Comitato Mario Pagano

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“REPORT” E I PM TELECOMANDATIL’inchiesta fuffa del programma Rai sui diamanti da investimento, le accuse trasformate in ...
30/05/2026

“REPORT” E I PM TELECOMANDATI

L’inchiesta fuffa del programma Rai sui diamanti da investimento, le accuse trasformate in indagine dalla procura di Milano e l’assoluzione dopo 11 mesi di carcere ingiusto: anatomia di un teorema mediatico-giudiziario

Il Foglio, 30.5.2026

di Ermes Antonucci

Può un’inchiesta fuffa di un programma televisivo portare all’apertura di un processo da parte della magistratura da cui emerge che gli inquirenti non hanno svolto alcuna verifica su quanto raccontato dal programma, alla carcerazione ingiusta per undici mesi di un imprenditore (poi assolto) e alla distruzione di una società che fatturava 150 milioni di euro e dava lavoro a decine di persone?

La risposta a questa domanda è sì, e lo dimostra la vicenda della cosiddetta “truffa dei diamanti”, su cui la trasmissione Report è tornata a parlare proprio domenica scorsa.

L’inchiesta venne mandata in onda da Report nel 2016 in diverse puntate, sotto la conduzione di Milena Gabanelli, poi sostituita da Sigfrido Ranucci.
La presunta truffa avrebbe coinvolto circa 70 mila risparmiatori italiani, vittime di un sistema ideato da alcune grandi banche (Intesa Sanpaolo, Banco Bpm, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena), che avrebbero convinto i loro clienti ad acquistare diamanti da investimento a prezzi “gonfiati” fino a tre-quattro volte il loro valore reale, grazie all’intermediazione di due importanti società del settore.

Valore della truffa: circa 1,5 miliardi di euro.

A distanza di dieci anni, Ranucci ha deciso di riprendere fieramente il testimone del presunto “scoop”, aggiornando i telespettatori su cosa sarebbe accaduto in tutto questo tempo.
Il copione era piuttosto scontato:
Report si è vantata di aver svelato una presunta maxi truffa e di aver portato all’apertura di un’indagine da parte della commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario, ma poi si è lamentata del fatto che entrambe non sarebbero andate fino in fondo.

Tradotto:

nessuno, “grazie alla prescrizione”, è stato condannato per le presunte malefatte, mentre la Banca d’Italia e il Parlamento hanno avuto paura di indagare sulle irregolarità commesse dalle banche coinvolte, rappresentate come “i poteri forti”.

Peccato che la realtà sia completamente diversa da quella raccontata da Report, e lo dimostrano le carte dell’assoluzione ottenuta da uno dei protagonisti (suo malgrado) della vicenda.

Ma soprattutto i documenti raccontano in maniera emblematica, e inquietante, come funzioni il circo mediatico- giudiziario.

L’assoluzione, alla quale Report ha dedicato soltanto un rapidissimo cenno (e ora scopriremo le ragioni), riguarda Maurizio Sacchi, che con la sua società Dpi (Diamond private investment) è stato per lungo tempo il maggior imprenditore europeo nel trading dei diamanti da investimento.
Nell’ottobre 2016, Report dedicò a Sacchi due puntate nelle quali lo accusava – insieme a un’altra società, la Idb (Intermarket Diamond Business) – di aver consumato migliaia di truffe nel commercio delle pietre vendute, cedute a oltre il doppio del loro valore e con la falsa promessa di allettanti e irrealizzabili rendimenti.
I diamanti venivano venduti attraverso dei contratti stipulati, appunto, con alcune importanti banche italiane, che agivano poi da intermediarie per la vendita delle pietre ai clienti.

Chi si occupa di investimenti sa che non si è di fronte a nulla di strano: da decenni la normativa italiana consente di investire in diamanti, che – come specificato più volte dalla Banca d’Italia e dalla Consob – sono considerati a tutti gli effetti come beni mobili materiali e non come strumenti finanziari.

Dpi aveva stipulato convenzioni con ben 46 banche, che, prima di metterli in vendita, svolgevano un’attenta attività di due diligence sui diamanti.

L’accusa di truffa avanzata da Report era sostenuta esclusivamente dall’intervista a un gioielliere romano, che in un servizio aveva improvvisato una stima di uno delle decine di migliaia di diamanti commerciati da Sacchi, concludendo che il loro valore era di gran lunga al di sopra del valore di mercato.
Il gioielliere incorreva in un errore a dir poco grossolano, comparando il valore stimato della pietra non con il prezzo corrente di mercato, ma con la quotazione fissata dal listino Rapaport, che veniva presentato da Report come il listino di riferimento a livello internazionale per la valutazione dei valori dei diamanti.

