Clemente Delli Colli

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05/11/2014

In mattinata, in auto nell'andare in Tribunale, ascoltavo sulla radio un sindacalista lamentarsi della condotta delle multinazionali, che spostano all'estero le produzioni, dove la manodopera costa di meno.
Tutto vero, ma e' semplicistico prendersela con la smania di massimizzare gli utili.
Ancora un venti anni fa il mondo era diviso in chi sapeva produrre e chi no e spesso difettavano conoscenze tecniche di base. Tanto per dirne una, in Cina era ancora diffusissima la produzione di acciaio con i forni a carbone; acciaio, inutile dirlo, d'infima qualita'. E se qualcosa si produceva, nel terzo mondo, di qualitativamente competitivo, ci pensavano i dazi a metterla fuori mercato. Poi sono arrivati gli accordi sulla libera circolazione di beni e servizi ed una maggiore circolazione del know-how, ed e' tutto cambiato.
Il mondo era ed e' pieno di luoghi dove la gente e' felice di lavorare a condizioni deteriori di quelle da noi normali.
E la crescita produttiva del terzo mondo (ormai, spesso, ex terzo mondo) avra' anche consentito alle multinazionali di minimizzare i costi del lavoro (e, forse soprattutto, le sue garanzie), ed avra' anche creato dei mercati di sbocco nuovi per la produzione, ma ha tratto dalla miseria centinaia di milioni di persone. E questo e' stato un balzo in avanti dell'umanita'. Pero' i redditi piu' bassi dei nuovi stati produttori si coniugano con un piu' basso costo della vita. E con abitudini consolidate di vita di necessita' piu' parche. Ora, se il prodotto finale e' lo stesso, non si giustificano costi produttivi diversi e la manodopera ne e' una componente importante. Pero' un operaio italiano non puo' accettare una paga vietnamita, troppo diversi i due livelli di costo della vita, morrebbe, letteralmente, di fame. Ed allora non se ne esce, semplicemente il mercato globale ci sta espellendo dalle produzioni a basso valore aggiunto. I finali possibili sono due e probabilmente l'esito sara' un loro mix. Da un lato, prima o poi ed in tempi lunghi, il divario di costi si ridurra', senza necessariamente annullarsi ma ad un livello tale da non essere piu' decisivo, dall'altro la produzione italiana, od almeno cio' che ne restera', si concentrera' maggiormente in settori di nicchia od ad alto valore aggiunto.
I due fenomeni sono gia' in corso, temo piu' il primo che il secondo. Tradotto in soldini, la maggiore ricchezza del terzo mondo la paghiamo con un calo del nostro potere d'acquisto. Che e' l'unico modo per conservarsi competivi nei settori tradizionali. Anche perche' l'altra strada, quella dell'innovazione, presuppone livelli d'investimento e di efficienza complessiva del sistema che da decenni non ci appartengono. Il perche' implicherebbe un discorso troppo ampio per questa sede, un post gia' fin troppo lungo, malgrado le tante banalizzazioni. Le produzioni di nicchia sono, per definizione, tali; non saranno i pistacchi di Bronte e le altre mille leccornie tipiche a reggere l'economia nazionale. E l'industria inovativa latita. La chimica, troppo legata a produzione di base, e' morta da tempo; la siderurgia sara' la prossima: inutile tentare di competere con i prezzi asiatici nel tondino da costruzione, salvo monopoli locali dettati dalla estrema prossimita' del sito produttivo, quando poi s'importa (dalla Germania, non dalla Cina) l'acciaio ad elevata resistenza dello scafo dei sottomarini. Troppo costosi per i prodotti tradizionali, troppo arretrati per quelli innovativi. Moribonda l'industria dell'auto, perche' non ha senso economico produrre in Italia la Panda, quando invece lo avrebbe produrre le grandi berline. Che non produciamo. L'eccellenza nazionale e' la Ferrari: ancora una volta, una nicchia. E cosi', stretti tra pressione competitiva sui costi ed insufficienza innovativa, lentamente diveniamo piu' poveri. Negli ultimi anni il fenomeno e' palpabile, ma negli ultimi venti anni, quasi senza accorgercene, abbiamo perso un terzo del nostro potere d'acquisto, avendo a parametro i costi medi Comunitari.
Concludo: o s'innova o si decresce. E con buona pace dei pauperisti di turno, che parlano (o cianciano?) di "decrescita felice", vedo piu' la decrescita che la felicita'. O ci diamo una mossa, a livello di sistema nazione, o decresceremo sin quando la manodopera italiana costera' quanto quella vietnamita. O del popolo, ancora piu' povero, che avra' il posto che oggi tocca ai vietnamiti. E l'esempio non e' casuale: chi sogna un futuro agroalimentare fara' bene a riflettere sul fatto che il principale produttore italiano di caffe', Illy, gia' oggi, le miscele piu' pregiate le importa proprio dal Vietnam.

