26/03/2019
Mario D'Aleo: il giovane Capitano che sfidò cosa nostra.
La Compagnia dei Carabinieri di Monreale si trova ora, come molti anni fa, a gestire un territorio intriso di mafia con la sostanziale differenza che, allora, si muovevano i primi passi nei controlli bancari sui capitali di provenienza mafiosa e non si conosceva l'organigramma delle famiglie di cosa nostra.
In un simile contesto, operare non è affatto cosa semplice e, il 26enne capitano Mario D'Aleo ne era ben consapevole.
L'avvicendamento al comando della Compagnia con il Capitano Emanuele Basile era già previsto prima del suo omicidio avvenuto il 4 maggio 1980, anche a causa delle minacce subite dall'Ufficiale culminate in un tentativo di sequestro della figlia Barbara.
Con la morte del Capitano Basile, l'arrivo del suo successore viene accelerato e così il 28 maggio 1980 il capitano D'Aleo giunge a Monreale.
Sin da subito, anche grazie alla.preziosa collaborazione dell'appuntato Giuseppe Bommarito e del carabiniere Pietro Morici già fidati collaboratori di Basile, inizia ad indagare sulla morte del suo predecessore ed a continuare la sua opera di contrasto al potere mafioso. È attivo sul fronte dell'evoluzione della seconda guerra di mafia in corso negli anni ottanta, ponendo particolare attenzione su una famiglia di San Giuseppe Jato: i Brusca.
Controlla ogni loro movimento e, proprio a seguito di uno dei controlli di polizia giudiziaria, il 2 gennaio 1982 arresta il rampollo della famiglia Brusca, Giovanni colui che anni dopo sciolse nell'acido il corpo del piccolo Giuseppe Di Matteo figlio del pentito Santino.
Pupillo di Toto' Riina, Giovanni Brusca, all'epoca appena maggiorenne, muoveva i primi passi nella famiglia criminale.
D'Aleo arresta Brusca per favoreggiamento poiché la sua auto era stata notata nei pressi di un luogo nel quale erano stati incendiati alcuni autocarri.
Un affronto per la famiglia Brusca al punto tale che il capofamiglia Emanuele, nonno di Giovanni, si presenta in caserma minacciando l'ufficiale con questa frase: "Stia attento, perché lei insiste troppo a perseguire i Brusca".
D'Aleo, seppur consapevole del rischio che correva, non si fece intimorire e continuò le sue indagini non solo sui Brusca ma anche sul fronte dei capitali mafiosi, ed individuò una impresa di Calcestruzzi con sede a San Giuseppe Jato, la Litomix, nelle disponibilità della famiglia Brusca e con un socio che anni dopo, si scoprirà essere il ministro dei lavoro pubblici di cosa nostra Angelo Siino.
Riesce ad interrompere, con un conflitto a fuoco, una riunione del boss Damiani Salvatore, soggetto attivo nel riciclaggio del denaro di provenienza illecita.
D'Aleo aveva toccato dei punti cardini dell'attività mafiosa dei corleonesi: la famiglia più vicina a Toto' Riina, I Brusca, e portato alla luce alcuni affari illeciti di cosa nostra e per ciò era ritenuto pericoloso e da eliminare.
Il 13 giugno 1983 alle ore 20.20, il. Capitano Mario D'Aleo viene ucciso insieme all'appuntato Giuseppe Bommarito e al carabiniere Pietro Morici in Via Scobar a Palermo, da un commando composto da Angelo La Barbera, Salvatore Biondino e Domenico Ganci. Per il suo omicidio sono stati condannati in qualità di mandanti Michele Greco, Toto' Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calo', Giuseppe Farinella e Nene' Geraci.
Anni dopo, il collaboratore di giustizia Giuseppe Marchese, riferirà che Brusca quando venne arrestato da D'Aleo, stava coprendo Toto' Riina. Difatti tra Monreale e San Giuseppe Jato, in contrada Cammusi, in quegli anni, si nascondevano i latitanti Bernardo Brusca, padre di Giovanni e Toto' Riina.
Ciò a riprova che il capitano D'Aleo era sulle tracce dei latitanti e nonostante le minacce subite non arretro' di un millimetro assolvendo, sino all'ultimo, al suo dovere di servitore dello Stato.
Un giovane eroico Capitano, forse lasciato troppo solo per poter affrontare i tentacoli mafiosi agli inizi degli anni ottanta, quando ancora sì seguivano più intuizioni che fascicoli, vista l'inesistenza di una conoscenza del fenomeno mafioso.
Si può dire che il Capitano D'Aleo, come Falcone, ebbe l'intuizione di seguire i "picciuli" per smantellare cosa nostra, quindi la sua memoria ed il suo eroismo non possono essere dimenticati. Onore a questo eroico servitore dello Stato. Viva l'Arma dei Carabinieri!!!!!