Comitato Mario Pagano

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il Comitato Mario Pagano, nella sua nuova veste, intende promuovere una nuova stagione delle riforme sensibilizzando la società civile sui valori della cultura dello Stato di diritto in direzione garanzie, diritti, libertà e dignità della persona umana

La figuraccia di ScarpinatoLa Consulta rigetta il ricorso dell’ex pm contro la commissione AntimafiaIl Foglio, 17.6.2026...
18/06/2026

La figuraccia di Scarpinato

La Consulta rigetta il ricorso dell’ex pm contro la commissione Antimafia

Il Foglio, 17.6.2026

La Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dall’ex pm, oggi senatore grillino, Roberto Scarpinato contro la commissione parlamentare Antimafia per aver utilizzato intercettazioni telefoniche che lo coinvolgono.

Scarpinato è infatti stato intercettato 33 volte nell’ambito di un’inchiesta che vede coinvolto Gioacchino Natoli, ex presidente della Corte d’appello di Palermo, indagato per il presunto insabbiamento dell’indagine mafia-appalti.
Nonostante Scarpinato non fosse indagato, e nonostante le chiacchierate con l’ex collega Natoli non avessero rilevanza penale, le conversazioni sono state trascritte dalla polizia giudiziaria.

La presidente della commissione Antimafia, Chiara Colosimo (FdI), ha poi chiesto e ottenuto dalla procura di Caltanissetta la trasmissione delle intercettazioni, senza alcuna autorizzazione preventiva da parte del Senato come prevederebbe la Costituzione.
Le intercettazioni sono così state messe a disposizione dei membri della commissione.
Con una giravolta surreale, Scarpinato e il Movimento 5 stelle avevano denunciato la “grave violazione dell’articolo 68 della Costituzione” che prevede l’autorizzazione del Parlamento per l’utilizzo delle captazioni:
proprio l’articolo più massacrato dalla propaganda grillina negli ultimi anni.

Scarpinato aveva dunque chiesto alla giunta delle immunità del Senato di sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta contro la procura di Caltanissetta, ma la richiesta era stata respinta dalla maggioranza di centrodestra (garantista a corrente alternata).
A quel punto l’ex pm ha avuto la geniale idea di sollevare un conflitto di attribuzione direttamente contro la commissione Antimafia.
Richiesta dichiarata inammissibile ieri dalla Consulta, che ha spiegato che un parlamentare può promuovere un conflitto contro la Camera di appartenenza, ma non contro un suo organo interno.
Una figuraccia per chi ha svolto per 40 anni l’attività di magistrato, rivestendo incarichi apicali.

Ora arriverà un terzo ricorso?

Errore e verità si implicano a vicenda. Lo storico, il giudice e il cattivo uso della dietrologiaIl Foglio, 18.6.2026di ...
18/06/2026

Errore e verità si implicano a vicenda.

Lo storico, il giudice e il cattivo uso della dietrologia

Il Foglio, 18.6.2026

di Guido Vitiello

Ascolta come mi batte forte il tuo cuore, dice una famosa poesia di Wislava Szymborska.
Ma il cuore non è l’unico organo in grado di sperimentare queste percezioni dislocate, extracorporee.
Ripenso alla frase di un ex presidente dell’Anm sull’utilità che può avere anche un processo strampalato:

“C’è un interesse della collettività ad approfondire alcuni fatti in un processo, che prevale sull’interesse alla punizione”.

E a quella di un procuratore aggiunto di Palermo:

“Un’inchiesta giudiziaria consente di rischiarare la storia politica con mezzi coercitivi di cui gli storici non dispongono”.

O ancora, al titolo sotto cui altri magistrati della stessa procura pubblicarono le risultanze delle loro inchieste: La vera storia d’Italia.

Ripenso a tutto questo nel momento in cui, raggiunto dalla notizia della morte di Carlo Ginzburg, riapro il suo libro del 1991 sul caso Sofri, Il giudice e lo storico.
C’è una pagina che riguarda il cattivo uso della dietrologia.
Ogni complotto, scrive Ginzburg, “entra in un sistema di forze eterogenee e non prevedibili”, in cui “l’eterogenesi dei fini rispetto alle intenzioni iniziali è la regola”.
Chi non ne tiene conto e scambia le intenzioni con i fatti, i proclami (spesso millantatori) con gli eventi, cade “in forme estreme di storiografia giudiziaria”.