22/10/2014

Clemente Delli Colli

Adesso ·


Il giorno che le sedie vollero dirsi tavoli

Un giorno, nel felice paese di Trallalà, dove tutti vivono in amore ed armonia, fu promulgata una legge in favore del commercio del mobilio. L'aquisto di ogni genere di mobilio avrebbe dato diritto ad una detrazione fiscale in favore dell'acquirente, in percentuale sul prezzo dell'acquisto. Questa percentuale fu fissata al 30% per i tavoli, al 25% per le sedie.

Le sedie si rizelarono, e molto. Ad una di loro venne in mente che, in fondo, sia loro sia i tavoli avevano quattro gambe ed un piano di appoggio, e chiese che anche loro potessero essere chiamate tavoli. Il dibattito fu accanito, ma vuoi per la simpatia che promana da chi si dice emarginato, vuoi per paura di passare per scorretti (anche a Trallalà c'era la fissazione del politically correct), quando la gente parlava di tavoli non si capiva più se fossero tali o fossero sedie. Frasi innocue, tipo "Maria, mi avvicini la sedia", provocavano dei mezzi traslochi.

Il paese di Trallalà, però, non era felice per caso; fu agevole convenire che, liti terminologiche a parte, sedie e tavoli fossero realtà diverse, anche se entrambe titolari di diritti. Dopo una dibattito nel merito, e preso atto che, già a normativa vigente, la tutela di tavoli e sedie era sovrapponibile, salvo alcune peculiarità, fu adottato qualche provvedimento correttivo. I tavoli restarono tali, le sedie presero atto, anche con un giustificato spirito d'identità, di non essere tavoli anch'esse. La questione finì lì.

Sostituite "tavolo" con "matrimonio" e "sedia" con "unione omosessuale" ed avrete, al posto del felice paese di Trallalà, l'Italia; che, a giudicare dalla canea montante, felice non é.

Poi, se fossi convivente con una persona del mio stesso sesso, non pretenderei di scimmiotare il matrimonio, che per definizione prevede la differenza di sesso tra i contraenti, ma vorrei una piena tutela della peculiarità della mia condizione. Che di fatto già esiste, anche se con limitazioni, sulle quali si può discutere, sulle graduatorie pubbliche. Lasciando da parte questioni di prole e di adozione, che mi paiono più l'equivalente della freudiana invidia p***s femminile. O dell'equivalente maschile, comunque si chiami e laddove esista.

