Servizio Civile Neviano

Servizio Civile Neviano Concorso fotografico realizzato dalle volontarie del Servizio Civile Nazionale del Comune di Neviano con il patrocinio dell'Ass.to alla Cultura.

Buona festa della Madonna della Neve a tutti i Nevianesi :D
05/08/2013

Buona festa della Madonna della Neve a tutti i Nevianesi :D

- sign. Giuseppe Pasanisi Riprese, montaggio ed elaborazione video: Fernando e Maurizio Mastore Coordinamento progetto: Arch. Aldo Summa Per visionare la Map...

02/07/2013

CHIESA DI SAN GIUSEPPE PATRIARCA
Costruita verso il 1850 forse su una una ca****la preesistente, che era sede dell’antica Confraternita del Santo. Oggi la Confraternita maschile non esiste più, mentre rimane quella femminile.
È probabile che originariamente l’attuale chiesa di San Giuseppe costituisse un unico blocco con palazzo Maruccio ed era completamente diversa. Fino al 1930 non aveva una facciata che indicasse la presenza di un luogo sacro.
È stato negli anno 60 del 900 che la chiesa ha preso l’attuale aspetto.
All’interno si presenta a navata unica; alle spalle dell’altare maggiore si trovano al centro la tela del Santo e ai lati le tele raffiguranti “La fuga in Egitto” e “La morte di San Giuseppe”.
Esiste anche l’altare del Sacramento e la statua del Santo e un’altra statua di San Benedetto da Norcia.

21/06/2013

PRIMO GIORNO D'ESTATE - Il Servizio Civile invita tutti coloro che avessero foto raffiguranti Neviano e le sue bellezze, a inviarcele tramite posta qui su facebook. Uno scatto, anche fatto per caso, può essere il modo migliore per far conoscere la nostra Neviano. Le foto inviate avranno quindi, come fine ultimo, quello di essere una piccola porta su questo nostro paesino così poco conosciuto ma che tanto ha da offrire a chiunque sceglierà di ve**re a visitarlo. Il materiale inviato verrà pubblicato su facebook e riporterà, nel caso lo desideriate il vostro nome e un vostro pensiero sulla foto che ci farete perve**re. Grazie a quanti decideranno di prendere parte all'iniziativa!

Le volontarie.

10/06/2013

GIUSEPPE PASANISI
Nasce a Neviano il 23 novembre 1936, e vi risiede ancora oggi.
Pasnisi fin da ragazzo esprime il suo amore e la sua predisposizione all'arte,intesa come pittura, poesia e musica.
Era l'anno 1961 qundo emigrato in Svizzera frequenta un corso di pittura alla Kunst Hollandischi School.
Una volta fatto ritorno in Italia partecipa a diverse mostre di pittura.
Sono gli anno settanta quando inizia il suo percorso da poeta.
Pasanisi è anche autore di canzoni dedicate alla sua terra: CAMASCIA T'AMORE, 5 TE AGOSTU, SOTTA 'LLA CROCE, NIANU,PAESE MIA.
Appassionato di canto è oggi uno dei componenti della Polifonica Antonio Vivaldi di Lecce.

"SOTTA 'LLA CROCE"
Caddripuli tene lu mare
lu corsu cu mille vetrine,
ci nui nu tanimu ste cose
tanimu campagna e tante sciardine.
Ieni acquà sotta 'lla croce
ci oi te cu campi tant'anni,
ieni respira aria pura,
passare quisti malanni.
Sienti nu ndore te tuni,
te fiuri te ogni sciardinu.
Ieni le sere te state,
tecoti la luna e lu friscu chiu finu.
Sulu tant'anni chiu retu
quistu era postu te amore
cquai se fascia lu passeggiu
a lu chiarore te la luna.
(Giuseppe Pasanisi, Sotta 'lla croce "Scalisciandu intra 'lla mente")

13/05/2013

SANSO' RAFFAELE (progettista e scultore)

