12/02/2026
Pubblichiamo una interessante analisi di una recente decisione in materia di licenziamento ritorsivo della Corte d'Appello di Catania.
"Ci sono decisioni che, pur muovendosi dentro categorie tecniche note, riescono a colpire per la loro forza “quasi narrativa”.
La sentenza della Corte d’Appello di Catania, Sezione lavoro, n. 62 del 2 febbraio 2026, è una di queste.
Il caso ruota attorno a un licenziamento intimato dopo che il lavoratore aveva rifiutato una proposta conciliativa. E qui il punto non è solo procedurale. È, direi, quasi antropologico.
Perché quando un licenziamento arriva subito dopo un atto di resistenza del dipendente — un “no” detto in sede protetta — il diritto del lavoro non può limitarsi a guardare la forma. Deve interrogarsi sulla sostanza.
La Corte, infatti, ricostruisce con attenzione la sequenza degli eventi e arriva a un approdo netto: il licenziamento non regge come reazione disciplinare, perché ciò che emerge è un intento diverso, un motivo illecito determinante.
E questo è un passaggio centrale.
Il licenziamento ritorsivo non è semplicemente un licenziamento “ingiusto”. È qualcosa di più grave: è l’uso del potere espulsivo come strumento di pressione o, peggio, di punizione.
Come se il rapporto di lavoro diventasse un terreno dove chi rifiuta di piegarsi deve essere espulso.
La Corte richiama espressamente la logica dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, nella versione applicabile, e dispone reintegra e risarcimento, proprio perché il vizio non è marginale: investe la radice stessa dell’atto.
Interessante anche il modo in cui viene trattata la contestazione disciplinare: si discute di “grave negligenza” e di “significativo nocumento”, ma la motivazione mostra che non basta evocare formule contrattuali se poi manca una prova concreta della loro consistenza effettiva.
In controluce, si intravede un principio che vale ben oltre questo caso:
il potere datoriale non è mai neutro, e quando si esercita in modo ritorsivo, il giudice deve chiamarlo con il suo nome.
Personalmente, trovo che questa pronuncia sia molto utile perché insegna un metodo: leggere i fatti come una trama, non come un elenco. E capire che nel diritto del lavoro spesso il tempo (la successione degli eventi) è già una prova.
Chi studia queste sentenze non sta solo imparando regole. Sta imparando a riconoscere quando un licenziamento è disciplina… e quando invece è rappresaglia"