19/10/2014

RIFLESSIONI SPARSE DI UN FINE SETTIMANA. DI SOLE, LIONISMO, FINANZA E DEMOCRAZIA.
Ieri, giornata Lions, riunione del Gabinetto Distrettuale a Vibo Valentia. 700 chilometri tra andata e ritorno, ma ben spesi. Giornata di sole, piacevolmente calda senza essere opprimente, la luce nitida ma non abbacinante delle belle giornate non piu' estive. Viaggio con Alba Capobianco ed Antonio Lipizzo: cari amici Lions che vivete il lionismo solo nell'ambito del vostro Club, non mi stanchero' mai di ripetervi che rinunciando alla vita del Distretto vi private del rapporto umano con tante persone fuori dal comune. Forza, se cominciare non smetterete piu'; e, alla fine, coerentemente con gli scopi del lionismo, scoprirete di essere divenuti almeno un pochino migliori. Tutti i rapporti umani arrichiscono, quelli con una realta' umana selezionata, che vive il servizio alla comunita' come proprio modo di essere, anche piu' della media. Limitarsi al proprio Club e' come visitare sempre la stessa sala degli Uffizi avendo a disposizione tutto il museo. Forse la sala e' la piu' ricca di capolavori, ma perché non visitare anche le altre? La riunione è andata molto bene, ulteriore esempio di come i Lions stiano riorganizzando il proprio modus operandi e di come la loro azione stia diventando più incisiva sul territorio. Davvero una giornata spesa bene.
Oggi visita al club Lions Genzano Alto Bradano per l'inizio del suo anno sociale: il piacere di rivedere degli amici e la consapevolezza di visitare un club ben gestito, bene organizzato e che fa davvero qualcosa per il suo territorio. Ed il piacere di rivedere quella persona rara che e' Orazio Perone.
Di ritorno a Potenza, il Premio Letterario Basilicata: sono rimasto colpito dall'intervento del vincitore della sezione economica. Provo a sintetizzarlo al massimo: il vincitore ritiene che il vero elemento caratteristico degli ultimi decenni dell'economia mondiale, nonche' causa della crisi odierna, sia la creazione di denaro da parte di soggetti privati, segnatamente delle grandi banche commerciali; e, almeno dal poco che e'emerso dal suo intervento, che una possibile soluzione possa essere cercata in una politica espansiva di spesa da parte degli enti governativi. Ho cercato dopo la premiazione di acquistare il suo libro, ma il caso ha voluto che fosse l'unico non disponibile.
La butto qui come una provocazione, e come per tutte le provocazioni, tento di banalizzare il discorso per renderlo più evidente: non credo che la vera novità sia la creazione di moneta da parte di soggetti privati, in fondo è quello che tutte le banche fanno, sia pure in forma indiretta, da sempre; dalle banche commerciali dell'alto medioevo e dalle loro lettere di credito e, volendo andare più indietro, sin dall'epoca degli antichi santuari delfici. La vera novità di questi decenni, a mio avviso, non è tanto la creazione di moneta da parte di soggetti privati, quanto il fatto che essa sia diventata, come dire, di grado ulteriore. Mi verrebbe da dire che la colpa è di Hegel e dell'idealismo: il denaro è un'astrazione, è una idea, è la rappresentazione di beni e servizi. Nulla di male nella "creazione di moneta" nella misura in cui rispecchia beni e servizi sottostanti; non è una novità ed è soltanto un modo di accelerare e facilitare gli scambi.
Il problema sorge quando il denaro cessa di essere la rappresentazione di un bene per diventarne una di grado ulteriore; la leva finanziaria non è soltanto la possibilità di scommettere con un moltiplicatore su di un sottostante, ma è prima ancora, da un punto di vista logico, la possibilità di creare della moneta che abbia il proprio sottostante in un servizio finanziario a sua volta espressione di un bene sottostante. Chiaramente il sistema si presta ad essere replicato all'infinito.
La creazione di moneta implicita in ogni singolo passaggio si traduce nella totale astrazione del dato finanziario finale dal valore economico reale sottostante.