Nasce il 1° marzo 1914 e muore il 14 febbraio a Neviano. Figlio di artigiano dal quale eredita l’amore per l’arte. Sin dall’infanzia manifestò capacità artistiche notevoli. Dopo gli studi primari, frequentò il Regio Istituto d’Arte di Napoli. Nel 1937 consegue il diploma di Maestro d’Arte in “Scultura Decorativa”. Conclusi gli studi, torna a Neviano, dove il Podestà Attila Piccolo, gli commissiona la costruzione di una fontana per Piazza Concordia, realizzata nel 1938. Attivamente prese parte alla vita sociale e politica di Neviano. A un certo punto della sua vita abbandona la progettazione architettonica per dedicarsi alla scultura, realizzando opere raffiguranti soggetti religiosi e altri inerenti il tema della maternità. In seguito si cimentò nella pittura. E a segutio dell'amore per la pittura nel 1958 dipinge anche la tela della fonte battesimale esposta nella chiesa di San Michele Arcangelo.

13/05/2013

ARTURO TAFURI (poeta e avvocato)

Arturo Giuseppe Tafuri nacque il 16 ottobre 1867 a Neviano. Suo padre, Pasquale Tafuri, apparteneva ad una nobile famiglia originaria della Grecia. Il padre Pasquale Tafuri sposò la baronessa Antonietta Romano di Neviano, la cui famiglia era proprietaria del palazzo baronale sito nel centro di Neviano. E in seguito al matrimonio si trasferì nel piccolo paesino.
Dal matrimonio Tafuri - Romano nacquero 2 figli, Arturo e Carmelo. A circa quattordici anni rimase orfano di madre. Intraprese gli studi liceali a Galatina, poi successivamente studiò a Lecce.
Nell'anno 1882 si recò a Napoli dove, completò il liceo e si iscrisse, e laureò, alla facoltà di Giurisprudenza.
La sua è stata una vita dedita allo studio, all'amore per la letteratura e per la poesia. La morte sopraggiunge 1° agosto 1943.
Tra le sue opere:
- Sebatia venus - Sondrio, Emilio Quadrio Editore 1888;
- Odi bizantine - Sondrio, Emilio Quadrio Editore 1894;
- Parva favilla – Lecce Editrice Cooperativa,1899;
- Poema della folla, - Firenze, Nerbini, 1904;
- Luci e ombre, - Catania Giannotta Editore1944;
- Ortiche, - Arezzo Editoriale Contemporanea, 1928;
- Stelle cadenti, - Arezzo Editoriale Contemporanea, 1930;
- Ave, Salento, - Milano Emo Cavalleri Editore, 1932;
- Il pellegrinaggio di un’anima, - Milano Emo Cavalleri Editore, 1935;
- Epitalamio per le nozze di Maria Imperato con Michele Alfredo Consiglio.
- Versi
- Le ortiche

12/05/2013

LA VITA DEL DOTTORE IMPERIALE (articolo di Antonio Resta)