Ciò che non veniva specificato è che Rapaport è solo un listino destinato esclusivamente a uso dei commercianti: quelli che vengono riportati sono dei prezzi all’ingrosso.
Niente a che vedere con i diamanti da investimento, che le società – tramite le banche – vendevano ai clienti: diamanti di qualità nettamente superiore a quelli normalmente in vendita sul mercato, con caratteristiche gemmologiche particolari, più pregiate rispetto ai diamanti comuni, e certificate da enti internazionali.
Non solo, al valore dei diamanti andavano aggiunte le ovvie spese affrontate dalla società Dpi:
l’Iva, costi di importazione dei diamanti, di assicurazione, di trasporto, di dogana, di custodia (i diamanti venduti non venivano consegnati ai clienti ma restavano in custodia nei caveau delle banche), le commissioni bancarie, costi di certificazione eccetera.

E’ ovvio, quindi, che il valore dei diamanti da investimento non poteva essere paragonato a quello dei normali diamanti venduti all’ingrosso.

Insomma, con una metafora molto pratica, è come se Report avesse confrontato il prezzo di pesci venduti all’ingrosso con quello di pesci venduti in una pescheria d’eccellenza.
Sulla base di questa analisi surreale, la trasmissione aveva costruito diverse puntate sulla presunta truffa da quasi due miliardi di euro.

In seguito alla messa in onda delle puntate, la procura di Milano – con un’indagine condotta dalla pm Grazia Colacicco – aprì immediatamente un fascicolo contro ignoti, che portò ad attività di intercettazione nei confronti di dirigenti e funzionari di alcuni dei più importanti istituti bancari italiani, sospettati di aver concorso nella truffa con Sacchi.

Nei decreti di intercettazione, così come nei plurimi provvedimenti di sequestro, si legge che la trasmissione Report aveva messo in luce numerosi elementi di anomalia in pregiudizio di decine di migliaia di clienti in tutta Italia.

Si legge pure che quanto rappresentato da Report aveva trovato riscontro investigativo, ma non veniva disposta una consulenza di stima delle pietre vendute, non veniva individuato il loro prezzo corrente (si continuava a fare riferimento al listino Rapaport), venivano sentiti meno di cinquanta clienti (curiosamente tutti residenti a Milano e dintorni), che lamentavano una non corretta informazione da parte dei dipendenti di banca circa il reale rendimento dell’investimento in diamanti.
Su circa 30 mila clienti di Dpi, infatti, furono soltanto una cinquantina a denunciare presunte irregolarità da parte della società dopo la messa in onda delle puntate di Report.

C’è da dire che Dpi, nonostante i diamanti non siano da considerarsi uno strumento finanziario, aveva implementato la presentazione del servizio mettendo a fianco alla documentazione normale un’informativa alla clientela dove venivano presentati tutti i possibili rischi negativi, come quelli indicati normalmente nel disclaimer di qualsiasi prodotto finanziario.

Sull’onda delle puntate di Report, però, l’Antitrust decise di sanzionare Dpi esclusivamente per non aver indicato, per una maggiore trasparenza, tutte le voci che componevano il prezzo finale (costo, Iva, sdoganamento, importazione, assicurazione, certificazione eccetera).
Analoghe sanzioni vennero irrogate anche alle banche coinvolte nella vendita dei diamanti.

La magistratura fece sequestrare le quote delle società di Sacchi.

Come se non bastasse, nel luglio 2020, il presidente di Dpi venne raggiunto da una misura di custodia cautelare in carcere con l’accusa di riciclaggio dei proventi delle truffe.

Sacchi rimarrà recluso in carcere per ben undici mesi.

La fragilità delle accuse mosse da Report e dalla procura di Milano è emersa con chiarezza nel corso del processo, nel frattempo trasferito a Roma per competenza territoriale.

Davanti al tribunale di Roma, infatti, gli ufficiali della Guardia di Finanza sono stati chiamati a testimoniare e hanno “confessato” di non aver provveduto a una stima delle pietre, di non sapere quale ne sia il valore, di non sapere quale ne sia il prezzo di mercato, di non sapere neanche che cosa sia Rapaport (che hanno indicato come un prezziario calmierato per gli scambi al dettaglio), di non saper comunque leggere il listino Rapaport, di essersi basati nelle indagini soprattutto sulla puntata di Report, di non aver tenuto conto dei costi e degli utili (ma solo del prezzo grezzo all’ingrosso).

Nella sostanza, le accuse mosse da Report sono state recepite senza alcuna verifica dagli inquirenti.

Alcune testimonianze sono risultate così surreali da generare persino l’irritazione dei giudici.