E poi c’è un’altra pagina memorabile, sulla fallibilità che affligge tanto il giudice quanto lo storico:

“Errore e verità si implicano vicendevolmente come ombra e luce.
Ora, non tutti gli errori hanno le stesse conseguenze.
Esistono errori catastrofici, errori innocui, errori fecondi.
Ma in ambito giudiziario quest’ultima possibilità non sussiste.
L’errore giudiziario, anche quando è revocabile, si traduce sempre in una perdita secca per la giustizia”.

Insomma – provo a riassumere sperando di non far troppa violenza al testo – a riscrivere la storia in tribunale per mezzo di fantasie cospiratorie non solo si sbaglia, ma si commette un errore del tutto infecondo.

Sono ovvietà, precisa Ginzburg.

Eppure, ascolta come mi fischiano forte le orecchie di Scarpinato.

Il flop dei pm di Milano“Dalle inchieste sull’urbanistica danni per tre miliardi”, dice il costruttore Carlo Rusconi, as...
18/06/2026

Il flop dei pm di Milano

“Dalle inchieste sull’urbanistica danni per tre miliardi”, dice il costruttore Carlo Rusconi, assolto

Il Foglio, 18.6.2026

“Come mi sento? Un po’ stordito.
In due anni e mezzo di processo ho sentito dire dal pubblico ministero parole di una violenza pazzesca.
Una cosa umiliante.
Mi sono sentito calpestato ed è stato insopportabile”, dice al Foglio Carlo Rusconi, presidente di Impresa Rusconi, azienda storica di costruzioni attiva a Milano da 119 anni, assolto martedì, insieme al figlio Stefano, nel processo su Torre Milano.

“Con le loro inchieste sull’urbanistica i pm hanno distrutto un intero settore.
Hanno bloccato un comparto che per la città corrisponde a 14 miliardi di euro di investimenti all’anno, pari allo 0,6 per cento del pil nazionale.
Consideri che l’Italia è rimasta sotto procedura di infrazione europea per uno sforamento dello 0,1 per cento del rapporto deficit-pil”, aggiunge Rusconi.

“Il prossimo sindaco di Milano si ritroverà con un debito di qualche miliardo di euro.
Non lo dico per fare terrorismo.
E’ dimostrato.
Se consideriamo che a causa delle inchieste sono bloccati 200 progetti edilizi e ogni progetto vale in media circa 15 milioni di euro, tra acquisto del terreno, progettazione e altri investimenti, parliamo di circa tre miliardi di euro.
Danni che il comune sarà costretto a pagare ai circa duecento operatori, in quanto derivanti dalle determine di modifica del Pgt adottate dai suoi funzionari e poi dalla giunta in violazione della legge”, spiega Carlo Rusconi, che nel corso del processo su Torre Milano è stato difeso dall’avvocato Federico Papa (il figlio Stefano è stato assistito dall’avvocato Michele Bencini).

La procura ha sostenuto che Torre Milano, come decine di altri interventi edilizi autorizzati dal comune, fosse in realtà una nuova costruzione mascherata da ristrutturazione, frutto di un utilizzo illegittimo della Scia.

“Parliamo di una procedura prevista dalla legge (articolo 3 del decreto 380 del 2001), che estende il concetto di ristrutturazione a interventi di demolizione e ricostruzione anche con caratteristiche molto differenti rispetto al preesistente, salvo il mantenimento della dote volumetrica.
Se prima ho un edificio di un solo piano sono autorizzato a costruire, come abbiamo fatto, una torre di ottanta metri rispettando la volumetria esistente.
E’ la legge che lo consente, non l’interpretazione della legge”, puntualizza Rusconi alzando la voce di un tono.

“Il problema non è che all’epoca della costruzione c’era un’interpretazione rispetto a certe norme diversa da quella di oggi.
Il problema è che la procura di Milano ha creato un mostro dove il mostro non c’era”.

Per questa ragione, Rusconi confida che si sarebbe aspettato un’assoluzione perché il fatto non sussiste, anziché con la formula “perché il fatto non costituisce reato”, come ha fatto il tribunale di Milano, dando adito a letture semplicistiche secondo cui gli imputati avrebbero commesso l’illecito contestato ma sarebbero stati assolti perché “in buona fede”.