Mi hanno chiesto di parlare brevemente, di dire proprio due parole, sulla figura del Dottore Imperiale. È una cosa che faccio volentieri, ma soltanto per sciogliere in qualche modo il debito di riconoscenza che ho,e che abbiamo tutti, verso di lui. Perché parlare del Dottore Imperiale qui a Neviano,il suo paese, dove era noto a tutti, mi sembra un pleonasmo, un di più, che offre ben poca utilità. Credo che la sua immagine si stagli natia nella mente di tutti noi che l’abbiamo conosciuto, e ognuno lo riveda in una particolare movenza, in un lampeggiamento degli occhi, e ne risenta le battute ironiche e sorridenti. Per quanto mi riguarda, basta che io trovi nei miei appunti una parola dell’antico dialetto nevianese, perché la sua figurami balzi innanzi e io riveda con precisione l’occasione in cui me la comunicava, e risenta le parole con cui mi descriveva oggetti e procedimenti artigianali.
Altri lo ricorderanno per altri motivi o occasioni.
Qui a Neviano il Dottore Imperiale ha svolto la professione di medico per un quarantennio; e la sua professione, come spesso accade nei nostri paesi, lo poneva all’attenzione di tutti, ne faceva una delle persone più in vista. Ma non è per questo, non è per la sua professione che oggi lo ricordiamo. Lo ricordiamo per altro, per qualcosa di cui li siamo particolarmente grati. Se non l’unico, a mio avviso, egli è stato tra i pochissimi che abbiamo tentato di vivacizzare un ambiente non di rado provo di slanci.
Sono note le iniziative di vario genere, che egli intraprendeva e portava a compimento con costanza e risolutezza, coinvolgendo giovani e meno giovani. Basti rammentare come egli organizzasse squadre di calcio e promuovesse spettacoli di varietà, manifestazioni musicali e sportive. Neviano ne era in qualche modo galvanizzata; e se ci si ripensa, non era poi una cosa così ovvia, cosi consueta, per il nostro paese.
Io so di queste iniziative, ma non saprei dirne nulla, perché in queste occasioni non gli fui vicino. Sono stato a lui vicino negli ultimi anni, quando egli era ammalato e raramente usciva di casa. Andavo a trovarlo e insieme facevamo progetto per raccolte di poesie, specialmente per l’ultima, SCURENDU,e mettevano ordine nel materiale che riguardava la vita di Neviano nei decenni passati, materiale confluito in gran parte nel volume IL MONDO PERDUTO. In quegli incontri, se ci ripenso, si veniva formando l’idea che mi rimane di lui: un uomo sensibile (di una sensibilità che egli tendeva pudicamente a nascondere), un uomo semplice e cordiale, e insieme geloso della propria autonomia, della propria libertà. Ma soprattutto ero lieto nel costatare, parlando di poesie e di altro e di volumi che si progettavano, egli dimenticasse la malattia, dimenticasse perfino i dolori, che dovevano tormentarlo con insistenza. Del resto, me lo confessava lui stesso. Erano per lui momenti di quiete, di pacificazione interiore, di relativo benessere,pur nella chiara percezione della propria decadenza fisica. C’erano in lui passaggi repentini dall’entusiasmo all’abbattimento, da una tensione virtuale mai spenta a un’amara disillusione, che coinvolgeva anche ciò che scriveva e gli dettava parole pessimistiche sulla validità di tutto ciò che si faceva, e non solo sulle poesie.
Ma la poesia è un vizio privato, e come tale può non interessare a nessuno. Credo che Neviano dovrebbe essere grata al dottore Imperiale soprattutto per quel libro, IL MONDO PERDUTO, in cui egli fa rivivere i giochi, mestieri e usanze di un tempo ormai lontano. Con quel libro egli si affermava pienamente come coscienza storica del nostro paese. Se si vanno a rivedere quelle pagine,si può notare il modo puntuale, e perfino puntiglioso, con cui, lui medico, descrive pratiche artigianali ed elenca oggetti e strumenti. C’era, nel Dottore Imperiale, una conoscenza tutt’altro che superficiale delle tradizioni e della vita a Neviano nella prima metà di questo secolo. E non è un caso che anni prima Gerhard Rohlf, il grande studioso tedesco della nostra cultura, che ci ha lasciato tra l’altro un fondamentale vocabolario dei dialetti salentini, preparando il dizionario dei soprannomi nei nostri paesi, venisse a Neviano e s’indirizzasse subito da lui.
È un peccato che per quel libro, IL MONDO PERDUTO, qui a Neviano allora non gli si sia dato il giusto riconoscimento. Di questo si meravigliavano molto gli amici di Pisa, gli stessi che gli inviarono lettere assai affettuose e riconoscenti: lettere che egli non vedeva l’ora di mostrarmi, compiaciuto e orgoglioso di essere apprezzato in luoghi meno vicini.
Oggi si conclude la prima edizione di un premio di poesia che è intitolato al dott. Imperiale, un premio che ci auguriamo continui e che abbia altre edizioni. È una forma di riconoscimento per lui, che anche come poeta in dialetto ha guardato alla nostra terra, se è vero che l’incanto del paesaggio salentino e insieme l’ingrata fatica degli uomini, il disegno ironico ma anche affettuoso per figure di paese,i quadretti di vita quotidiana, la povertà e l’emigrazione che se consegue, sono temi dominanti della sua poesia, insieme con la costatazione dei profondi cambiamenti, non sempre positivi, che in pochi decenni sono avvenuti nel costume. Sono i temi prevalenti nella raccolta SCERCULE. Nell’altra raccolta poetica, SCURENDU, invece, l’appressamento della morte detta accenti più intimi e privati, centrati sulla fuga inesorabile del tempo e sul contrasto tra un’infanzia felice luminosa e un presente triste e cupo. È un contenuto pessimistico, che l’autore non espone in maniera prosaica e generica, ma risolve in immagini di particolare evidenza.
Per questo tributo di riconoscenza oggi gli rivolgiamo, se fosse qui, il dott. Imperiale sarebbe contento, lui che, negli ultimi tempi, ammalato e disilluso, avrebbe desiderato qualcosa del genere. Ora è vano illuderci che egli continui a vivere, che egli sia qui. Quello che ora conta e che il nostro pensiero vada a lui, che ognuno lo ricordi, così come sarà capitato di ricordarlo in altre circostanze. Certo, il nostro cuore non può stare sempre con i morti, perché altra è la logica della vita. Ma sappiamo che non mancheranno altri momenti, collettivi ed individuali, per riandare col pensiero a lui. E la figura del dottore Imperiale, come quella di altre persone care della nostra infanzia e della nostra giovinezza, tornerà a visitarci.

