.
Per Husserl la parola fenomeno non indica semplicemente il modo di apparire delle cose ma è il ritorno alle cose stesse: una sedia ci può apparire in tantissime versioni, colori, materiali, ma c’è una caratteristica che non può mancare la “sedibilità” cioè la funzione per la quale esiste. Se non mi ci posso sedere quell’oggetto vario non è una sedia.
Il ritorno alle cose stesse è il ritorno alla sostanza dell’apparire.
Fenomeno è però ciò che appare, e certamente il cinema è un prodotto fenomenico, nel senso che ciò che vediamo, e che sappiamo essere creato ad arte per raffigurare e significare, non è sostanza ma ambisce ad esserlo per lo spettatore.
Pertanto qual’ è la caratteristica che costituisce il ritorno alle cose stesse applicato al cinema?
Cosa deve avere il cinema per essere un fenomeno dotato di anima? Come la sedia deve essere sedibile il cinema deve essere emozionante, comprendendo questo participio tutte quelle sensazioni che alterano la nostra indifferenza e che spaziano tra il divertimento ed il dramma.
Il cinema, come tecnica delle immagini, come copia degli avvenimenti e della realtà, non può non suscitare una qualunque sollecitazione, perché nel caso contrario, ed è purtroppo una eventualità molto diffusa, non essendo dotato di anima, non è nulla se non un oggetto inutile.
Lavorare ad un oggetto inutile è pertanto come costruire una sedia sulla quale non ci si può sedere, o una bicicletta con la quale non ci si può muovere, e l’unico risultato ottenibile è la frustrazione, che è quello stato psicologico derivante da un mancato bisogno o quando si è bloccati nel soddisfacimento di un proprio desiderio.

Adattando la teoria di Husserl al cinema, applicando la fenomenologia ad un prodotto filmico, non si puo' non rilevare che anche un film deve avere caratteristiche tali che lo rendano realtà utile ed integrata nella società, che anche un film debba avere un’anima che gli consenta di esistere.
E’ pertanto disonesto e fuorviante considerare che l’anima di un prodotto audiovisivo sia il tax credit o l’intervento pubblico, e questa deriva, che Husserl condannerebbe certamente, non è che un modo di travisare l’anima di una realtà sociale che ha accompagnato l’evoluzione dei costumi ed ancora collabora attivamente al loro equilibrio.
Fenomenologia, filosofia e settima arte possono in definitiva congiungersi e collaborare per raggiungere il risultato di dare un’anima vera al prodotto filmico, cancellando le apparenze che non sono sostanza ma solo speculazione ed illusione.

26/04/2023

ROMA CAPUT MUNDI

Uno dei principali compiti della stampa e dei giornalisti dovrebbe essere quello di analizzare le notizie e la realtà cercando di andare al fondo dei fenomeni per spiegare ai lettori cause, retroscena, ed in sostanza verità.
Forse è chiedere troppo, ma quando i media si alleano con i responsabili delle vicende sociali, in sostanza mistificando o addomesticando la verità, allora è probabile si crei quella che può essere definita una “bolla”. – Cos’è una bolla? E’ un contenitore fragile al cui interno non c’è altro che aria e nessuna sostanza: la realtà si gonfia, diventa visibile e voluminosa, sembra, e non è, una realtà importante e solida ma rischia di scoppiare, lasciando gli inconsapevoli fruitori bagnati e contusi.
Con Cinecittà è successo più volte, quasi nello stesso modo, che la realtà di una azienda di modesta levatura, con un fatturato risibile per una realtà industriale, ma con un nome conosciuto e rispettato nel mondo, sia stata talmente “gonfiata” da dive**re quasi un sinonimo di cinema e di italianità.
Roma Caput Mundi è infatti il titolo clamoroso di un articolo firmato da Gloria Satta, che ha il senso dell’indipendenza giornalistica e dell’approfondimento dei fatti di un palo della luce.
C’è un po’ di confusione strumentale tra i nomi che vengono citati nel pezzo del Messaggero: Denzel Washington, Jane Fonda, Daniel Craig, Charlize Theron i quali, se qualcuno non avesse ben compreso, non sono azionisti né dipendenti né in qualche modo stipendiati dal teatro di posa, ma semplicemente attori che vengono a recitare in Italia, aggiungo ben volentieri, e sono pagati profumatamente dai loro produttori, i quali, a loro volta, approfittano dell’Italia per saccheggiare il tax credit e diminuire di molto il costo del loro film straniero.
Forse questo esempio potrà chiarire il fenomeno: se sbocconcellate un dolce in terrazza, e le briciole cadono sul terreno, vedrete una moltitudine di formiche correre a recuperare il cibo, ognuna affannata per trasportare il pezzettino più interessante. Ecco, il dolce è il tax credit, chi lo sbocconcella è lo Stato e le formiche sono i produttori, la gran parte proveniente dai paesi lontani.

