30/05/2026
“REPORT” E I PM TELECOMANDATI
L’inchiesta fuffa del programma Rai sui diamanti da investimento, le accuse trasformate in indagine dalla procura di Milano e l’assoluzione dopo 11 mesi di carcere ingiusto: anatomia di un teorema mediatico-giudiziario
Il Foglio, 30.5.2026
di Ermes Antonucci
Può un’inchiesta fuffa di un programma televisivo portare all’apertura di un processo da parte della magistratura da cui emerge che gli inquirenti non hanno svolto alcuna verifica su quanto raccontato dal programma, alla carcerazione ingiusta per undici mesi di un imprenditore (poi assolto) e alla distruzione di una società che fatturava 150 milioni di euro e dava lavoro a decine di persone?
La risposta a questa domanda è sì, e lo dimostra la vicenda della cosiddetta “truffa dei diamanti”, su cui la trasmissione Report è tornata a parlare proprio domenica scorsa.
L’inchiesta venne mandata in onda da Report nel 2016 in diverse puntate, sotto la conduzione di Milena Gabanelli, poi sostituita da Sigfrido Ranucci.
La presunta truffa avrebbe coinvolto circa 70 mila risparmiatori italiani, vittime di un sistema ideato da alcune grandi banche (Intesa Sanpaolo, Banco Bpm, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena), che avrebbero convinto i loro clienti ad acquistare diamanti da investimento a prezzi “gonfiati” fino a tre-quattro volte il loro valore reale, grazie all’intermediazione di due importanti società del settore.
Valore della truffa: circa 1,5 miliardi di euro.
A distanza di dieci anni, Ranucci ha deciso di riprendere fieramente il testimone del presunto “scoop”, aggiornando i telespettatori su cosa sarebbe accaduto in tutto questo tempo.
Il copione era piuttosto scontato:
Report si è vantata di aver svelato una presunta maxi truffa e di aver portato all’apertura di un’indagine da parte della commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario, ma poi si è lamentata del fatto che entrambe non sarebbero andate fino in fondo.
Tradotto:
nessuno, “grazie alla prescrizione”, è stato condannato per le presunte malefatte, mentre la Banca d’Italia e il Parlamento hanno avuto paura di indagare sulle irregolarità commesse dalle banche coinvolte, rappresentate come “i poteri forti”.
Peccato che la realtà sia completamente diversa da quella raccontata da Report, e lo dimostrano le carte dell’assoluzione ottenuta da uno dei protagonisti (suo malgrado) della vicenda.
Ma soprattutto i documenti raccontano in maniera emblematica, e inquietante, come funzioni il circo mediatico- giudiziario.
L’assoluzione, alla quale Report ha dedicato soltanto un rapidissimo cenno (e ora scopriremo le ragioni), riguarda Maurizio Sacchi, che con la sua società Dpi (Diamond private investment) è stato per lungo tempo il maggior imprenditore europeo nel trading dei diamanti da investimento.
Nell’ottobre 2016, Report dedicò a Sacchi due puntate nelle quali lo accusava – insieme a un’altra società, la Idb (Intermarket Diamond Business) – di aver consumato migliaia di truffe nel commercio delle pietre vendute, cedute a oltre il doppio del loro valore e con la falsa promessa di allettanti e irrealizzabili rendimenti.
I diamanti venivano venduti attraverso dei contratti stipulati, appunto, con alcune importanti banche italiane, che agivano poi da intermediarie per la vendita delle pietre ai clienti.
Chi si occupa di investimenti sa che non si è di fronte a nulla di strano: da decenni la normativa italiana consente di investire in diamanti, che – come specificato più volte dalla Banca d’Italia e dalla Consob – sono considerati a tutti gli effetti come beni mobili materiali e non come strumenti finanziari.
Dpi aveva stipulato convenzioni con ben 46 banche, che, prima di metterli in vendita, svolgevano un’attenta attività di due diligence sui diamanti.
L’accusa di truffa avanzata da Report era sostenuta esclusivamente dall’intervista a un gioielliere romano, che in un servizio aveva improvvisato una stima di uno delle decine di migliaia di diamanti commerciati da Sacchi, concludendo che il loro valore era di gran lunga al di sopra del valore di mercato.
Il gioielliere incorreva in un errore a dir poco grossolano, comparando il valore stimato della pietra non con il prezzo corrente di mercato, ma con la quotazione fissata dal listino Rapaport, che veniva presentato da Report come il listino di riferimento a livello internazionale per la valutazione dei valori dei diamanti.
Ciò che non veniva specificato è che Rapaport è solo un listino destinato esclusivamente a uso dei commercianti: quelli che vengono riportati sono dei prezzi all’ingrosso.
Niente a che vedere con i diamanti da investimento, che le società – tramite le banche – vendevano ai clienti: diamanti di qualità nettamente superiore a quelli normalmente in vendita sul mercato, con caratteristiche gemmologiche particolari, più pregiate rispetto ai diamanti comuni, e certificate da enti internazionali.