07/05/2013

Official Video: SEMPRE GUAI - Mr Tizy, Alex D, Real Mc, Romauro [New Yan Town vol. 2] Regia e Fotografia: Federico Mudoni Montaggio: Andrea Barba e Federico ...

http://www.youtube.com/watch?v=yX4xxlKusw8
15/04/2013

http://www.youtube.com/watch?v=yX4xxlKusw8

- prof.ssa Rita Stefanelli Riprese, montaggio ed elaborazione video: Fernando e Maurizio Mastore Coordinamento progetto: Arch. Aldo Summa Per visionare la Ma...

30/03/2013

E' la processione del venerdì santo, che arriva in piazza concordia e attende la predica del Parroco Don Giuseppe De Simone.

29/03/2013
29/03/2013

GIOVEDI SANTO: I SEPOLCRI
Il termine “sepolcro” viene utilizzato ancor oggi nel linguaggio popolare di alcune regioni del Sud Italia per indicare quello che più propriamente andrebbe definito come “altare” o “ca****la” della reposizione. L’altare della reposizione, per intenderci, è quello “spazio” della chiesa allestito al termine della “missa in cena Domini” del Giovedì Santo destinato ad accogliere le specie eucaristiche consacrate e a conservarle fino al pomeriggio del Venerdì Santo, quando, al termine della liturgia penitenziale, verranno distribuite ai fedeli per la comunione sacramentale. Dopo la messa vespertina del Giovedì infatti, come si sa, non sono consentite altre celebrazioni eucaristiche fino alla notte di Pasqua, per cui per la comunione debbono necessariamente essere utilizzate le particole messe da parte la sera del Giovedì.

Le specie eucaristiche custodite nella ca****la della reposizione (che verrà disfatta nel pomeriggio del Venerdì prima che cominci la liturgia della passione) rimangono tutta la notte a disposizione dei fedeli per l’adorazione. Il Santissimo Sacramento però non è osteso, ma celato all’interno di un apposito contenitore, mentre il tabernacolo, vuoto, rimane aperto, proprio a testimoniare l’assenza fisica di Gesù (lo sposo, infatti, secondo l’immagine evangelica, ci è stato tolto e il popolo è in lutto), quell’assenza che solo la fede nella risurrezione può riuscire a colmare.

Non senza ragione, dunque, la pietà popolare ha accostato nei secoli all’altare della reposizione l’idea del sepolcro, cogliendo in esso una metafora della morte e sepoltura di Gesù. Contraria all’uso del termine “sepolcri” per indicare gli altari della reposizione si è mostrata invece, di recente, la Congregazione per il culto divino, la quale in una dichiarazione del 1988 ha osservato come “la ca****la della reposizione viene allestita non per rappresentare la sepoltura del Signore, ma per custodire il Pane Eucaristico per la Comunione che verrà distribuita il venerdì della passione di Gesù”. La Congregazione, però, non ha considerato - come taluno ha puntualmente evidenziato - che la parola latina “repositorium” (da cui “reposizione”) ha effettivamente tra i suoi significati anche quello di “tomba” o “sepolcro”.