All’udienza del 24 ottobre 2022, per esempio, al tribunale di Roma ha testimoniato Raffaele Lorenzo, luogotenente in servizio al Nucleo di polizia economico e finanziaria della Guardia di Finanza di Milano.
Di fronte ai continui “non ricordo” di Lorenzo e ai suoi continui rimandi, senza precise indicazioni, alle informative redatte durante le indagini, il giudice Dionisio Pantano ha sbottato:

“Ma lei ha chiaro che io devo giudicare non sulla base dell’informativa? (…)
Ha chiaro che in dibattimento il processo si fa... non sulla base dell’informativa?”.

Surreale la risposta di Lorenzo:

“Ho capito... e il… sono dieci faldoni di roba. Io, tutto... dietro, non riuscivo a portare”.

“Ma se ritenete di non... di non poter testimoniare non si fa il processo… voi non siete in grado di riferire!”, è stata la replica del giudice.

Il testimone ha poi proseguito fornendo dati e numeri senza chiarire come fossero stati calcolati, spingendo di nuovo il giudice a perdere la pazienza:

“Mi permetta, scusi, non voglio essere, diciamo, eccessivamente duro (…).
Si rende conto che stiamo facendo un processo per novantanove milioni di euro!
Se la persona non viene e ci spiega perbene le cose... (…)
Mi pare che lei non abbia neanche ben chiaro in testa quello che a suo modo di vedere – mi permetta – un po’ confusamente, si... si sta verificando... si è verificato. Eh!”.

Così l’ipotesi della “truffa dei diamanti”, avanzata da Report e abbracciata dai pm milanesi, è stata smontata integralmente dalle tre sentenze di assoluzione ottenute da Sacchi (difeso dagli avvocati Gian Domenico Caiazza e Fabrizio Costarella), in primo grado, in appello e in Cassazione, che hanno accertato l’insussistenza delle truffe e anche del reato di riciclaggio.

Nella sentenza di primo grado, il tribunale di Roma evidenzia la fragilità dell’ipotesi accusatoria, originata dalla trasmissione Report:

“Gli ufficiali di polizia giudiziaria escussi in dibattimento sull’ipotesi di truffa hanno ammesso di aver mutuato la notitia criminis, senza operare particolari approfondimenti, dalla trasmissione Report, facendone pressocché integralmente proprie le conclusioni e ammettendo di non aver mai letto e di non avere competenze specifiche per poter decifrare i dati del listino Rapaport”.

E ancora:

“Le lacune investigative emerse nel corso del dibattimento hanno impedito peraltro di individuare un criterio di comparazione tra il prezzo praticato da Dpi con quello fissato da Rapaport, che l’accusa non ha sostenuto con alcuna analisi tecnica o propria verifica consulenziale dei diamanti venduti”.

Il giudice ha dunque concluso in maniera ancora più netta:

“Del tutto sforniti di prova sono rimasti i profili dell’inganno (nessun teste dell’accusa ha infatti riferito come sia stato proposto l’acquisto, da chi, in quali circostanze, con quale efficacia decettiva), del danno ingiusto (nessun teste dell’accusa ha riferito che diamanti siano stati venduti, per quale prezzo, con quale scarto rispetto al presunto valore) e del conseguente asserito ingiusto profitto (nessun teste ha verificato quale sia stato l’utile da ritenersi eccessivo conseguito dalla Dpi)”.

Risibile, per non dire altro, è stato ritenuto il confronto, proposto da Report e condiviso dagli inquirenti, tra il prezzo dei diamanti venduti da Dpi e quelli indicati nel listino Rapaport.

“E’ stato accertato che tale differenza di prezzo era assolutamente legittima”, scrivono i giudici della Corte d’appello di Roma, sottolineando quella che avrebbe dovuto essere un’ovvietà fin dall’inizio:

“E’ legittimo che i clienti abbiano acquistato i diamanti da Dpi a un prezzo ben superiore al valore dei diamanti indicato da Rapaport per i grossisti, perché ad esso vanno aggiunti i vari costi incidenti sul prezzo finale (costi doganali, di importazione, di trasporto assicurato e oneri finanziari, costi di struttura commerciale Dpi, commissioni bancarie, commissione Dpi, Iva al 22 per cento)”.

I giudici, infine, evidenziano come l’intervento dell’Antitrust si sia limitato al profilo della correttezza e trasparenza commerciale, ma “ciò non implicava automaticamente la commissione di reati di truffa”.

Dall’altra parte, la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, che aveva aperto un’indagine sulla vicenda, alla fine ha sollevato le banche da qualsiasi responsabilità, con una relazione finale in cui si recepisce la definizione della Banca d’Italia dei diamanti da investimento come un prodotto non finanziario.