Negli ultimi decenni è successo fondamentalmente questo: la creazione di moneta attraverso strumenti derivati ha perso contatto con il mondo produttivo reale, fino a creare una situazione in cui la crescita esponenziale, non della base monetaria che ormai e' un indicatore relativamente importante, ma del volume finanziario complessivo in circolazione, sia superiore a quella della produzione sottostante. Basta fare un paragone tra il valore nozionale di tutti i titoli in circolazione con il prodotto interno lordo mondiale per rendersi conto di quanto il fenomeno sia diventato evidente.
In una situazione di questo genere è normale che i soggetti creatori di moneta (spesso e volentieri non più gli stati, anche per una loro scelta di accordi internazionali che li limitano in tal senso) siano titolari di un potere " sovrano" che si e' andato progressivamente spostando in mano a soggetti privati.
Un potere che spostando sempre più il focus dal momento produttivo al momento finanziario ha finito col creare una ricchezza per lo piu' teorica, frutto dell'attualizzazione sempre meno di attese e sempre piu' di scommesse.
Ora, cio' genera due effetti diversi, ma concorrenti nel disegnare un mondo diverso. Il disallineamento tra valori nominali finanziari e beni realmente prodotti crea un'illusione di ricchezza che, unita al concentrarsi di potere, di fatto anche politico, in mano ad una ridotta minoranza finanziaria, lede alla base il sistema democratico. Il rilievo non e' solo teorico: quando il bene reale latita (e la moneta, la cattiva moneta, abbonda) cresce la sua utilita' marginale. Banalizzando, parliamo dell'inflazione.
Oggi la si combatte diminuendo il potere di acquisto; ed in questo modo si crea una piramide sociale sempre piu' ripida, accentrando sempre piu' potere nel suo vertice. Vertice di creatori di moneta fittizia, che diventa sempre piu' anche vertice politico.
Da un lato stiamo tornando ad un regime non democratico, in cui al privilegio feudale di nascita si e' sostituito quello dell'appartenenza ad un gruppo. Dall'altro la politica, che della democrazia ha sempre piu' le forme e sempre meno il senso di responsabilita', teme il prezzo sociale (ed elettorale) dello spezzare il circolo vizioso. In questo quadro, una politica pubblica espansiva e' benzina sul fuoco. E non e' frutto ne' di attivita' di lobbying, ne' di corruzione: basta il riflesso naturale del politico medio a tentare di differire il problema a dopo la prossima elezione; se possibile, al proprio successore.
In realta', la finanza mondiale e' sempre piu' un gigantesco schema Ponzi; quantitative easing et similia servono solo a ritardare il giorno della resa dei conti. Per intanto, la finanza drogata sta chiudendo all'angolo la democrazia, e per vigliaccheria di questa.
Quando la bolla scoppiera', qualche utile id**ta finira' in prigione, i veri autori controllerabno i loro affari da sotto una palma, sorseggiando daiquiri. Ed i piu', tantissimi, conteggeranno le proprie perdite. Individuali e di sisrema.
Perche' la finanza drogata va di pari passo con la globalizzazione: perche' soffrire ad affinare un processo produttivo,quando e' cosi' facile abbattere i costi delocalizzando? E cosi' generare gli utili attesi? E perche' preoccuparsi della futura domanda aggregata, quando e' cosi' facile vincere alla slot machine della funanza?
E cosi' il cerchio si chiude.
In attesa del giorno in cui ci sveglieremo piu' poveri; e scoprireno che i centri del mondo non sono piu' gli stessi.
Sperando che, quel giorno, ci sia alneno risparmiato il regime dell'incantatore di turno.
Corretta, anche se parziale, la diagnosi del vincitore del Basilicata. Ma illudersi che la patologia possa essere curata dal buon Keynes, beh, lasciamo stare.
Eppure, guarda caso, di tante leggi partorite in questi anni di crisi, quella che piu' di tutte stenta a trovare attuazione e' quella statunitense sull'obbligo per le banche di separare l'attivita' commerciale da quella di affari.
Bene, una provocazione e' inutile se qualcuno non la raccoglie: voi cosa ne pensate?

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