La pratica di allestire gli altari della reposizione, affermatasi in Europa a partire dall’età carolingia, per quanto possa ripugnare alla sensibilità moderna, esprime in verità l’idea del lutto e della sepoltura, come anche l’etimo latino sta a testimoniare. Il che ha pure una sua giustificazione teologica. E’ vero infatti che noi cristiani nell’eucaristia adoriamo il Cristo vivente, ma è altrettanto vero che Gesù è passato alla vita incorrotta attraverso la morte e per di più una morte cruenta. Nella consacrazione eucaristica si ripete e si riattualizza questo triplice mistero di passione, morte e risurrezione. Se ci sembra strano associare all’eucaristia l’idea della tomba, come invece fa la devozione popolare il Giovedì Santo, forse è perché non siamo più abituati a guardare al mistero eucaristico come ad un reale sacrificio. Eppure la dimensione sacrificale fa realmente parte del “sacramento dell’altare”, non potendosi ridurre, almeno per chi crede, ad un fatto puramente simbolico.

La pia pratica dei “sepolcri”, che in molte altre zone sta conoscendo una progressiva flessione, continua invece ad essere particolarmente sentita in Sicilia. I “sepulcra”, come si dice in gergo, qui si è usi adornarli con fiori e segni vari che richiamano l’ultima cena e la passione di nostro Signore, come i cosiddetti piatti di “sepulcru”, preparati dai fedeli nelle proprie abitazioni durante il periodo quaresimale riempiendo dei tondi con uno strato di stoppa o canapa imbevuto d’acqua e gettandovi sopra chicchi di grano, ceci, lenticchie e scagliola. I suddetti “piatti” vengono quindi posti in un luogo buio per consentire alle piantine di metter su rapidamente i germogli. Una volta cresciute, le pianticelle vengono legate con nastri rossi e poste ad ornamento dei “sepolcri”, quale simbolo della vita che nasce dal buio e che prorompe dal nulla con forza inarrestabile. Forse è per questo che alcuni studiosi (come il Pitrè, poeta e fine conoscitore di tradizioni siciliane) ritengono che la simbologia dei “sepolcri” affondi le sue radici nell’antico culto di Adone, il bellissimo fanciullo di cui si era invaghito Afrodite e che, dopo essere stato ucciso da un cinghiale, ottenne da Zeus il privilegio di passare una parte dell’anno tra i vivi per poi ritornare periodicamente nel mondo dei morti. Il culto di Adone, che simboleggia il risveglio della natura dopo l’inverno, cadeva nell’antica Grecia proprio il giorno dell’equinozio di primavera (21 marzo), da cui noi cristiani cominciamo a contare la Pasqua.

Se il riferimento al culto di Adone può spiegare la genesi della consuetudine di collocare fiori e “piatti” ad arredo degli altari della reposizione, d’altro canto il significato della pratica rimane cristiano, e come tale è percepito dagli stessi devoti. Come mi spiegò un tempo un’anziana e per nulla colta signora, parlandomi della devozione dei “sepolcri” (riporto le sue parole in buona traduzione dal dialetto trapanese): “Il seme lasciato a macerare al buio da cui rinasce la vita è Gesù che, dopo il suo lungo calvario, entrato e uscito che fu dalle tenebre della morte, ritorna dopo la sua Resurrezione a vivere e a ridar vita e conforto al mondo intero. I piatti offerti il giovedì santo sono quindi augurio della sua Resurrezione, perché venga di nuovo a illuminare e a ridare gioia agli uomini”. Forse il più dotto dei teologi non avrebbe saputo trovare parole più belle di queste per esprimere il mistero della morte e resurrezione di Gesù. Ma in fondo non è quello che Gesù aveva detto ai suoi discepoli alla vigilia della sua passione: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane da solo; se invece muore produce molto frutto” (Gv 12, 24)?

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