25/10/2020
🔴 𝗟𝗮𝘃𝗼𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶 𝗲 𝗿𝗶𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗺𝗺𝗼𝗿𝘁𝗶𝘇𝘇𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝗹𝗶. 𝗗𝗮𝗹 𝗠𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗲𝗿𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗟𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝘂𝗻’𝗶𝗽𝗼𝘁𝗲𝘀𝗶 𝗱𝗮 𝘀𝗼𝘀𝘁𝗲𝗻𝗲𝗿𝗲.
L’emergenza coronavirus, drammatica per tutto il paese, sta rivelando in modo dirompente quanto i lavoratori autonomi siano, nella società del mercato e della concorrenza, abbandonati a se stessi e alle alterne vicende della vita.
A livello generale il rapporto Caritas 2020 ha registrato un dato preoccupante: nel corso di quest’anno, a seguito della pandemia, 450.000 persone in più sono entrate a tutti gli effetti in uno stato di povertà conclamata. Si delineano così i contorni drammatici di una crisi sociale ed economica a proiezione pluriennale che può essere a questo punto affrontata solo con una profonda riforma dello Stato sociale.
La povertà, nella pandemia globale (ma anche prima di questo evento imprevedibile e straordinario) non colpisce solo i disoccupati o gli inoccupati, ma anche, ed ampiamente, la classe lavoratrice, con perdita del lavoro o con vertiginosi cali dei redditi. Gli ultimi dati sono gravissimi: tra il secondo trimestre del 2019 e il secondo trimestre del 2020, sono stati persi 841mila posti di lavoro. Di questi sono 219.000 le partite IVA che sono state chiuse: quindi il comparto del lavoro autonomo è passato da 5,4 a 5,1 milioni di occupati, con una flessione del 4,1%. A rivelarlo è un recentissimo studio pubblicato dalla Fondazione dei consulenti del lavoro (1).
Per quanto riguarda specificamente il settore del lavoro autonomo e professionale, che evidentemente per sua struttura non è colpito dalla piaga dei licenziamenti, la crisi si sostanzia - oltre che nella scelta obbligata, per alcuni, della chiusura della partita IVA per passare alla disoccupazione o alla sottoccupazione dipendente molto spesso al nero - in una vertiginosa diminuzione degli introiti, a fronte di spese connesse all’esercizio della professione che restano invariate, e a fronte di medesima invarianza del costo della vita.
Non sono esclusi da questa drammatica situazione i lavoratori iscritti agli ordini professionali e quindi alle casse private di previdenza: in particolare quei lavoratori che già prima della pandemia potevano contare solo su redditi bassi o bassissimi a cagione della crisi economica in atto da decenni, e quindi privi di risparmi con cui fronteggiare l’ulteriore calo di reddito.
Per i lavoratori che si trovano in tali contingenze non esistono, allo stato, ammortizzatori sociali: laddove non intervenga qualche forma di welfare familiare, si tratta di categorie destinate appunto ad entrare senza mezzi termini nel vortice della povertà come disegnata dal rapporto Caritas che si è prima ricordato. Le casse di previdenza private non apprestano alcuna provvidenza per casi del genere, in ossequio ad una concezione del lavoratore autonomo professionale come soggetto autosufficiente, affluente per definizione.
Di questa crisi epocale, tuttavia, stanno prendendo coscienza anche istituzioni e soggetti fino a poco tempo fa quasi del tutto impermeabili alle istanze che già il lavoro autonomo avanzava da tempo. Con l’istituzione del reddito di cittadinanza fortemente voluto dal Movimento 5 Stelle si sta infatti affermando un principio per la verità abbastanza intuitivo: sotto una certa soglia di reddito non è possibile immaginare una esistenza accettabile. Il medesimo principio è da applicarsi, senza distinzioni di sorta, a tutti gli uomini e tutte le donne: anche, quindi, ai lavoratori autonomi ordinistici che con il loro lavoro non riescano a raggiungere i limiti di reddito anzidetti.
Allo stato, si fronteggiano due diversi tipi di soluzioni del problema: da un lato, il disegno di legge approvato dal CNEL; dall’altro, una bozza circolante in ambienti giornalistici e lavoristici predisposta dalla Commissione di studio per una riforma degli ammortizzatori sociali istituita presso il Ministero del Lavoro.
Il disegno di legge del CNEL prevede l’istituzione di una indennità straordinaria di continuità reddituale ed operativa (ISCRO), da erogarsi dall’INPS e spettante ai professionisti lavoratori autonomi iscritti alla gestione separata non titolari di pensione e non iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie, limitata agli iscritti alla Gestione separata INPS, con esclusione degli iscritti alle Casse di previdenza private. Si tratta di un evidente punto critico della proposta, che appare diretta ad una platea limitata e lascia fuori dagli ammortizzatori un segmento sostanzioso (e bisognoso) del lavoro autonomo, quello ordinistico.