Non solo, al valore dei diamanti andavano aggiunte le ovvie spese affrontate dalla società Dpi:
l’Iva, costi di importazione dei diamanti, di assicurazione, di trasporto, di dogana, di custodia (i diamanti venduti non venivano consegnati ai clienti ma restavano in custodia nei caveau delle banche), le commissioni bancarie, costi di certificazione eccetera.
E’ ovvio, quindi, che il valore dei diamanti da investimento non poteva essere paragonato a quello dei normali diamanti venduti all’ingrosso.
Insomma, con una metafora molto pratica, è come se Report avesse confrontato il prezzo di pesci venduti all’ingrosso con quello di pesci venduti in una pescheria d’eccellenza.
Sulla base di questa analisi surreale, la trasmissione aveva costruito diverse puntate sulla presunta truffa da quasi due miliardi di euro.
In seguito alla messa in onda delle puntate, la procura di Milano – con un’indagine condotta dalla pm Grazia Colacicco – aprì immediatamente un fascicolo contro ignoti, che portò ad attività di intercettazione nei confronti di dirigenti e funzionari di alcuni dei più importanti istituti bancari italiani, sospettati di aver concorso nella truffa con Sacchi.
Nei decreti di intercettazione, così come nei plurimi provvedimenti di sequestro, si legge che la trasmissione Report aveva messo in luce numerosi elementi di anomalia in pregiudizio di decine di migliaia di clienti in tutta Italia.
Si legge pure che quanto rappresentato da Report aveva trovato riscontro investigativo, ma non veniva disposta una consulenza di stima delle pietre vendute, non veniva individuato il loro prezzo corrente (si continuava a fare riferimento al listino Rapaport), venivano sentiti meno di cinquanta clienti (curiosamente tutti residenti a Milano e dintorni), che lamentavano una non corretta informazione da parte dei dipendenti di banca circa il reale rendimento dell’investimento in diamanti.
Su circa 30 mila clienti di Dpi, infatti, furono soltanto una cinquantina a denunciare presunte irregolarità da parte della società dopo la messa in onda delle puntate di Report.
C’è da dire che Dpi, nonostante i diamanti non siano da considerarsi uno strumento finanziario, aveva implementato la presentazione del servizio mettendo a fianco alla documentazione normale un’informativa alla clientela dove venivano presentati tutti i possibili rischi negativi, come quelli indicati normalmente nel disclaimer di qualsiasi prodotto finanziario.
Sull’onda delle puntate di Report, però, l’Antitrust decise di sanzionare Dpi esclusivamente per non aver indicato, per una maggiore trasparenza, tutte le voci che componevano il prezzo finale (costo, Iva, sdoganamento, importazione, assicurazione, certificazione eccetera).
Analoghe sanzioni vennero irrogate anche alle banche coinvolte nella vendita dei diamanti.
La magistratura fece sequestrare le quote delle società di Sacchi.
Come se non bastasse, nel luglio 2020, il presidente di Dpi venne raggiunto da una misura di custodia cautelare in carcere con l’accusa di riciclaggio dei proventi delle truffe.
Sacchi rimarrà recluso in carcere per ben undici mesi.
La fragilità delle accuse mosse da Report e dalla procura di Milano è emersa con chiarezza nel corso del processo, nel frattempo trasferito a Roma per competenza territoriale.
Davanti al tribunale di Roma, infatti, gli ufficiali della Guardia di Finanza sono stati chiamati a testimoniare e hanno “confessato” di non aver provveduto a una stima delle pietre, di non sapere quale ne sia il valore, di non sapere quale ne sia il prezzo di mercato, di non sapere neanche che cosa sia Rapaport (che hanno indicato come un prezziario calmierato per gli scambi al dettaglio), di non saper comunque leggere il listino Rapaport, di essersi basati nelle indagini soprattutto sulla puntata di Report, di non aver tenuto conto dei costi e degli utili (ma solo del prezzo grezzo all’ingrosso).
Nella sostanza, le accuse mosse da Report sono state recepite senza alcuna verifica dagli inquirenti.
Alcune testimonianze sono risultate così surreali da generare persino l’irritazione dei giudici.
All’udienza del 24 ottobre 2022, per esempio, al tribunale di Roma ha testimoniato Raffaele Lorenzo, luogotenente in servizio al Nucleo di polizia economico e finanziaria della Guardia di Finanza di Milano.
Di fronte ai continui “non ricordo” di Lorenzo e ai suoi continui rimandi, senza precise indicazioni, alle informative redatte durante le indagini, il giudice Dionisio Pantano ha sbottato:
“Ma lei ha chiaro che io devo giudicare non sulla base dell’informativa? (…)
Ha chiaro che in dibattimento il processo si fa... non sulla base dell’informativa?”.
Surreale la risposta di Lorenzo:
“Ho capito... e il… sono dieci faldoni di roba. Io, tutto... dietro, non riuscivo a portare”.