Il polverone sollevato da Report, però, un effetto lo ha determinato:
dopo l’assoluzione, a Sacchi è stato restituito ciò che resta del suo patrimonio, sensibilmente diminuito da enormi costi di amministrazione giudiziaria e consulenze esterne.
Ma soprattutto, Sacchi si è ritrovato la Dpi in liquidazione giudiziale: nonostante le sentenze di incompetenza per territorio, l'amministratore giudiziario (nominato dal tribunale) ha deciso di patteggiare la pena a Milano, così è stata applicata una confisca di quasi 90 milioni di euro, che la società non ha.

“Se volessi essere ipocrita le direi che alla fine la giustizia ha fatto il suo corso, accertando i fatti – dichiara al Foglio l’avvocato Costarella –, ma è sconfortante la superficialità delle indagini, è sconfortante che non si sia cercato alcun elemento a discarico degli indagati ed è sconfortante che di un impero economico stimato in centinaia di milioni di euro rimangano soltanto le macerie”.

Una distruzione di cui Report e la procura di Milano non saranno mai chiamati a rispondere.

Magistrati al governoL’ex pm Siciliano si candida a Milano dopo aver sconquassato la città con le indagini urbanisticheI...
29/05/2026

Magistrati al governo

L’ex pm Siciliano si candida a Milano dopo aver sconquassato la città con le indagini urbanistiche

Il Foglio, 29.5.2026

“Posso solo dire che non è una sorpresa”.

Con queste parole ieri il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha commentato la notizia della candidatura dell’ex pm Tiziana Siciliano come vicesindaca alle prossime elezioni comunali milanesi.
Siciliano è andata in pensione lo scorso dicembre e nel suo ultimo periodo in servizio alla procura di Milano ha guidato le inchieste sull’urbanistica che da tre anni hanno sconquassato la vita politica ed economica della città meneghina.
Sala sembra fare ricorso all’ironia quando afferma che la discesa in politica di Siciliano “non è una sorpresa”.

In effetti in un paese normale lo sarebbe: un magistrato conduce per anni indagini contro l’amministrazione comunale per le sue decisioni in materia di edilizia e, una volta andato in pensione, appena svestita la toga, si candida a guidare la città in una lista civica di opposizione.

In un paese normale si porrebbe quantomeno una questione di opportunità, ma nell’Italia dei Di Pietro, Violante, Ingroia, De Magistris, Grasso, Emiliano, Roberti, De Raho, Scarpinato e chi più ne ha più ne metta, la candidatura di un magistrato non fa più notizia.

A rendere, però, particolarmente singolare la discesa in campo di Siciliano non è soltanto il brevissimo tempo intercorso tra il pensionamento e la candidatura, ma anche un altro elemento:
l’ex pm sarà la candidata vicesindaca dell’imprenditore Massimiliano Lisa, titolare di Leonardo3, museo situato nella Galleria Vittorio Emanuele II e da anni al centro di una battaglia legale proprio con il comune, che ha contestato a Lisa diverse irregolarità amministrative e morosità, tanto da dichiarare decaduta la concessione degli spazi.
I giudici del Tar della Lombardia hanno anche dato ragione al comune, riconoscendo il mancato pagamento di canoni per tre milioni di euro.
Dunque, Siciliano, che da pm ha condotto indagini contro il comune, si candida nella lista di un candidato sindaco in guerra legale col comune.
Non si comprende come tutto ciò si concili con la visione moralistica di Siciliano, che anche il giorno dell’annuncio della sua candidatura ha dichiarato che “a Milano serve una rottura morale”.

Ma ormai, riprendendo le parole di Sala, non stupisce più nulla.

Proprio ieri mattina, intanto, per la prima volta da quando è partita l’ondata di inchieste sull’urbanistica, i lavoratori della Direzione urbanistica del comune di Milano (su iniziativa dei sindacati milanesi Fp Cgil, Cisl Fp, Uil Fp e Csa, con la Rsu del comune) hanno svolto un presidio davanti a Palazzo Marino per chiedere maggiore stabilità in questo momento difficile segnato dalle inchieste.
I lavoratori “non possono continuare a essere l’anello debole di un conflitto determinato da differenti interpretazioni normative e da lacune legislative che si trascinano da anni”, hanno affermato i sindacati, sottolineando come sia “difficile immaginare il peso psicologico di chi, con uno stipendio di circa 1.400/1.500 euro al mese, convive da oltre tre anni con il timore di dover rispondere personalmente, anche sul piano economico, con rischi che possono arrivare a centinaia di migliaia di euro”.

I rappresentanti delle sigle sindacali sono stati ricevuti dal vicesindaco Anna Scavuzzo.

