11/09/2025
Rocco Schiavone: Quel muro che chiamiamo Amore
di Enrico Franceschetti
Il vicequestore Rocco Schiavone, personaggio iconico creato da Antonio Manzini, non è un investigatore come gli altri. È il prototipo dell'antieroe: scorbutico, insofferente, perennemente con il cuore a Roma e il corpo ad Aosta. La sua divisa è un peso, il suo ufficio un luogo di esilio autoimposto. Eppure, proprio in questa sua apparente ruvidezza, risiede il motivo per cui lo amiamo così tanto: Schiavone non sta solo cercando la verità nei delitti che indaga, ma sta lottando con il suo più grande nemico, un dolore che si è fatto identità, la perdita della moglie Marina. In sostanza Schiavone è un uomo comune, afflitto da preoccupazioni e dolori simili ai nostri, con una linea etica adattata ai propri valori individuali e non conformata su linee astratte. E' profondamente imperfetto, proprio come ognuno di noi. Per questo è tanto rappresentativo.
Per Schiavone, l'amore è un'esperienza finita. Dopo Marina, le sue relazioni sono state un deserto emotivo, incontri casuali e senza futuro. O almeno così è sembrato, fino all'arrivo di due donne: Caterina, un tentativo di rinascita brutale e fallito, che lo ha ributtato nella sua profonda prigione emotiva, e poi Sandra Bucellato, la giornalista.
Sandra non è un'avventura, almeno fin'ora non arriva mai ad esserlo; ma è una sfida. Lei cerca di scardinare la corazza del vicequestore, di penetrare quel muro che lui ha costruito mattoncino dopo mattoncino. Si impegna, lotta, si ripropone costantemente, nonostante le resistenze ed i fallimenti di lui che prova ma non riesce. Dunque si spende, o almeno si sforza di farlo.
In un momento cruciale della loro storia, in una scena apparentemente minore, mentre lui le chiede di aiutarlo in una delicata e rischiosa indagine su corruzione e alte personalità dei servizi di stato, e le domanda se ne avesse paura, lei risponde con una frase che ha suscitato in me una profonda riflessione: “Un giorno ti racconterò la mia vita e capirai perché non ho paura.” (La citazione è tratta dal romanzo "Vecchie conoscenze" di Antonio Manzini, Sellerio Editore, e riproposta nel quarto e ultimo episodio della quinta stagione della serie televisiva Rocco Schiavone, coproduzione Rai Fiction e Cross Productions).
Ma come, mi sono detto, tutti questi sforzi di porsi in relazione e non ha mai trovato tempo ed occasione per raccontarsi? Non ha mai parlato veramente di sè e di ciò che è stato il suo passato? Mi è apparo subito chiaro che, per quanto possa sembrare incredibile, questo è il cuore di un problema che affligge le relazioni del nostro tempo. Si può andare a letto insieme, condividere serate, impegni, discussioni, confronti ma mai, mai raccontare la verità di sé stessi. Quel racconto, che dovrebbe essere l’atto fondante di ogni intimità, è il grande assente, chiave di ogni solitudine.
Il Silenzio come ostacolo e la mediazione come ponte trasformativo
Questo "non detto" così efficacemente colto dal mondo della fiction, sembra ormai essere la regola, nelle relazioni. Non mi riferisco solo a quelle "d'amore" ma in generale a tutti i rapporti affettivi che, per potersi edificare e consolidare davvero, richiedono necessariamente la condivisione del racconto di sè, l'accoglienza di paure e fragilità, la costruzione di una esperienza intima comune.
Questo fenomeno si esprime in modo eclatante (anche) nel mondo dei social media. Ogni giorno, milioni di persone affidano a Facebook o Instagram aforismi, sentenze e confessioni sul loro dolore, sulla solitudine, sulla sensazione di essere ignorati o traditi. È un grido di dolore espresso a una moltitudine priva di volto, che proprio per questo diventa nessuno. È la via d'uscita meno rischiosa per dar sfogo ad un impulso irresistibile, ad una richiesta di empatia mai riconosciuta, perché si può sfogare il dolore senza correre il rischio di una vera risposta, di un dialogo che richieda vulnerabilità. Ma questa confessione pubblica non è una soluzione, è solo un sintomo. L'unica via per trovare una comunione reale è violare lo schermo blindato per arrivare all'altro, correndo il rischio di essere visti (!!) e capiti.
Nel mio lavoro di avvocato specializzato in diritto di famiglia e nella pratica della negoziazione assistita e della mediazione, riscontro quotidianamente questa dinamica. Spesso, le coppie in lite, ma anche familiari ed amici, si presentano con una serie di richieste formalistiche e superficiali – "vuole la casa", "vuole più soldi" – ma sotto queste maschere si nascondono conflitti profondi, anzi, meglio, bisogni profondi, che le parti non riescono o non vogliono esprimere perchè incapaci di condividere i loro motivi interiori. Quei moti, quelle fragilità, quelle sensibilità, sono parte essenziale di ogni identità ma oggi sono considerate debolezze da non rivelare a nessuno. Nemmeno al proprio partner. Nemmeno al proprio fratello.
Il loro silenzio non è una mancanza di parole, ma un atto di resistenza, una difesa contro la vulnerabilità.
Quindi, si corre dall'avvocato e dal giudice per trovare soluzione. Si immagina che qualcuno che non ci conosce, che non ha mai sentito parlare di noi, che nemmeno vorrebbe farlo se non per svolgere la propria funzione, capisca e risolva? Ma davvero? E con quali strumenti? Con le leggi o le forze dell'ordine? Capite di quale portata sia l'illusione? E quali le reali, comuni e ben conosciute conseguenze?
La mediazione e la negoziazione non sono semplicemente un’alternativa al processo giudiziario, ma rappresentano un vero e proprio spazio sacro dove il racconto può finalmente emergere. A differenza di un’aula di tribunale, dove il giudice è un "estraneo" che si limita ad applicare la legge su fatti rigidamente provati, il mediatore è un facilitatore che incoraggia le parti a narrare la propria verità. Non si tratta di giudicare chi ha ragione o torto, ma di far emergere il conflitto reale, le paure, i bisogni inespressi.
L’Arte di Far Parlare il Cuore
La soluzione del conflitto, in questo contesto, non è imposta dall’esterno, ma nasce dalla consapevolezza che si genera attraverso il dialogo. Le parti imparano a raccontarsi, ad ascoltarsi e a riconoscere il dolore dell'altro. In questo modo, i problemi superficiali (la divisione dei beni, la quantità dell'assegno) diventano secondari rispetto alla comprensione dei problemi profondi (la mancata fiducia, la delusione, il bisogno di riconoscimento).
Come per Rocco Schiavone e Sandra Bucellato, la chiave per aprire il cuore non è forzarlo, ma offrire uno spazio sicuro in cui la storia possa essere raccontata. Il mio lavoro, in questo senso, è proprio quello di aiutare le persone a superare la paura del racconto, a far emergere la verità non per distruggere, ma per ricostruire, trovando soluzioni che vanno oltre la semplice applicazione della legge, e che toccano il cuore del conflitto per risolverlo in modo duraturo.
Enrico Franceschetti