“Una semplificazione a cui ha contribuito – sottolinea Rusconi – il comunicato emesso dal presidente del tribunale milanese, Fabio Roia, quasi in coincidenza con l’emissione della sentenza.
Un fatto inusuale che mi ha molto colpito”.

Ma al centro delle critiche di Rusconi c’è anche la timidezza mostrata dal sindaco Beppe Sala di fronte alle iniziative dei pm.

“In questi due anni non ha mai, dico mai, rivolto una parola a favore di chi, sulla base di decisioni della politica urbanistica che la sua amministrazione nel tempo ha deciso di adottare, si trova al cospetto dei magistrati unicamente perché ha seguito le norme di cui il comune si è dotato”, dice Rusconi.

“Il sindaco ha idea di cosa voglia dire aumentare gli oneri e le monetizzazioni senza un periodo di salvaguardia, rendendo antieconomico qualsiasi intervento pensato e attivato almeno tre anni prima delle decisioni attuali del comune di Milano?
Ha idea di cosa voglia dire introdurre in corsa, su progetti originati due o tre anni fa, le determine e delibere che cambiano radicalmente la normativa vigente, delle quali i funzionari applicano poi solo la parte più restrittiva?”, si chiede l’imprenditore.
Quanto ai funzionari comunali, prosegue Rusconi, questi sono ormai diventati “dei professionisti del ‘vietiamo tutto, non rispettiamo alcun termine di legge, non decidiamo nulla, così non corriamo alcun rischio’.
Questo è il loro motto, questo è il loro modo di agire”.

Una domanda sorge spontanea:
quanto ha ancora voglia di continuare a investire a Milano?

“Io zero. Infatti mio figlio, che è un po’ più sveglio di me, ha già cominciato a muoversi fuori Milano”, replica Rusconi.

di Ermes Antonucci

L’antimafia che parla con gli extraterrestri e che piace ai pm-starIl Dubbio, 17.6.2026di Damiano AliprandiOgni maggio e...
17/06/2026

L’antimafia che parla con gli extraterrestri e che piace ai pm-star

Il Dubbio, 17.6.2026

di Damiano Aliprandi

Ogni maggio e ogni luglio, intorno agli anniversari di Capaci e di via D'Amelio, sui palchi delle commemorazioni si presenta un uomo che dice di portare le stimmate e di parlare con la Madonna e con un extraterrestre di nome Setun Shenar.
Accanto a lui, negli anni, sono saliti magistrati che hanno costruito le tesi sui mandanti esterni, sulla trattativa Stato-mafia e, da pensionati, sulla pista nera.
Giorgio Bongiovanni, direttore di Antimafia Duemila, e una parte consistente dell'antimafia italiana coltivano da oltre un decennio lo stesso linguaggio, fatto di “sistemi criminali integrati” e di verità nascoste dietro le sentenze.
Le due stragi del 1992, comprese quelle continentali del 93, sono il terreno dove questa saldatura ha messo radici.

La galassia che fa capo a Bongiovanni nasce da un equivoco utile.

Antimafia Duemila, fondata nel 2000 ed edita dall'Associazione Falcone e Borsellino con sede a Sant'Elpidio a Mare, si presenta come testata giornalistica rigorosa.
Chi la dirige viene però da tutt'altra storia.
Bongiovanni è stato per anni il delfino di Eugenio Siragusa, il contattista siciliano che negli anni Sessanta sosteneva di ricevere messaggi dagli “esseri solari”.
Da quella scuola ha portato dentro l'antimafia un vocabolario religioso travestito da politica: l'Anticristo che muove i fili del potere, le legioni di angeli venuti da altri pianeti, il bene e il male schierati in una battaglia cosmica.
Il “sistema criminale integrato” che ricorre nei suoi editoriali è la versione laica di quella stessa teologia.

Attorno al giornale ruota una rete familiare.

La figlia Sonia guida Our Voice, il braccio che porta i ragazzi nelle piazze e che a Palermo, il 23 maggio 2023, è arrivato allo scontro durante la commemorazione di Capaci.
Il figlio Giovanni presiede Funima International, l'organizzazione umanitaria che opera tra Sudamerica e Africa.
A tenere in piedi l'apparato c'è Studio3TV, la struttura che produce i video e finanzia quella che i seguaci chiamano “l'opera”.
Quello che tiene insieme la rete è la fede in un disegno che mescola Fatima, gli ufo e le stragi.