“Abbiamo chiesto al Comune, oltre a un incremento delle assunzioni, di mantenere la tutela legale ai dipendenti fino all’ultimo grado di giudizio, anche nel caso di eventuale condanna per colpa.
L’unica colpa che hanno avuto i lavoratori, infatti, è quella di aver applicato le regole che gli sono state date con delibere di consiglio comunale, di giunta e delibere dirigenziali”, dice al Foglio Rosario Rubino, coordinatore della Cisl Funzione pubblica di Milano.
“Ci siamo lasciati con l’impegno a fare un protocollo d’intesa comune.
Il vicesindaco si è mostrata disponibile e ci rivedremo il 15 giugno”, aggiunge Rubino.

Nel pomeriggio ai lavoratori del comune è giunta la solidarietà dello stesso sindaco Sala:

“Io sono più che vicino a loro.
Cercheremo di fare tutto il possibile.
E’ chiaro che sono un paio d’anni che stanno facendo una vita infernale”.
E’ molto difficile far capire ai cittadini cosa vuol dire oggi firmare degli atti, prendersi delle responsabilità con il rischio di avere un avviso di garanzia quando fai tutto in buona fede – ha aggiunto Sala –. Per cui cercheremo di fare il possibile per stare loro ancora più vicino”.

di Ermes Antonucci

A caccia di reatiUna “esplorazione massiva” dei contenuti dei telefoni. Il metodo Milano bocciato dal RiesameIl Foglio, ...
29/05/2026

A caccia di reati

Una “esplorazione massiva” dei contenuti dei telefoni.

Il metodo Milano bocciato dal Riesame

Il Foglio, 29.5.2026

I pm della procura di Milano andavano “alla ricerca non tanto delle prove ma della notizia di reato”.

Un giudizio tecnicamente, e anche deontologicamente, molto pesante sui modi di conduzione delle indagini nel rito ambrosiano, poiché viene direttamente dal Tribunale del Riesame.

L’inchiesta in questione è la (già in sé zoppicante) indagine sulla ipotesi di “turbata libertà del procedimento di scelta del contraente” nella vendita dello stadio Meazza.

Le motivazioni del Riesame riguardano l’annullamento di un sequestro sui telefoni e relative chat dell’avvocato Ada Lucia De Cesaris, dell’ex assessore all’Urbanistica Giancarlo Tancredi e di un’altra funzionaria del comune.

Indagine dal percorso tortuoso, perché nasce da un sequestro di dispositivi nel corso di una differente inchiesta sull’urbanistica dello scorso anno.

A seguito di una serie di richieste della GdF e dei pm, il contenuto di quelle chat è finito nel nuovo filone sulla presunta turbativa d’asta del Meazza.

Al di là delle complesse tecnicalità, l’aspetto più rilevante del giudizio del Riesame (seppure l’anodino Corriere titoli sui “paletti dei giudici”) è la sonora bocciatura di un metodo:

è giudicata “illegittima” l’avvenuta “esplorazione massiva dell’intero contenuto dei telefoni”, perché comporta rischi di “profilazione sui comportamenti, le inclinazioni, i rapporti con i terzi e le idee”.

Ma soprattutto è il metodo dei sequestri di device a scopo esplorativo, ne ha parlato sul Foglio Ermes Antonucci, a essere con forza censurato:

i pm non possono né devono andare “alla ricerca non tanto delle prove ma della notizia di reato”.

Metodo che invece appare spesso utilizzato nelle inchieste milanesi – per quelle edilizie, è stato sequestrato addirittura un cantiere mai autorizzato né partito, in “previsione” di chissà quali reati – soprattutto quelle sul mondo del calcio, compresa l’ultima roboante iniziativa milanese sugli arbitri.

Chissà se un giorno il procuratore di Milano, Marcello Viola, si deciderà a dire qualcosa sui metodi spericolati dei suoi magistrati.

di Maurizio Crippa

29/05/2026

UNO SFREGIO!

di Damiano Aliprandi

Siamo quasi in dirittura d'arrivo.

Il disegno di legge che vuole inserire nella Costituzione, nella parte sul giusto processo, la frase "La Repubblica tutela le vittime di reato e le persone danneggiate dal reato" sta per tagliare il traguardo.

Ed è il classico caso in cui spiegare perché una cosa è sbagliata diventa quasi impossibile, perché fa presa, perché suona bene, perché chi vuole stare dalla parte dei cattivi?

Il bello è che qui non c'è campo largo né campo stretto:

c'è un unico campo, sterminato, che abbraccia tutti.

Con Scarpinato in prima fila.

Una di quelle alleanze trasversali che scaldano il cuore - e che in questo caso stanno per rendere costituzionale un concetto privatistico del processo penale.

Privatistico, cioè arcaico, cioè pre-illuminista.