Il secondo punto, certamente più dolente, sta nel fatto che le indennità previste nel disegno di legge andrebbero finanziate per mezzo di un fondo alimentato dagli stessi lavoratori, con un aumento della contribuzione previdenziale fisso a carico degli stessi lavoratori, senza alcuna distinzione reddituale tra di loro. In altri termini, la contribuzione previdenziale INPS subirebbe un aumento (nella proposta CNEL dello 0,28) uguale per tutti i lavoratori iscritti, quale che sia il loro reddito: con ciò evidentemente gravando in misura esponenziale sui lavoratori a redditi bassi (proprio quelli che si intenderebbe aiutare) senza alcun meccanismo redistributivo a carico dei lavoratori affluenti non bisognevoli di ammortizzatori e tutele.
Al contrario, in una situazione di crisi dei lavoratori deboli come quella prima descritta per MGA – sindacato nazionale forense non è condivisibile una riforma degli ammortizzatori sociali basata su meccanismi assicurativi privatistici non redistributivi, per il semplice quanto ovvio motivo che non si può chiedere alla fascia dei lavoratori già in gravissima crisi economica di aumentare i propri costi anche solo per finanziarsi una qualsiasi copertura welfaristica per i periodi di non lavoro.
A ciò si aggiunga che è troppo bassa la soglia di reddito di euro 8.145 per accedere agli ammortizzatori: si restringe così in maniera eccessiva la platea dei beneficiari del trattamento, la cui erogazione è peraltro limitata alla disponibilità del fondo, con il rischio di istituzionalizzazione di umilianti click day.
L’erogazione dell’ammortizzatore, inoltre, nella proposta CNEL è anche condizionata alla partecipazione a specifici percorsi di aggiornamento professionale, con evidente riproduzione dello stesso meccanismo inutilmente condizionale e paternalistico del reddito di cittadinanza, con l’aggravante della contribuzione a carico dei beneficiari come innanzi evidenziato.
Nel disastro della contemporaneità con serie prospettive di peggioramento sociale ed economico una riforma degli ammortizzatori sociali può essere utile ed efficace solo se finanziata con la redistribuzione della ricchezza ottenuta con contribuzioni ed imposte progressive che gravino maggiormente in percentuale sui redditi alti.
La pandemia infatti ha velocizzato un meccanismo già in atto a far data dell’inizio della crisi economica globale innescata nel 2008: un blocco che sembra definitivo dell’ascensore sociale, con un precipitare ulteriore delle condizioni reddituali e in genere economiche delle fasce deboli della popolazione a fronte di un incremento esponenziale dei grandi patrimoni, come emerge da uno studio appena diffuso da Ubs e PwC, secondo il quale, alla fine del luglio scorso, il numero di miliardari italiani (in dollari) è aumentato a 40 unità (rispetto ai 36 dell’anno scorso), di cui due terzi uomini, con un aumento dei loro patrimoni del 42% (3).
La proposta proveniente dal Ministero del Lavoro, per quel che si è potuto apprendere dalla stampa, si rivela molto più interessante. Innanzitutto essa riconoscerebbe un’indennità in caso di calo dei redditi a tutti i lavoratori autonomi, siano essi iscritti alla gestione separata Inps o alle casse di previdenza private, da erogarsi in caso di riduzione del fatturato o di cessazione dell’attività alimentata con una contribuzione basata su aliquote, finalmente, progressive in relazione al reddito professionale conseguito nel triennio precedente.
Altro elemento condivisibile è che l’erogazione delle provvidenze non sembrerebbe subordinata alla condizionalità formativa e che verrebbero esonerati dalla contribuzione i professionisti a regime fiscale forfettario. Inoltre, al fine di riservare la destinazione del beneficio alle fasce economiche più deboli ne verrebbero esclusi i professionisti produttori di un reddito superiore ad una certa soglia che potrebbe essere fissata a 35.000 euro, ferma restando l’applicazione altresì di un tetto ISEE.
Si tratta di una bozza di cui attendiamo di conoscere i dettagli per una più accurata valutazione anche in relazione alla scelta del parametro reddituale per l’accesso al beneficio rispetto a quello del fatturato, oppure di una combinazione dei medesimi al fine di perseguire l’obiettivo di escludere dal trattamento assistenziale coloro che non ne hanno bisogno.
La strada è quella giusta.
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(1) https://www.open.online/2020/10/17/pandemia-partite-iva-colpiti-giovani-professionisti-report/
(2)
https://ilmanifesto.it/la-pericolosa-illusione-di-un-welfare-tutto-bonus-e-ristori-senza-reddito-di-base/
(3)
https://www.adnkronos.com/soldi/economia/2020/10/07/covid-dopo-lockdown-miliardari-italiani-piu-ricchi-del_I3GqZMAHC4Zx22DtgUUq8H.html?refresh_ce