09/11/2022
Per mia abitudine professionale non amo solitamente esprimere pubblicamente considerazioni, valutazioni, opinioni su sentenze, che riguardano miei assistiti, siano esse favorevoli o meno.
Ritengo sia il comportamento deontologicamente più opportuno e, contemporaneamente, sia quello più rispettoso verso i miei clienti.
Leggendo, però, gli strali lanciati dal noto giornalista reggino Claudio Cordova per Il Dispaccio, non posso non avanzare delle semplici, brevi osservazioni.
Il giornalista parla di “compassione”, di “pietà” per Falcomatà “e il suo codazzo”, parla di “tristezza” e di “squallore”.
Ebbene, ammetto che sono sentimenti questi che hanno pervaso anche me nel momento stesso in cui la sentenza ieri sera (quasi notte, direi) è stata pronunciata.
Sono stato pervaso anche da un senso di malessere, quasi disgusto, ma per ragioni diverse rispetto a quelle espresse da Cordova.
Sono state, è vero, “lunghe, lunghissime ore di attesa” quelle “che hanno preceduto la pronuncia del dispositivo sul Caso ”.
Mi domando, però: a cosa ha assistito la città?
Una così lunga camera di consiglio (ben 9 ore è durato il concilio dei tre giudici!) fa sempre presumere una e una cosa sola: la difficoltà dei componenti del collegio di trovare un accordo tra loro, in un senso o nell’altro.
Questo dato è incontestabile.
Se i Giudici avessero avuto un accordo sulla condanna o sull’assoluzione sarebbero usciti dalla camera di consiglio ben prima!
Il dubbio, evidentemente, non permetteva loro di decidere rapidamente e nel dubbio non c’è mai condanna!
Le ore, invece, passavano senza che ad alcuno venisse data la benché minima indicazione di quanto quella riunione sarebbe durata.
Quando dico “alcuno” mi riferisco non solo agli imputati (ovviamente), ma a noi avvocati, ai giornalisti, ai pubblici ministeri, ai cancellieri, alle guardie giurate, etc, ossia a tutti coloro che, con il loro lavoro quotidiano, permettono alla macchina giudiziaria di funzionare e il cui lavoro va in modo sacrosanto rispettato!
Detto ciò, proprio l’interminabile durata della camera di consiglio aveva allontanato in noi operatori del diritto ogni previsione o possibile valutazione su quale sarebbe potuto essere l’esito della sentenza.
Personalmente, però, speravo in una cosa.
Proprio la lunghissima attesa mi faceva ben sperare in una valutazione attenta, analitica e, soprattutto, finalmente diversificata delle singole posizioni.
Questo ho chiesto con forza sin dall’atto di appello, su questo ho insistito nella mia discussione finale.
Ma, si sa, soprattutto nel mio campo, chi di speranza vive disperato muore!
Resto ansioso di leggere le motivazioni di una sentenza, che, poco coraggiosamente, appare aver reiterato il più grosso deficit della sentenza di primo grado: la mancata autonoma valutazione di quegli elementi, che portano a dire integrato il reato di abuso d’ufficio con riferimento a ciascuna delle posizioni soggettive dei vari imputati.
Ad eccezione di Falcomatà (per ovvi motivi, sarebbe stato davvero il colmo il contrario) tutte le altre posizioni, ancora una volta e tristemente, risultano accomunate in una valutazione globale, come fossero posizioni analoghe.
Non è stato utile questo, soprattutto alla città! Se condanna doveva essere (e dubito fortemente che la scure della Corte dovesse cadere indistintamente proprio sopra tutti gli imputati, compreso il mio assistito Antonino Zimbalatti, ma, si sa, le sentenze si accettano per come sono) la città avrebbe avuto il diritto di sapere il peso e il ruolo avuto da ciascuno dei condannati nella vicenda Miramare.
Così non è stato, purtroppo!
Si è preferito più facilmente (e comodamente) livellare il quantum sanzionatorio e abbassarne l’entità rispetto al primo grado di giudizio.
Nulla di fatto per Reggio Calabria.
Nulla di fatto per la giustizia.
Ecco il perché della mia tristezza di fronte a tanto “squallore”, in attesa (davvero spasmodica) di poter leggere le motivazioni!
di Claudio Cordova – Raramente, nella mia carriera di cronista giudiziario, la tristezza e lo squallore mi hanno pervaso come ieri, nelle lunghe, lunghissime, ore di attesa che hanno preceduto la pronuncia del dispositivo di sentenza sul “Caso Miramare”. Eppure ne ho seguiti di casi giudiziari...