Non è un dettaglio secondario che le sentenze vengano emesse in nome del popolo italiano.
Quel "popolo" è lì per una ragione precisa.
Noi siamo il prodotto di una rivoluzione culturale che viene dall'illuminismo.
Prima esisteva qualcosa di molto simile alla legge del taglione:
il processo serviva a soddisfare la vittima.
Poi, nei Paesi che si sono dati un ordinamento liberale, è avvenuta una trasformazione radicale. Una vicenda che coinvolge due soli soggetti - il presunto autore del reato e la vittima - smette di essere affare loro e diventa una questione che riguarda la collettività intera.
Il processo penale è un'istanza pubblica, non una vendetta istituzionalizzata.

Questo principio, che sembrava acquisito, sta per essere smontato dall'intero arco parlamentare.

Gli stessi che hanno combattuto - con toni imbarazzanti - contro la separazione delle carriere, l'unico principio davvero nobile che è stato definitivamente seppellito, oggi si rallegrano.

Tutti insieme, compatti, entusiasti.

E chi se ne frega se sfregiamo la Costituzione.

Sì, perchè quello sì che è uno sfregio.

Disney+ celebra il procuratore Gratteri e dimentica gli eroi che non fanno audienceIl Dubbio, 28.5.2026di Ilario Ammendo...
28/05/2026

Disney+ celebra il procuratore Gratteri e dimentica gli eroi che non fanno audience

Il Dubbio, 28.5.2026

di Ilario Ammendolia

Sono decisamente vecchio.

Nella mia testa ho sempre associato la Disney a Topolino, Paperino , apprendo invece che dal 20 maggio è andata regolarmente in onda su Disney+ una importante docuserie sulla ndrangheta.
La Calabria è la naturale location.
La docuserie vuole raccontare l'epica guerra che un manipolo di eroi ha combattuto per sconfiggere la ndrangheta.
La voce narrante è quella del procuratore Gratteri.
Il successo è assicurato!

Viviamo in un tempo di "verità" imposte a tal punto che confutarle diventa non proibito ma inutile.
E infatti non ci tenterò neanche.
Racconterò, invece, in poche parole, la storia di alcuni tra i tanti sconosciuti che la ndrangheta l'hanno affrontata veramente guardandola negli occhi.
Uomini senza storia, combattenti senza gloria.
Non mi illudo che la Disney ne terrà conto.

Faccio un salto indietro nel tempo.

Quattro ragazzi calabresi vengono fucilati a Luino.
Erano partiti da San Luca per sequestrare una ragazza.
Qualcuno all'interno del loro oscuro mondo (in cui c'era di tutto compresi pezzi dello Stato) li ha venduti e sono caduti in una imboscata.
Due di loro erano disarmati ma non hanno avuto il tempo di alzare le braccia.
L'opinione pubblica italiana è ferocemente contro di loro.
Il sindaco di San Luca riceve una cartolina da Varese con su scritto "sono sempre i migliori a morire".

Il Corriere della Sera pubblica in prima pagina un servizio dal paese dei sequestratori nel giorno dei funerali che titola "San Luca accoglie I suoi banditi".
Non commento.
Ma a San Luca si vivono giorni di tensione, passione e sofferenza. Ma soprattutto di Resistenza.

Il sindaco convoca il Consiglio Comunale sui fatti di Luino.
Il municipio di San Luca è gremito.
Gente nelle scale e fin sotto la piazza.
Ovviamente ci sono anche le famiglie di ndrangheta, i parenti dei morti, gli amici.
La strada su cui i consiglieri comunali devono camminare è stretta:
il paese chiede la verità su Luino, vuole capire la dinamica dei fatti.
Si domanda perché s'è sparato contro i due disarmati, perché non si è dato loro la possibilità di resa?
Ma è anche il momento di schierarsi: con la ndrangheta o contro di essa.

E il Consiglio comunale si schiera decisamente contro.
Anzi si trasforma in una torre di guardia della Costituzione che, mette sotto accusa la ndrangheta, i suoi metodi, la barbarie dei sequestri di persona.
E anche la pena di morte senza processo inflitta a Luino.

Non è successo in Emilia.

È successo a San Luca.

Protagonista il sindaco del tempo, un professore di matematica.

Comunista.

Accanto a lui si schierano senza incertezze la stragrande maggioranza dei consiglieri comunali e del Paese.
Sono braccianti, operai, bidelli (così si chiamavano gli attuali collaboratori scolastici).

Mi soffermerò brevemente sull'intervento di uno di loro.
Peppe R. si esprime in un italiano molto incerto.
La sua statura è piccola ma il suo coraggio è grande.
È il suo un intervento intriso di sofferenza.
Sofferenza di un uomo che ha dedicato la vita al riscatto del paese di Corrado Alvaro e al sogno di una società migliore e teme di aver perso la partita.... ma non si arrende.
Non ha paura di spingersi oltre i confini di ogni ragionevole prudenza.

