21/04/2026
VIETARE PER PROTEGGERE. IL CORTOCIRCUITO DELLA SICUREZZA PUBBLICA.
Negli ultimi tempi sta emergendo con sempre maggiore frequenza un fenomeno che merita attenzione: l’uso (e spesso l’abuso) di provvedimenti amministrativi che, nel nome della sicurezza, finiscono per comprimere in modo generalizzato diritti e libertà costituzionalmente garantiti.
Il problema non è solo giuridico, ma anche culturale. Una parte significativa dell’opinione pubblica, spesso distante dalla reale frequentazione dell’ambiente montano, tende a formarsi un giudizio sulla base di eventi eccezionali, amplificati da un sensazionalismo mediatico che trasforma il caso limite in regola. Il risultato? Un clima di allarme permanente che orienta, e talvolta condiziona, le scelte amministrative.
Eppure, eventi come tragedie o episodi isolati non possono diventare il parametro per disciplinare la normalità. Farlo significa costruire l’azione amministrativa sull’eccezione, con evidenti distorsioni. È un po’ come vietare l’intero mare perché, in un punto specifico e per poche ore, le condizioni erano pericolose.
Richiamare eventi tragici come quello di Rigopiano è comprensibile sul piano emotivo, ma giuridicamente improprio se utilizzato come parametro generale. Si tratta di una vicenda con caratteristiche del tutto peculiari, legata a specifiche condizioni e responsabilità, che non può essere assunta a modello per giustificare limitazioni indiscriminate su scala territoriale. Trasformare l’eccezione in regola non aumenta la sicurezza: altera il criterio.
Il caso recente delle restrizioni in ambito montano è emblematico: a fronte di un rischio spesso contenuto e fisiologico, si è assistito a interdizioni estese, prolungate e indistinte, talvolta mantenute anche quando le condizioni reali erano già mutate. In alcuni casi, i dati tecnici disponibili indicavano chiaramente un livello di pericolo ordinario, incompatibile con misure così drastiche.
Qui emerge un nodo centrale del diritto amministrativo: i provvedimenti che limitano diritti fondamentali devono essere eccezionali, proporzionati e basati su presupposti concreti e attuali. Quando questi requisiti vengono meno, non si tratta solo di un problema di legittimità del singolo atto, ma di una più ampia alterazione del rapporto tra autorità e libertà.
Ancora più critica è la tendenza a trattare territori complessi come se fossero uniformi, senza distinguere tra aree effettivamente a rischio e zone oggettivamente sicure. È la scorciatoia del “vietare tutto” al posto del “valutare bene”.
Ma la sicurezza non può diventare sinonimo di proibizione indiscriminata. Un sistema maturo non si fonda sulla paura, né sulla costante limitazione preventiva delle libertà, bensì sulla responsabilità individuale, supportata da informazione corretta, prevenzione e strumenti adeguati.
Le conseguenze di questo approccio sono concrete: si comprimono diritti, si penalizzano economie locali, si crea distanza tra cittadini e istituzioni. E, paradossalmente, non si aumenta davvero la sicurezza, ma si amplifica la percezione del rischio.
Questo non significa ignorare le difficoltà degli amministratori pubblici, chiamati a decidere in contesti complessi e spesso esposti a responsabilità rilevanti. Ma proprio per questo, serve equilibrio: tra tutela dell’incolumità pubblica e rispetto delle libertà, tra prudenza e proporzionalità, tra emergenza e normalità.
Il punto, in fondo, è semplice: la sicurezza è un valore fondamentale, ma non può essere perseguita sacrificando in modo sistematico ciò che dovrebbe proteggere.
Perché quando la paura diventa criterio di governo, il rischio più grande non è quello che vogliamo evitare, ma quello che finiamo per accettare come normale.
La sicurezza è fondamentale.
Ma se diventa una scusa per bloccare tutto, non stiamo gestendo il rischio.
Stiamo solo fermando territori, economie e libertà.