“Ma se ritenete di non... di non poter testimoniare non si fa il processo… voi non siete in grado di riferire!”, è stata la replica del giudice.
Il testimone ha poi proseguito fornendo dati e numeri senza chiarire come fossero stati calcolati, spingendo di nuovo il giudice a perdere la pazienza:
“Mi permetta, scusi, non voglio essere, diciamo, eccessivamente duro (…).
Si rende conto che stiamo facendo un processo per novantanove milioni di euro!
Se la persona non viene e ci spiega perbene le cose... (…)
Mi pare che lei non abbia neanche ben chiaro in testa quello che a suo modo di vedere – mi permetta – un po’ confusamente, si... si sta verificando... si è verificato. Eh!”.
Così l’ipotesi della “truffa dei diamanti”, avanzata da Report e abbracciata dai pm milanesi, è stata smontata integralmente dalle tre sentenze di assoluzione ottenute da Sacchi (difeso dagli avvocati Gian Domenico Caiazza e Fabrizio Costarella), in primo grado, in appello e in Cassazione, che hanno accertato l’insussistenza delle truffe e anche del reato di riciclaggio.
Nella sentenza di primo grado, il tribunale di Roma evidenzia la fragilità dell’ipotesi accusatoria, originata dalla trasmissione Report:
“Gli ufficiali di polizia giudiziaria escussi in dibattimento sull’ipotesi di truffa hanno ammesso di aver mutuato la notitia criminis, senza operare particolari approfondimenti, dalla trasmissione Report, facendone pressocché integralmente proprie le conclusioni e ammettendo di non aver mai letto e di non avere competenze specifiche per poter decifrare i dati del listino Rapaport”.
E ancora:
“Le lacune investigative emerse nel corso del dibattimento hanno impedito peraltro di individuare un criterio di comparazione tra il prezzo praticato da Dpi con quello fissato da Rapaport, che l’accusa non ha sostenuto con alcuna analisi tecnica o propria verifica consulenziale dei diamanti venduti”.
Il giudice ha dunque concluso in maniera ancora più netta:
“Del tutto sforniti di prova sono rimasti i profili dell’inganno (nessun teste dell’accusa ha infatti riferito come sia stato proposto l’acquisto, da chi, in quali circostanze, con quale efficacia decettiva), del danno ingiusto (nessun teste dell’accusa ha riferito che diamanti siano stati venduti, per quale prezzo, con quale scarto rispetto al presunto valore) e del conseguente asserito ingiusto profitto (nessun teste ha verificato quale sia stato l’utile da ritenersi eccessivo conseguito dalla Dpi)”.
Risibile, per non dire altro, è stato ritenuto il confronto, proposto da Report e condiviso dagli inquirenti, tra il prezzo dei diamanti venduti da Dpi e quelli indicati nel listino Rapaport.
“E’ stato accertato che tale differenza di prezzo era assolutamente legittima”, scrivono i giudici della Corte d’appello di Roma, sottolineando quella che avrebbe dovuto essere un’ovvietà fin dall’inizio:
“E’ legittimo che i clienti abbiano acquistato i diamanti da Dpi a un prezzo ben superiore al valore dei diamanti indicato da Rapaport per i grossisti, perché ad esso vanno aggiunti i vari costi incidenti sul prezzo finale (costi doganali, di importazione, di trasporto assicurato e oneri finanziari, costi di struttura commerciale Dpi, commissioni bancarie, commissione Dpi, Iva al 22 per cento)”.
I giudici, infine, evidenziano come l’intervento dell’Antitrust si sia limitato al profilo della correttezza e trasparenza commerciale, ma “ciò non implicava automaticamente la commissione di reati di truffa”.
Dall’altra parte, la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, che aveva aperto un’indagine sulla vicenda, alla fine ha sollevato le banche da qualsiasi responsabilità, con una relazione finale in cui si recepisce la definizione della Banca d’Italia dei diamanti da investimento come un prodotto non finanziario.
Il polverone sollevato da Report, però, un effetto lo ha determinato:
dopo l’assoluzione, a Sacchi è stato restituito ciò che resta del suo patrimonio, sensibilmente diminuito da enormi costi di amministrazione giudiziaria e consulenze esterne.
Ma soprattutto, Sacchi si è ritrovato la Dpi in liquidazione giudiziale: nonostante le sentenze di incompetenza per territorio, l'amministratore giudiziario (nominato dal tribunale) ha deciso di patteggiare la pena a Milano, così è stata applicata una confisca di quasi 90 milioni di euro, che la società non ha.
“Se volessi essere ipocrita le direi che alla fine la giustizia ha fatto il suo corso, accertando i fatti – dichiara al Foglio l’avvocato Costarella –, ma è sconfortante la superficialità delle indagini, è sconfortante che non si sia cercato alcun elemento a discarico degli indagati ed è sconfortante che di un impero economico stimato in centinaia di milioni di euro rimangano soltanto le macerie”.
Una distruzione di cui Report e la procura di Milano non saranno mai chiamati a rispondere.