Infatti chiede all'opinione pubblica nazionale di "non giudicare San Luca dalle pecore nere" che commettono delitti.
Costoro, secondo Peppe, sono pochi e marchiano il paese di infamia.
Quella dei sequestri, dice Peppe R., è una macchia "che non ci toglieremo di dosso neanche con l'acido muriatico".

Chiama gli uomini della ndrangheta "pecore nere" e lo fa dinanzi all'intero paese.

Ma va oltre. Molto oltre... quando afferma che Lui non ha partecipato ai funerali dei giovani uccisi.
Non per un fatto personale.
Anzi rivendica di aver lavorato come operaio con i padri degli uccisi che ricorda come grandi lavoratori e persone perbene.
Non ha partecipato ai funerali per non essere confuso con la ndrangheta.
Un uomo che ha il coraggio di Peppe R. non ha vita facile.
E infatti nella parte finale del suo intervento denuncia una aggressione subita qualche tempo prima all'uscita del Municipio.

I lavori del consiglio comunale finiscono.

I giornalisti se ne vanno, i politici lasciano il paese.

Il sindaco e i consiglieri ritornano alle loro case.

Sono soli. E saranno sempre più soli.

San Luca ripiomba nel silenzio.
Anche Peppe R. rientra nella sua casa.
Dormirà a poca distanza da coloro che poche ore prima aveva definito "pecore nere". Delle famiglie dei morti.
Non ha scorta e non ha armi.
Non ha ambizioni politiche, non deve fare carriera.
Ma è contro la ndrangheta, Lui non che uno tra i tanti.

Nessuno li ricorda più.

Eppure contro di loro sono stati sparati colpi di pi***la, fucilate, fatte scoppiare bombe a scopo intimidatorio.
Non li ricorda neanche la Sinistra di cui sono stati parte importante in una stagione di difficili lotte.
Ma ora sono diventati ingombranti per l'antimafia dura e pura, per la Sinistra e per i cliché di una certa stampa di regime.
E certamente non sono funzionali al disegno politico che c'è, e si vede, guardando i filmati della Disney.

L'altra sera nella trasmissione diretta da Formigli campeggiava una slide con su scritto "San Luca 92%".
Si riferiva ai voti riportati dal "Si" al referendum della giustizia.

Tradotto: a San Luca il 92% degli elettori sono mafiosi.

Ovviamente non è vero!

Ma se questa fosse la verità significa che le vittorie che si stanno celebrando su Disney+ sono false..

Significa che a qualcuno bisognerebbe ascrivere questa regressione della Calabria.

Significa che la ndrangheta ha fatto il salto di qualità e ha vinto la partita.

Significa che viviamo il tempo delle verità bugiarde.

In questo caso la Disney dovrebbe cambiare il suo racconto, recuperare la storia dei tanti calabresi che contro la mafia si sono battuti e riflettere sulle ragioni di una sconfitta.

So bene che non lo farà ed è per questo che rimpiango la Disney di Pluto, di nonna papera e Cip e Ciop.

https://www.ildubbio.news/news/commenti/50844/san-luca-ndrangheta-eroi-dimenticati-disney.html?fbclid=IwY2xjawSFJatleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETI1bVNjRWZLcFBBcHU0R0Jic3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHlYPTT_mp1y63LFAnZujqao1m1XDtBpo9tSpvZ5V_mS4dmTngrB1NH3z1XVT_aem_hAFjdxD-4DwDMcP-_7JCEw

Giorni di PaeseStorie minime di un Paese che viveIl giorno in cui la verità tornò dalla nottedi Antonio Strangio, 26.5.2...
28/05/2026

Giorni di Paese

Storie minime di un Paese che vive

Il giorno in cui la verità tornò dalla notte

di Antonio Strangio, 26.5.2026

Esistono giorni che non appartengono più al tempo ordinario degli uomini.
Giorni che smettono di essere semplici date e diventano memoria viva, ferita guarita, resurrezione dell’anima.
Giorni che entrano nel calendario segreto di una famiglia come le grandi feste dello spirito, perché sono stati attesi con la pazienza dei giusti, nutriti dal dolore, custoditi dalla speranza e difesi da una fede che, pur tremando, non ha mai smesso di restare in piedi.

Per me e la mia famiglia, il 25 maggio sarà questo per sempre: il giorno in cui la verità è tornata dalla notte.

Dopo dieci anni lunghi come un esilio - dieci anni consumati nell’attesa, nell’angoscia, nelle notti senza pace e nelle umiliazioni silenziose - mio fratello, uomo perbene e sacerdote, è finalmente tornato libero.

Libero non perché qualcuno gli abbia concesso la libertà, ma perché la verità, dopo un interminabile pellegrinaggio nel dolore, ha finalmente rialzato il capo davanti al mondo.

