08/07/2025
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La sentenza n. 95 del 3 luglio 2025 rappresenta un atto di mera constatazione, con cui la Corte costituzionale ha preso atto dell’abrogazione dell’art. 323 c.p., a seguito dell’entrata in vigore della legge n. 114 del 9 agosto 2024.
I quattordici giudizi pendenti – promossi da giudici comuni in riferimento agli artt. 3, 25, 97 e 117 Cost., nonché alla Convenzione di Mérida – sono così stati privati di oggetto, resi improcedibili per sopravvenuta carenza normativa.
Richiamando il proprio precedente n. 8 del 2022, la Corte ha ribadito l’impossibilità di pronunciarsi su disposizioni non più vigenti, dichiarando le questioni inammissibili o non fondate. Nessuna valutazione di merito è stata espressa, nessuna risposta offerta su uno dei reati più discussi degli ultimi decenni. Il giudizio si è così fermato dinanzi a un vuoto: normativo prima, istituzionale poi.
L’abuso d’ufficio esce di scena in silenzio, senza essere riformulato, rimpiazzato, corretto. Un colpo di spugna legislativo che ha sottratto alla Corte l’occasione per confrontarsi con i nodi più controversi della fattispecie: la determinatezza della norma, la sua proporzionalità, la sua ragion d’essere nel sistema penale.
📌Questo contributo prende spunto dall’articolo del Consigliere della Corte Suprema di Cassazione, Stefano Corbetta, pubblicato l’8 luglio 2025 su Altalex.it, nella sezione Penale – Reati contro la Pubblica Amministrazione, dal titolo: “Abrogazione del delitto di abuso d’ufficio: le motivazioni della Corte costituzionale”.
Resta però un dubbio di fondo, inevitabile: è davvero accettabile che una questione così densa di implicazioni politiche, amministrative e penalistiche sia stata sottratta al vaglio della Corte proprio quando la riflessione era più matura? Il silenzio della Consulta non è una scelta, ma una necessità. La rinuncia, forse, è avvenuta altrove. E il vuoto lasciato dal vecchio art. 323 c.p. rischia di essere, oggi, più che mai, un vuoto di giustizia.
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