Il salto di rispettabilità lo hanno garantito le toghe.

Antonio Ingroia, a suo tempo, ha definito Antimafia Duemila «organo ufficioso della procura di Palermo».
Nino Di Matteo, Roberto Scarpinato, Sebastiano Ardita, Giuseppe Lombardo, Luca Tescaroli e Nicola Gratteri hanno presenziato a convegni e premiazioni della Falcone e Borsellino, lasciandosi citare e intervistare.
Quando Di Matteo fu rimosso dal pool stragi (all’epoca c’era De Raho come capo della procura nazione, ora nel cerchio magico), partirono appelli in sua difesa che il giornale rilanciò come una battaglia di civiltà.
Quegli appelli raccolsero firme note, da Marco Travaglio in giù, e rimbalzarono sulle colonne del Fatto Quotidiano, la testata con cui Antimafia Duemila ha da tempo una consuetudine editoriale.
La frequentazione è continua e dichiarata, e dà al messaggio ufologico una cornice di credibilità istituzionale.

Lo stesso copione sul Río de la Plata

Alla fine del 2004 Bongiovanni si è trasferito a Carrasco, quartiere bene di Montevideo, e da lì ha anche replicato il modello italiano.
In Uruguay opera l'associazione «Un punto en el infinito», in Argentina la redazione locale di Antimafia Duemila e i gruppi «Dal cielo alla terra».
Lo schema è identico: un movimento religioso e ufologico che cerca la legittimazione delle istituzioni giudiziarie e di polizia, e che attorno alle stragi del 1992 costruisce la stessa narrazione dei mandanti occulti.

I nomi sono pochi ma parlano.

Alla presentazione della rivista alle autorità, il 5 maggio 2005, comparvero il giudice penale Pablo Eguren e il capo della polizia di Montevideo, l'ispettore Ricardo Bernal.
Eguren non era un magistrato qualsiasi: aveva istruito il caso Peirano, il più grande crac bancario della storia uruguaiana, quello del Banco de Montevideo.
In Argentina il punto di riferimento è stato Juan Alberto Rambaldo, giudice istruttore di Las Parejas, coordinatore dei congressi antimafia dell'Università di Rosario e firmatario di appelli di solidarietà a Di Matteo.
Lo stesso Bongiovanni è diventato presenza ricorrente della televisione uruguaiana: nel 2021, ospite di Teledoce, ha parlato del boss della 'ndrangheta Rocco Morabito, catturato a Montevideo nel 2017 e poi evaso.

Qui serve una distinzione.

Quasi tutta la documentazione di questa rete sudamericana proviene dalle testate del gruppo stesso, e va tenuta separata dall'antimafia statale di quei Paesi, che è altra cosa.
L'Unità Antimafia della polizia federale argentina, i congressi della Corte Suprema a Rosario, la legge antimafia del 2025 non passano da Bongiovanni.
Confondere i due piani significherebbe attribuirgli un peso che non ha.
La saldatura esiste, ha volti precisi, ma resta una rete di simpatie personali, non l'adesione di una magistratura.
Solo in Italia è decisamente molto più forte.

Le certezze che arrivano dal cielo

Resta l'uomo.
Bongiovanni dice di aver ricevuto le stimmate a Fatima nel 1989 e di essere la reincarnazione di uno dei pastorelli.
La sua missione, scrive oggi sui suoi siti, è annunciare la seconda venuta di Cristo e preparare il «Contatto Massivo» tra gli extraterrestri e l'umanità.
Il 18 dicembre 2024 ha diffuso un messaggio firmato «Adoniesis l'immortale»: le astronavi che sorvolano gli Stati Uniti sarebbero veicoli della civiltà «Apu», e il loro arrivo il preludio al «Grande Ritorno» di Gesù, accompagnato dal crollo dei mercati finanziari e dalla separazione tra i salvati e gli altri.
La sua dottrina parla di una genetica cosmica, la «G.N.A.», di centoquarantaquattromila eletti diventati sette milioni, della Terra come «Madre Cosmica» e manifestazione femminile di Cristo.
Sui suoi siti gli avvistamenti di massa negli Stati Uniti diventano la «stagione ufo 2024-2025», i droni nei cieli americani il segnale del ritorno, la stirpe degli «Arat Ra» una progenie venuta da una stella vecchia miliardi di anni.
I seguaci lo chiamano «Oracolo vivente di Dio».