Eppure nessuna sentenza potrà mai raccontare fino in fondo ciò che accade a una famiglia quando l’ombra dell’ingiustizia entra nella sua casa.

Perché l’ingiustizia non colpisce soltanto una persona:

cambia i volti, svuota le stanze, spegne le domeniche, appesantisce il respiro delle madri e consuma lentamente il cuore di chi ama.

Qualcuno aveva tentato di stringere attorno al collo di mio fratello il cappio dell’infamia.
Ma esistono uomini che attraversano il fango senza perdere il cielo negli occhi.
E lui, nel lungo martirio del sospetto, è rimasto ciò che è sempre stato: un uomo libero davanti a Dio e alla propria coscienza.

In un giorno che avrebbe meritato campane sciolte al vento, porte spalancate, abbracci senza fine e cieli pieni di gratitudine, io ho sentito una sola necessità: andare al cimitero nuovo, là dove riposano mia madre e mio padre.
Perché certe notizie non possono fermarsi tra ai vivi.
Hanno bisogno di attraversare anche il silenzio dei morti e delle persone più care e amate.
Mio padre se n’era andato prima che esplodesse la tempesta.
Non vide il dolore, non conobbe il veleno della calunnia, non assistette allo stillicidio lento dell’attesa.
Forse Dio, nella sua misericordia, gli risparmiò quella ferita.
Mia madre, invece, rimase.
E portò quel peso fino all’ultimo giorno della sua vita.
L’ho vista consumarsi sotto il macigno di un’ingiustizia che le aveva cambiato lo sguardo.
Perché una madre non soffre mai soltanto con il cuore:
soffre con il corpo, con il sonno, con il silenzio, con le mani strette nel grembo mentre aspetta un miracolo che tarda ad arrivare, e bacia i granelli del rosario e conta i secondi i minuti e i giorni.
Lei se n’è andata senza poter ascoltare la parola che avrebbe restituito pace ai suoi occhi:

innocente.

Ed è forse questo il dolore più crudele che il tempo lascia agli uomini: sapere che la verità, a volte, arriva quando chi l’ha attesa ha già chiuso gli occhi.

Davanti alla sua tomba non sono riuscito a parlare.

Le parole, in certi momenti, diventano fragili, insufficienti, quasi indegne della grandezza del dolore e della bellezza della liberazione.

Mi sono segnato lentamente con la croce, come si fa davanti alle cose eterne.

Poi mi sono avvicinato e chinato sulla tomba di mia madre e con un filo di voce, quasi impercettibile, gli dissi che suo figlio, nostro fratello, era finalmente tornato libero.
Gli ho sussurrato con le mani che coprivano gli angoli della bocca:

“Finalmente assolto”

Nient’altro.

Perché quando la verità torna a splendere, non ha bisogno di molte parole.
Fa rumore da sola.
Come l’alba dopo una lunghissima e tempestosa notte.

Sono sicuro che mia madre, anche se per poco, mi ha ascoltato e ha riconosciuto la mia voce, anche se non mi ha potuto guardare con quegli occhi che mi hanno cullato e guidato fino al suo ultimo giorno.
E so pure che ha capito che io gli ho parlato piano, quasi sussurrato per non essere sentito da mio padre che gli dormiva accanto e non sapeva della marizza perché quando arrivò lui era di già andato via.
Perché il Signore che sa tutto e tutto può, lo aveva richiamato a sé prima dell’inizio del lungo calvario.
Ed è stata cosa buona giusta perché mio padre non avrebbe retto a quella notizia che tarpava le ali al figlio che per lui era tutto: orgoglio, bellezza, vita.

E so pure che ora che è finita, è tornata di nuovo la luce, mia madre troverà il tempo per raccontargli tutto a piccole dosi:
il dolore attraversato, la dignità difesa, l’attesa infinita, la giustizia finalmente tornata a bussare alla nostra porta.

E allora mi piace immaginarli insieme, finalmente sereni, finalmente liberati anche loro, mentre dal cielo si stringono in quel silenzio pieno d’eternità che appartiene soltanto agli amori veri.

Da ieri il nostro dolore non è scomparso.

Perché nessun dolore profondo scompare davvero.

Ma ha smesso di essere buio.

E per noi famiglia, il 25 maggio ormai non è più soltanto un giorno.

E' la data in cui la verità è ritornata a casa.

p.s.: lettera pubblica di Antonio Strangio, fratello di Don Pino sacerdote e rettore del santuario della Madonna di Polsi, assolto nel processo 'Ghota' dopo 10 anni ... insieme a tutti gli altri imputati: ça va sans dire

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Via Carlo Poerio, 92/c/o AvVia Francesco Picca
Naples
80121

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