13/01/2026
Sul tema del prossimo referendum costituzionale (relativo allo sdoppiamento del CSM) si stanno leggendo le cose più disparate, con un livello altissimo di banalizzazione e strumentalizzazione, da una parte e dall’altra. Eppure il tema sarebbe molto delicato e importante.
Sento allora il bisogno di provare a riordinare un po’ le idee.
Intanto ricordiamo che la riforma non riguarda la c.d. divisione delle carriere tout court ma alcuni aspetti particolari: la divisione del CSM (organo di autogoverno, oggi unico per pm e requirenti) in due diversi CSM, uno appunto per la magistratura requirente (Pm) ed uno per la giudicante. Entrambi soggetti alle medesime tutele costituzionali oggi vigenti. Le assunzioni del personale e tutte le vicende della carriera sono demandate a ciascun Csm. Le funzioni disciplinari vengono demandate ad un nuovo organo. Cambia poi il meccanismo di composizione, con il sorteggio dei componenti togati (giudici) invece della loro elezione.
Intanto è bene ricordare quanto questo tema sia importante:
Da una parte i sostenitori del sì reputano che la “divisione delle carriere” (ormai sarebbe giusto dire “la totale divisione delle carriere”) possa portare ad una riduzione degli errori di giustizia, cioè di processi (e di condanne) a carico di cittadini innocenti, solo perché il giudice ha avuto un pregiudizi a favore del pm-collega.
Dall’altra i sostenitori del no temono che questa divisione possa indebolire i Csm e aprire la strada a riforme che limitino l’indipendenza della magistratura (con persone che non saranno perseguite o che, al contrario, lo saranno su input della politica). C’è inoltre la paura che disancorando la magistratura giudicante da quella requirente cambi la cultura del pm, trasformato in un super poliziotto.
Due preoccupazioni serie per pericoli gravi.
Le ragioni del sì:
La divisione delle carriere è la logica conseguenza di un sistema accusatorio come quello che vige in Italia dal 1987. Accusa (Pm) e difesa (avvocato) sostengono due tesi contrapposte; il giudice (che deve essere equidistante) deve decidere quale delle due prevalga o sia più credibile. È evidente che se uno dei due attori è tuo collega, difficilmente sarai davvero equidistante.
Questa osservazione è tanto logica che ormai le leggi ordinarie hanno di fatto creato questa divisione (è molto difficile passare da una funzione all’altra).
Molti sostenitori del no argomentano proprio che la divisione delle carriere già esiste, che è difficilissimo passare dalla funzione requirente a quella giudicante, e quindi non è necessaria l’odierna riforma costituzionale. L’obiezione non è del tutto fondata.
La divisione infatti non è completa. Il giudicante sente una maggior vicinanza al Pm proprio perché fa parte della stessa istituzione, ha superato il medesimo concorso e soprattutto è governato dallo stesso organo di autogoverno.
Per chiarire, se quel Giudice che sta valutando del destino di una persona, che deve soppesare le tesi di accusa e difesa e che dovrebbe essere equidistante, se quel giudice vuole trasferirsi ad altra sede o ad altro ufficio si troverà sottoposto ad un Csm di cui fanno parte anche i rappresentanti di quel Pm che in quel momento difende una delle due tesi. Evidentemente non vi è una reale equidistanza.
I sostenitori del no affermano che la Carta costituzionale prevede un unico Csm (vero) e che lo fa a tutela dell’indipendenza della magistratura. Quest’ultima è una mistificazione. La Carta costituzionale è stata scritta in un’epoca in cui vigeva il sistema inquisitorio, cioè quando il giudice aveva funzioni simili a quelle del Pm. Avere due Csm, in quel contesto, non era sensato.
Alcuni sostenitori del no argomentano che si sia iniziato a parlare di divisione delle carriere solo dopo gli scandali degli anni ‘90 ma non è corretto: si è iniziato a parlarne dopo la riforma Vassallo del 1987 che ha trasformato il rito da inquisitorio ad accusatorio.
I sostenitori del no ritengono che la riforma indebolisce l’autonomia dei magistrati. Questo allo stato di fatto non risulta giustificato, visto che i due Csm sono soggetti alle odierne garanzie costituzionali. In un futuro forse le cose potrebbero cambiare (lo diremo parlando delle ragioni del no) ma questo ad oggi è un processo alle intenzioni.
Sostengono anche che la cultura dei Pm cambierebbe, trasformandoli in superpoliziotti. Questo pare un assunto tutto da dimostrare, soprattutto considerando che le due carriere sono già, di fatto, separate.
Si osserva anche che i problemi della giustizia sono altri. Forse è vero ma premesso che i casi di mala giustizia sono un problema non secondario, questo non sarebbe comunque un buon motivo per rigettare una riforma qualora la si ritenesse comunque corretta.
Ribadisco però che cercare di evitare il coinvolgimento nei processi di persone estranee ai fatti (o una loro condanna) non è tema di poco rilievo.
Aggiungo un’ultima osservazioni circa le ragioni del sì. Se è vero che i problemi della giustizia sono altri, è anche vero che in questi anni è parso sempre molto difficile metter mano all’ordinamento giudiziario.
Una bocciatura di questo referendum potrebbe far passare l’idea che il sistema non necessita di interventi.
Le ragioni del no:
La preoccupazione principale di questa riforma è che la divisione delle carriere possa agevolare future riforme costituzionali volte a ridurre l’indipendenza della magistratura. Le riforme più controverse diventano più semplici da far passare se compiute un passetto alla volta. Questo potrebbe rappresentare il primo passo. L’unitarietà del Csm sicuramente rende più difficile un intervento futuro che limiti l’autonomia della magistratura.
Non si tratta di non fidarsi di questa maggioranza (che non avrebbe il tempo di approntare altre riforme) ma di un blocco sociale che potrebbe ritenere opportuno limitare l’indipendenza della magistratura.
Inoltre il fatto che l’operato dei Pm sia valutato anche da magistrati giudicanti può effettivamente limitare una deriva “muscolare” dei requirenti, cioè il loro divenire super poliziotti.
Si consideri poi che, se il correntismo del Csm rappresenta effettivamente una stortura, la sua eliminazione attraverso l’abolizione di una rappresentanza democratica nel Csm (sostituita dal sorteggio) pare una soluzione brutale ed un po’ iniqua. Questo senza contare che il sorteggio potrebbe determinare un abbassamento delle competenze dei membri togati, con conseguente indebolimento dell’organo di autogoverno.
Tutto quanto detto (molto sommariamente) mi pare evidenzi tanti punti che meritano approfondimento contrasti molto con una campagna referendaria combattuta a colpi di slogan.