Sulla persona pesano alcuni fatti documentati, e conviene attenersi a quelli.
Il primo lo ha messo a verbale il suo stesso maestro.
Nel febbraio 1998, intervistato sulla rivista Dossier Alieni (precisamente alla pagina 24), Siragusa annunciò la rottura con l'allievo con parole nette: «non condivido la commercializzazione della Verità, in quanto mi è stato insegnato che la Verità non si vende e non si compra».
L'uomo che lo aveva iniziato lo accusava, in pratica, di aver fatto della rivelazione un commercio.
Il secondo fatto è la distanza tenuta dalla Chiesa, che in Sudamerica ha messo in guardia i fedeli e che non ha mai riconosciuto nulla delle sue stimmate.
Il terzo riguarda le profezie: da oltre trent'anni Bongiovanni annuncia una svolta imminente, il ritorno di Cristo, il contatto, il collasso del mondo, e da oltre trent'anni la data slitta in avanti.

Il punto non è la fede negli extraterrestri, che resta affare privato di chiunque.
Il problema nasce quando lo stesso ambiente che riceve messaggi dettati dalla Madonna e da un alieno si propone come custode rigoroso della verità su Capaci e via D'Amelio.
Le famiglie delle vittime, e chi ancora cerca i nomi mancanti dei mandanti, non guadagnano nulla da un'antimafia che fonda le sue certezze su un oracolo invece che sui documenti.
È il terrapiattismo giudiziario nella sua forma più compiuta, con uno stigmatizzato di Floridia a portarne la bandiera sotto i ritratti di Falcone e Borsellino.
Con tanto di autorevolezza concessa da una parte consistente della magistratura mediatica.

https://www.ildubbio.news/news/giustizia/51142/bongiovanni-ufo-antimafia-duemila-stragi.html?fbclid=IwY2xjawSflldleHRuA2FlbQIxMABicmlkETI1bVNjRWZLcFBBcHU0R0Jic3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHtEo5nsTdrNCQyTaZymlSJR64vZJQZTj1Y1w6xtaXBz-Id8bpqraJoD5hOA3_aem_vEcZI7P2ncpYSs0xGW4mgw

Tre imputati veri per un disastroLe scelte della procura, la sinistra timida e la destra giustizialistaIl Foglio, 17.6.2...
17/06/2026

Tre imputati veri per un disastro

Le scelte della procura, la sinistra timida e la destra giustizialista

Il Foglio, 17.6.2026

Nella sentenza di primo grado per il primo processo sulla terribile piovra dei grattacieli che, secondo il pool di Milano, aveva per anni “sovvertito la democrazia urbanistica” a furia di abusi edilizi e di Scia “diaboliche” ci sono otto assolti e almeno tre nuovi imputati – non volendoli considerare già “colpevoli”, scimmiottando il modo giornalistico con cui sono state mal raccontate le inchieste in questi anni.

I tre soggetti imputabili, questi sì, nel senso che dovrebbero rispondere delle proprie scelte e comportamenti sono il capo della procura di Milano, Marcello Viola, la politica di sinistra e quella di destra.
Al procuratore Viola, che in oltre tre anni non ha praticamente mai pronunciato una parola esplicativa sulla ratio delle inchieste, nemmeno di fronte alle smentite giunte dal Riesame e persino dalla Cassazione, si vorrebbe chiedere se tutti questi fascicoli aperti a fotocopia per abuso edilizio, lottizzazione abusiva e falso ideologico fossero davvero tutti da aprire, e in quel modo.
O se, come suggerito anche da vari giuristi, non potesse bastare – laddove del caso – un procedimento amministrativo.

Attendiamo serenamente di capire.

La politica di sinistra.
Ieri il sindaco Beppe Sala ha alzato la voce, parlando di “approccio politico e violenza verbale nelle accuse” da parte della procura.
Anzi, prudentemente, “una parte, e sottolineo una parte, della procura”.
Ma non si può non contestare a lui, alla sua giunta e alla parte della maggioranza che lo sostiene (c’è una parte che invece gli è sempre stata ostile su questi e altri temi) di essere stati fin troppo timidi e arrendevoli davanti a contestazioni aggressive e irrituali, a ipotesi di reato esorbitanti, accuse di corruzione e di conflitti di interessi di cui non si è visto un euro; il comune di Milano si è di fatto messo in mora da solo, invece di difendere la legittimità del proprio operato.
O di affrontare, con forza, la questione politica di norme che possono, ovviamente, essere cambiate.
L’altra metà della sinistra, minoranza della maggioranza, ha trasformato il “modello Milano” in modello criminale in modo quasi più aggressivo degli stessi pm; ma su questo attendiamo con i popcorn lo spettacolo della prossima campagna elettorale.

