10/03/2026
Copia-incolla di quanto il nostro Presidente Marasca e la Collega Terzoni ci raccontano...
LE MAESTRE DI MARZO
Una storia anconetana di diritto e di cittadinanza
Cari Colleghi,
si è celebrata la Giornata internazionale della donna in concomitanza con l’ottantesimo anniversario del riconoscimento del loro diritto al voto (1946-2026).
Ma noi abbiamo una primogenitura: talvolta la storia del diritto non si manifesta nei grandi codici o nelle solenni riforme legislative. Può nascere in silenzio, quasi con discrezione, in un gesto semplice che però contiene in sé una domanda di giustizia. Una di queste storie appartiene alla nostra terra.
Siamo nel 1906. L’Italia è ancora lontana dal suffragio universale. Il voto è ristretto e, per consuetudine, riservato agli uomini. Così si è sempre fatto, e dunque così si ritiene che debba essere.
Ma nella provincia di Ancona, in quell’anno, accadde qualcosa di inatteso.
Dieci maestre, nove di Senigallia e una di Montemarciano, decidono di leggere la normativa con la stessa attenzione con cui ogni giorno insegnano ai loro alunni a leggere le parole di un libro. La disciplina elettorale amministrativa richiede alcuni requisiti: cittadinanza, età, alfabetizzazione o pagamento di imposte. Nulla dice, in realtà, sul fatto che l’elettore debba essere uomo.
Quelle maestre possiedono tutti i requisiti richiesti. E allora pongono una domanda semplice, quasi elementare: se la legge non ci esclude, perché dovremmo escluderci da sole?
Presentano così domanda di iscrizione nelle liste elettorali.
La questione giunge davanti alla Corte d’Appello di Ancona. Il 25 luglio 1906 il relatore della decisione, il grande giurista Lodovico Mortara, compie ciò che ogni buon giurista sa fare: applica la norma con rigore e senza timori reverenziali verso pregiudizi e abitudini.
E scopre una cosa disarmante nella sua semplicità: la legge non esclude le donne.
La Corte respinge quindi il ricorso del Procuratore del Re e conferma l’iscrizione delle maestre nelle liste elettorali. Per qualche mese accade così qualcosa di straordinario: dieci maestre marchigiane risultano formalmente elettrici.
Non durerà a lungo. L’anno successivo la Cassazione ricondurrà l’interpretazione entro i confini tradizionali, affermando che una trasformazione “di tale portata” spetta al legislatore. La porta che sembrava essersi socchiusa si richiuderà.
Eppure, quella breve apertura non fu vana. Quarant’anni prima del 1946, quando le donne italiane voteranno per la prima volta, qualcuno aveva già dimostrato — proprio qui ad Ancona — che quella cittadinanza non era un’utopia, ma una possibilità inscritta nella logica stessa della legge: il diritto positivo che include il diritto naturale: giuspositivismo e giusnaturalismo che non confliggono ma si compenetrano (sicuramente Mortara non vi era estraneo).
E c’è qualcosa di profondamente simbolico in questa vicenda. A indicare quella strada non furono uomini di potere, né tribuni della politica; furono maestre elementari. Donne che ogni giorno insegnavano ai bambini l’alfabeto e che, forse proprio per questo, seppero leggere con limpidezza anche l’alfabeto del diritto. Non avevano i blasoni della nobilità o del censo ma l’umiltà e il rigore etico degli eroi che parlano al cuore. Non possedevano titoli aristocratici ma avevano classe; e per insegnare ci vuole la classe.
È una storia che merita di essere ricordata anche da noi avvocati perché insegna che il diritto vive quando qualcuno ha il coraggio di sottrarsi al conformismo. E forse non è un caso che quella domanda di cittadinanza sia nata dall’incontro di due simboli profondi della nostra civiltà: la scuola e la toga. La scuola, che insegna a leggere il mondo; la toga, che ha il compito di interpretarlo con giustizia.
Vi ricordo i nomi delle maestre:
Bacchi Carolina, Bagaioli Palmira, Berna Giulia, Capobianchi Adele, Grazioli Giuseppina, Matteucci Iginia, Simoncioni Emilia Tesei Enrica, Tosoni Dina (tutte di Senigallia), Mandolini-Matteucci Luigia (di Montemarciano).
Buon inizio settimana.
PS: la storia è narrata con dovizia di particolari da Nicola Severini nel volume curato dal nostro compianto storico collega Nicola Sbano intitolato: Donne e Diritti. Parleremo a tempo debito anche della prima donna iscritta all’albo degli avvocati dopo la legge professionale del 1917: Elisa Comani del foro di Ancona. Abbiamo molto da dire…