Non è vero che i prodotti stranieri di cui si parla nell’articolo sono coproduzioni: sembrano coproduzioni ma sono prevalentemente produzioni esecutive, realizzate da società complici spesso create appositamente per gestire il tax credit. Le maestranze lavorano, questo è indubbio, ma quella che si sta gonfiando è in realtà una bolla perché non è vero che Roma è caput cinema ma esattamente il contrario: Roma non conta nulla.
E non c’è bisogno di grandi riflessioni per capirlo: i prodotti italiani non incassano al cinema, gli attori italiani non sono conosciuti nemmeno in Svizzera, le piattaforme inseriscono nei loro palinsesti i film del nostro paese giusto per dovere di ospitalità, non vendiamo quasi nulla all’estero e se qualche prodotto funziona non è merito delle strutture, ma del caso o di qualche produttore che ama ancora fare buon cinema.
Perché la storica giornalista non chiede che fine ha fatto la partecipazione di Cinecittà nel “parco a tema” più desolato della terra? E dove è finito l’amianto? E’ vero che società italiane devono chiedere a società straniere l’utilizzo dei teatri? Qual è il core business dell’ Istituto Luce? Come sta funzionando il museo? E chi sta sfruttando illecitamente e gratuitamente il marchio Cinecittà? E’ vero che Abete ha lasciato milioni di debiti fiscali? Quanto era il fatturato di Cinecittà nel 1980? Come mai sono state effettuate almeno tre fusioni intercompany?
Se vogliamo sintetizzare, la storia di Cinecittà è realmente una fiction, ma i produttori sono i singoli cittadini, a loro insaputa gestori di un teatro di posa.

14/04/2023

Cannes forever

I festival, come noto agli operatori, non sono veicoli di successo, o perlomeno non lo garantiscono. Alcuni produttori saggi addirittura evitano i concorsi per non contaminare con il termine arte e cultura la commerciabilità del prodotto e non molti anni fa i distributori home- video toglievano dalla fascetta qualunque riferimento a festival perché avrebbe inibito l’acquisto.
Ciò non toglie che nella spasmodica attività di controllo di ogni fonte di conoscenza dell’audiovisivo le sinistre abbiano compreso i maggiori festival, e tra questi in particolare Cannes, che ha il vantaggio di includere il maggior mercato commerciale del mondo. Pertanto, sull’onda ancora non attenuata del potere totalizzante delle sinistre, Cannes ‘23 accoglie i suoi figli prediletti, e cioè la Rohrwacher che è la campionessa, non di ricavi, non di pubblico, ma di partecipazione a festival, Bellocchio, anche esso in continuo movimento massmediologico, e soprattutto Moretti, che non sapendo più di cosa parlare, parla di se stesso e con se stesso cercando una identità. Fuori Garrone, che forse era il regista più originale, ma non tanto da farlo preferire ai campioni della sinistra più sinistra, quella non molla l’osso.
Neanche da dire che un grande maestro come Pupi Avati, con il suo bellissimo e commovente film che ho avuto il privilegio di vedere in visione privata, non è stato preso in considerazione, come peraltro non era stato considerato per gli Oscar da una commissione Anica la cui scienza cinematografica era paragonabile solo a quella di Rutelli, né per i David che lo hanno ignorato scientificamente.
Le novità di una cultura non omologata a sinistra fanno molta fatica ad imporsi soprattutto in ambiti gestiti dai funzionari di partito: anche Venezia è ancora presidiata, come peraltro il festival di Roma, e ci vorrà la buona volontà del Ministro Sangiuliano per abbattere il muro di Cicutto e della Malanga, che non saranno certamente disposti a dimettersi, diversamente da quello che fece una donna straordinaria come Luciana Castellina all’arrivo di Urbani.
Fabiano Fabiani, invece, colonna portante di una sinistra scolpita nella roccia, non solo non si dimise, ma nominò in zona Cesarini del suo mandato Tonino Morè quale amministratore unico dell’Istituto Luce, per spregio ad un ministro di centro destra.
Poi, come sappiamo, le sinistre, agevolate nel loro compito totalizzante da Gianni Letta infiltrato in Forza Italia, sono riuscite a mantenere le redini della cultura nonostante tutto e tutti.
Alemanno, tormentato da Repubblica, ai tempi del suo mandato, nominò solo gente di sinistra, e a capo della Cultura della Capitale un signore di cui si sono addirittura p***e le tracce.
La realtà politica è che mentre le fazioni si scannano per un posto all’Eni o all’Enel, che muovono milioni di euro ogni firma, la Cultura, di cui l’Italia dovrebbe andare fiera, ed il turismo, che per noi è come il petrolio, non suscitano alcun entusiasmo, e vengono riservati o ai figli di qualcuno che conta o a completamento di trattative diverse e ben più corpose.
Corposo invece è l’interessamento per le donne dello spettacolo, come diceva scherzosamente il grande produttore Leo Pescarolo.

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Rome
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