C’è poi la destra.
Il cui comportamento è anche più grave, se si considera che non aveva da difendere sé stessa, ma semplicemente il bene della città.
Da una parte l’ala cosiddetta riformista, Forza Italia e moderati, è stata timida nel rivendicare le istanze di un buon governo bipartisan – il rinnovamento anche urbanistico di Milano era cominciato con le giunte Albertini eMoratti – difesa delle famiglie “sospese”, ma anche della borghesia imprenditoriale d’un tratto trasformata in fucina di malaffare.
Dall’altra la destra a trazione (mai rinnegata né sconfessata) giustizialista e populista che, se non ha apertamente spalleggiato i pm, s’è comunque messa sulla riva dei Navigli ad aspettare il ca****re della giunta.
Anzi a sollecitarlo, come ha malamente fatto ancora qualche giorno fa Ignazio La Russa in Consiglio comunale.
Il pensiero lineare, o per meglio dire basico, di una parte consistente di Fratelli d’Italia e della Lega (curioso che dal governo regionale di Attilio Fontana si sia manifestata più che altro preoccupazione per il danno economico e sociale degli stop imposti dalle inchieste) è stato quello di sfruttare la spallata giudiziaria per prendersi una città che il centrodestra non governa da tre lustri.
Idea assai discutibile, anche solo riflettendo che il centrodestra che ben aveva governato Milano è stato quello del nuovo Piano regolatore del territorio, dell’operazione Porta Nuova, del progetto della M4 inaugurata da Beppe Sala.
Una Milano governata guardando avanti con il contributo dei privati.
Non certo guardando ai tribunali e con l’aiuto del pm edilizi.

di Maurizio Crippa

16/06/2026
16/06/2026

applausi

“Provo vergogna per lo show mediatico su Garlasco”, dice il pm Giuseppe VisoneIl Foglio, 16.6.2026“Di fronte al processo...
16/06/2026

“Provo vergogna per lo show mediatico su Garlasco”, dice il pm Giuseppe Visone

Il Foglio, 16.6.2026

“Di fronte al processo mediatico in scena attorno al caso Garlasco provo una profonda vergogna e una profonda tristezza.
Siamo di fronte a fenomeni che contrastano con la civiltà giuridica e con la dignità delle persone”.

Lo afferma, intervistato dal Foglio, Giuseppe Visone, pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Napoli.

Ormai da mesi il caso incentrato sull’uccisione di Chiara Poggi occupa le prime pagine dei quotidiani e la prima serata dei principali canali televisivi.
Chiunque – giornalisti, opinionisti, avvocati, criminologi, ex magistrati, youtuber – si pronuncia sugli elementi che dimostrerebbero l’innocenza o la colpevolezza di Alberto Stasi (condannato in via definitiva per l’omicidio e al quale è stato concesso l’affidamento in prova ai servizi sociali dopo dieci anni di carcere), e commenta gli sviluppi dell’indagine a carico di Andrea Sempio (mostrificato ancor prima di essere sottoposto a giudizio, proprio come avvenne nei confronti di Stasi).

Uno dei punti più alti, o per meglio dire più bassi, del processo mediatico in Italia.
Che fa inorridire il pm Giuseppe Visone:

“La celebrazione, parallelamente alle indagini e ai procedimenti penali, di un processo sotto forma di talk show lede alla base i princìpi dello stato di diritto.
Non soltanto la presunzione di innocenza degli indagati ma anche il rispetto delle vittime.
Non si tutelano le vittime rendendo mediatico il processo che le riguarda.
Anzi, si rischia una vittimizzazione mediatica che amplifica il danno già ricevuto, moltiplica il dolore e le sofferenze”, dice Visone.

“Nel complesso – prosegue il pm napoletano – il processo mediatico va ad alterare il processo decisionale.
Più aggraviamo l’interprete, in particolare il giudice, con il peso dell’impatto mediatico che la sua decisione può avere e più aumentiamo la sua preoccupazione, non facendo così un buon servizio alla giustizia”.

