29/03/2026
Caso Garlasco: cosa sta emergendo davvero, e perché oggi non si può più liquidare tutto con quattro slogan
Negli ultimi giorni il caso Garlasco è tornato al centro della scena con una forza che non si vedeva da anni. Ma chi continua a parlarne come se fosse soltanto un vecchio processo riesumato dai talk show non sta capendo cosa sta succedendo davvero. Oggi il punto non è più soltanto la memoria del delitto di Chiara Poggi: il punto è che stanno riemergendo, contemporaneamente, profili genetici, tracce, tempi, impronte, alibi, dinamiche e letture della scena del crimine che rimettono sotto pressione l’intero impianto interpretativo del caso. Partiamo da ciò che è concreto. Alberto Stasi resta il soggetto condannato in via definitiva per l’omicidio, ma nel frattempo la Procura di Pavia ha riaperto il fronte investigativo su Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara, iscritto nel registro degli indagati l’11 marzo 2025. Al centro della nuova fase ci sono soprattutto il materiale genetico repertato sotto le unghie della vittima, lo scontrino utilizzato come alibi, le telefonate verso casa Poggi nei giorni precedenti e l’impronta 33 sulle scale della cantina, che i pm oggi riconducono a Sempio. A marzo 2026, inoltre, viene descritto come possibile il passaggio successivo del rinvio a giudizio, segno che non siamo davanti a una semplice curiosità mediatica, ma a un fascicolo che ha ancora massa investigativa. Ed è qui che bisogna essere seri. Perché una cosa sono i fatti tecnici che stanno riemergendo, altra cosa sono le dichiarazioni più esplosive che stanno circolando in televisione e online. Massimo Lovati, ex avvocato di Sempio, ha sostenuto pubblicamente che l’assassino di Chiara sarebbe stato “un sicario di una organizzazione criminale” e ha anche rilanciato la tesi secondo cui Alberto Stasi avrebbe scoperto il ca****re “sotto minaccia di morte”. Queste sono dichiarazioni sue, pesanti e mediaticamente dirompenti, ma allo stato non coincidono automaticamente con un fatto processualmente provato. Questo è un passaggio essenziale, perché chi fa analisi deve saper distinguere tra atto, indizio, interpretazione e narrazione. Ora però arriva la parte veramente interessante, quella che in molti stanno leggendo male. La nuova consulenza attribuita a Cristina Cattaneo, secondo quanto riportato da Tg1 e ripreso da diverse testate, non si limiterebbe a riaprire il tema del DNA sotto le unghie, ma sposterebbe anche in avanti l’orario della morte, indicando che Chiara potrebbe essere stata uccisa almeno mezz’ora dopo la colazione. Lo stesso filone parla di una colluttazione violenta e più prolungata di quanto a lungo si sia ritenuto, e questo punto è centrale: se il delitto non è stato un’azione lampo di pochi minuti, ma una sequenza più articolata, allora cambia la lettura della compatibilità degli spostamenti, degli alibi e del significato difensivo delle tracce lasciate sul corpo della vittima. Questo non è un dettaglio. In criminologia investigativa, il tempo della morte non serve solo a fissare un orario sul calendario: serve a verificare compatibilità, opportunità, accessi, permanenza sulla scena, finestra di rischio e coerenza narrativa del racconto dell’autore. Per anni il caso è stato letto anche dentro una forbice molto stretta, centrata sul dato che Chiara era certamente viva alle 9:12, orario della disattivazione dell’allarme, e sul fatto che Stasi risultava al computer alle 9:35. Se oggi quella finestra viene rimessa in discussione e l’omicidio si sposta più avanti, non cambia solo un numero: cambia la pressione logica esercitata sull’intera cronologia del delitto. È anche per questo che chi segue Crime-Time sa bene perché noi avevamo già percepito che alcune cose non tornavano. Lo avevamo detto quando ancora altri trattavano il caso come una storia congelata. Lo avevamo detto perché la scena del crimine, le anomalie interpretative e la persistenza di alcuni nuclei irrisolti suggerivano che la verità processuale non avesse esaurito tutto il contenuto criminologico del fascicolo. E