03/06/2026
La chiamano “strage”, ma è molto di più: è la fotografia brutale di un sistema che da anni consuma vite nell’ombra delle campagne italiane.
Ad , lungo la Statale 106, quattro braccianti stranieri sono stati bruciati vivi dentro un minivan.
Le immagini delle telecamere mostrano chiaramente due uomini che bloccano le portiere dall’esterno, lanciano benzina dal portellone posteriore, poi lanciano un accendino. Una fiammata improvvisa. I due scappano. Verranno fermati poco dopo: entrambi cittadini pachistani, entrambi caporali.
A raccontare ciò che è accaduto è l’unico sopravvissuto, un giovane afghano che è riuscito a salvarsi rompendo un finestrino. Ha spiegato che i braccianti sarebbero stati uccisi perché chiedevano di essere pagati per il loro lavoro e perché si sarebbero rifiutati di dare soldi per il trasporto.
Lui e gli altri erano minacciati con coltelli e pistole, costretti a lavorare senza essere pagati: “i soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì ma i soldi no”.
Tre delle vittime erano afghane, una pachistana. Tutti braccianti sfruttati, tutti intrappolati in un sistema di violenza che controlla lavoro, trasporti, alloggi e perfino i permessi di soggiorno.
Non è un episodio isolato. Nella stessa zona, negli ultimi mesi, si sono registrati 14 incendi dolosi contro auto e furgoni di lavoratori stranieri. Gli investigatori parlano di un possibile regolamento di conti interno ai gruppi di caporalato.
La Squadra Mobile di Cosenza ha ricostruito rapidamente la dinamica grazie ai filmati e alla testimonianza del sopravvissuto.
Ma la verità più profonda è già evidente: la strage di Amendolara non nasce da un raptus, ma da un sistema. Un sistema che trasforma esseri umani in forza lavoro usa e getta.