L’unica soluzione a questa deriva sembra essere il rispetto di tutti gli attori in campo delle regole deontologiche.

“Assolutamente sì – afferma Visone –. Credo che ciascun ordine, nell’ambito delle proprie competenze, debba richiamare ai princìpi deontologici.
Non riesco a intravedere regole imperative che possano in qualche modo limitare questo fenomeno.
Credo che soltanto la professionalità e la deontologia possano rappresentare un argine a questa deriva”.

A proposito di processo mediatico, mercoledì il Consiglio superiore della magistratura ha adottato le nuove linee guida sulla comunicazione degli uffici giudiziari.
La grande novità è costituita dall’obbligo per le procure, che abbiano diffuso una comunicazione durante le indagini preliminari, di adottare “successivi comunicati di aggiornamento in presenza di archiviazioni, revoche, annullamenti, proscioglimenti, secondo criteri di tempestività, visibilità e proporzionalità informativa rispetto alla comunicazione iniziale”.

Ciò a tutela della reputazione delle persone coinvolte nei procedimenti penali.

“L’obiettivo della tutela della reputazione è sacrosanto e condivisibile”, dice Visone, che però rintraccia problemi a livello applicativo:

“Da una parte non si comprende in quali casi le procure siano tenute a diffondere i comunicati di aggiornamento (ad esempio, l’attenuazione di una misura cautelare come va intesa?), dall’altra si corre il rischio che le procure già all’inizio adottino una comunicazione striminzita, quindi senza fornire ai giornalisti dettagli né generalità delle persone coinvolte, così da non essere obbligati poi a stare dietro a tutta l’evoluzione dei procedimenti.
In questo modo, però, si dà di nuovo spazio a una diffusione delle notizie non propriamente regolamentata”.

di Ermes Antonucci

L’istruttivo silenzio dell’Anm sul caso MinettiL’associazione dei magistrati si distrae e non difende Nanni dagli attacc...
16/06/2026

L’istruttivo silenzio dell’Anm sul caso Minetti

L’associazione dei magistrati si distrae e non difende Nanni dagli attacchi del Fatto

Il Foglio, 16.6.2026

C’è qualcosa di magnifico, quasi educativo, nella sorpresa con cui il Fatto quotidiano ha accolto la solidarietà espressa dagli avvocati milanesi alla procuratrice generale Francesca Nanni.

Sorpresa: gli avvocati difendono un magistrato.

Sorpresa doppia: lo fanno non per rinunciare alla loro vocazione garantista, ma per ricordare che anche un magistrato può essere criticato senza essere trasformato in un bersaglio.

La cosa più divertente, naturalmente, è vedere il Fatto indignarsi perché qualcuno difende una toga.

Noi eravamo rimasti all’idea del Fatto come utilissima buca delle lettere del partito delle procure, ma bisogna aggiornarsi:

il Fatto ama i magistrati solo quando i magistrati rispondono alle direttive del Fatto.

Quando invece sono autonomi, quando non consegnano al tribunale mediatico la sentenza già incorniciata, diventano poteri opachi, apparati, caste, nemici della verità.

Fin qui, nulla di nuovo: è il vecchio giustizialismo a geometria variabile.

Ma il punto più istruttivo è un altro.

Dov’è l’Anm?

Dove sono i comunicati?

Dove sono le note sull’attacco all’autonomia della magistratura?

L’Anm interviene su tutto, spesso con ammirevole tempestività.

Se un giornale come il Foglio critica la procura di Torino o quella di Firenze, magari per un comunicato sopra le righe, per una conferenza stampa troppo teatrale, per un’indagine raccontata come una catechesi civile, scatta subito l’allarme:
delegittimazione, clima pericoloso, attacco alle toghe.

Ora invece no. Silenzio.

Anche di fronte a un giornale il cui direttore ha minacciato di portare in tribunale un magistrato, il quale magistrato aveva contestato come non corrispondenti al vero le ricostruzioni del Fatto sul caso Minetti.

Il caso Nanni-Minetti, al netto della grazia e delle polemiche, racconta dunque una piccola ipocrisia italiana.

Ci sono magistrati difesi per principio e magistrati lasciati soli per convenienza.

Gli avvocati, stavolta, hanno ricordato una cosa semplice: il garantismo non si applica solo a chi ci piace.

L’Anm, tacendo, ha fatto capire il resto.

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