sì, lo dico anche qui nel modo più chiaro possibile: forse non eravamo fuori strada, forse abbiamo fatto gli stessi “sogni” dell’avvocato Lovati. Ma la differenza è decisiva: noi non ci fermiamo al sogno, noi entriamo nei metodi. E allora apriamo davvero il capitolo della criminologia investigativa. Primo punto: victimology. Chiara Poggi viene uccisa nella sua casa, senza evidenti segni di effrazione, in abiti domestici, in una cornice che da sempre ha suggerito l’ingresso di una persona non percepita come immediatamente ostile. Questo non individua automaticamente il colpevole, ma è un dato di comportamento: la vittima si trovava in una zona di apparente sicurezza, e questo fa pensare a un contatto non casuale, o comunque a un’interazione iniziale non esplosiva fin dal primo secondo. Secondo punto: dinamica aggressiva. Se la nuova lettura medico-legale insiste sulla colluttazione prolungata e sul valore delle tracce sotto le unghie, allora il corpo della vittima torna a parlare come luogo di interazione fisica e non soltanto come esito terminale dell’azione omicidiaria. In termini investigativi, ciò significa che ogni segno di difesa, ogni contatto, ogni residuo biologico assume peso differenziale molto superiore. Non è la stessa cosa ragionare su un’aggressione fulminea di pochi istanti o su una lotta più lunga, perché nel secondo caso aumentano tempi, spazi e possibilità di trasferimento di tracce. Terzo punto: ipotesi di pluralità dei soggetti sulla scena. Open, riprendendo la nuova inchiesta, ricorda che l’ipotesi provvisoria della Procura è quella di un omicidio in concorso con Stasi o con altri ignoti. Questo non vuol dire che oggi sia provato un delitto di gruppo; vuol dire però che l’ufficio requirente non esclude, in questa fase, una scena con più di un partecipante. È un passaggio enorme, perché sul piano criminologico porta a riconsiderare distribuzione dei ruoli, sequenza dell’aggressione, funzione di eventuali depistaggi e compatibilità di più presenze con le tracce note. Quarto punto: alibi e micro-incongruenze. Lo scontrino del parcheggio, oggi nuovamente al vaglio, e i tabulati telefonici descritti da Rai come potenzialmente sospetti non sono “prova definitiva” da soli. Ma chi ha esperienza investigativa sa che i casi non si riaprono quasi mai per un singolo colpo di scena; si riaprono quando una serie di elementi considerati minori comincia a convergere. È il principio della pressione cumulativa dell’indizio: ogni singolo tassello può sembrare fragile, ma la loro convergenza può cambiare il quadro. Quinto punto: autopsia psicologica in chiave investigativa. Qui bisogna capirsi bene: non stiamo parlando di un elaborato ufficiale depositato che abbiamo in mano, ma di una lente criminologica utile a leggere il caso. L’autopsia psicologica, applicata con rigore, non serve a fare romanzi sulla vittima; serve a ricostruire routine, percezione del rischio, relazioni attive, soglie di fiducia, eventuali segnali di preoccupazione e compatibilità tra stile di vita della vittima e profilo dell’aggressore. In un caso come questo la domanda non è solo “chi poteva uccidere?”, ma anche “chi poteva entrare, interagire, avvicinarsi e restare compatibile con la normalità di quella mattina?”. Questa è criminologia vera, non folklore. L’inferenza qui è mia, ma è coerente con gli elementi noti sulla scena e con il tema dell’accesso non forzato. Ed eccoci al punto finale. Oggi il caso Garlasco non sta semplicemente “tornando di moda”. Sta mostrando che un processo può chiudersi e un enigma criminologico può invece restare aperto. Sta mostrando che i tempi della morte, le tracce sotto le unghie, le impronte, gli alibi, le colluttazioni e le ipotesi di concorso non sono dettagli da talk show: sono nodi tecnici. E quando i nodi tecnici tornano tutti insieme, il caso cambia stato. Noi continueremo a fare quello che facciamo da sempre: leggere i fatti, separare le suggestioni dalle evidenze, e guardare dove gli altri non guardano. Perché la differenza, nei grandi casi, la fa sempre chi sa distinguere il rumore dal dato.