Avv. Mariano Scapolatello

Avv. Mariano Scapolatello Libero professionista, libero pensatore, libero. Già viceprefetto aggiunto, Mariano Scapolatello esercita oggi a Monza, Milano e Napoli la professione forense.

Da sempre impegnato nella sensibilizzazione della coscienza civica, usa i comuni strumenti di comunicazione per avvicinare i cittadini al mondo del diritto attraverso l'analisi dell'attualità.

Decorrenza della “malattia” anticipata al giorno precedente il rilascio del certificato medico: passo avanti o passo ind...
06/09/2026

Decorrenza della “malattia” anticipata al giorno precedente il rilascio del certificato medico: passo avanti o passo indietro?
tempo di lettura: 2 minuti

A mio padre, medico d’altri tempi

Con una circolare emanata lo scorso 4 settembre, l’I.N.P.S. annuncia la possibilità che il primo giorno di malattia - rilevante ai fini previdenziali per i lavoratori - sia quello precedente alla redazione del certificato medico, anche nel caso di visita ambulatoriale.
La tutela previdenziale della malattia potrà essere riconosciuta dal giorno (uno solo) precedente alla redazione del certificato medico, a due condizioni:
- che sia il medico a indicare espressamente che la malattia è iniziata il giorno prima rispetto alla data del certificato;
- che tale giorno precedente non sia un festivo infrasettimanale, un sabato o una domenica.

Tale novità ha importanza pratica anche per i datori di lavoro, poiché i primi 3 giorni di malattia (cosiddetta “carenza”) non sono indennizzati dall’I.N.P.S. e molti contratti collettivi prevedono la retribuzione a carico, appunto, del datore.

La finalità di questo nuovo orientamento è la tutela del lavoratore nel nuovo contesto della normativa e della pratica della Medicina Generale: “Il criterio adottato - valido anche per la certificazione di continuazione e ricaduta della malattia - deriva dalla necessità di non penalizzare il lavoratore nei casi in cui la visita medica non venga effettuata nel giorno della chiamata al medico curante.”.
Si tiene conto, infatti, della facoltà disciplinata nei contratti di lavoro per i medici di Medicina Generale di effettuare la visita medica domiciliare richiesta dal paziente entro le ore 12.00 del giorno immediatamente successivo e solo ove ritenuto strettamente necessario: facoltà per il medico che può causare non poche difficoltà al paziente-lavoratore.

È da qualche tempo, in verità, che gli italiani si imbattono nella difficoltà di ricevere le prestazioni del “medico di famiglia” con l’immediatezza e la disponibilità alle quali erano abituati in passato. Con un breve inciso è la stessa circolare I.N.P.S. che ne spiega il perché, analizzando l’attuale contesto sociosanitario italiano, “caratterizzato da un profondo processo di trasformazione che ha interessato anche il ruolo del Medico di Medicina Generale, nell’ambito della riorganizzazione dell’assistenza territoriale, nonché la crescente e progressiva diminuzione del numero di tali medici su tutto il territorio nazionale, i maggiori carichi di lavoro e l’incremento dei compiti organizzativi e assistenziali affidati ai medesimi medici”.

Insomma, da un lato, la riduzione dei medici di Medicina Generale, dall’altro, l’aumento dei compiti “burocratici” a loro carico, impongono una maggiore flessibilità negli adempimenti (e nell’assistenza sanitaria?) che riguardano i pazienti.

La circolare in commento modifica un orientamento consolidato fin dal 1963.
Resta un dubbio: è la certificazione di un passo avanti per il lavoratore o di un passo indietro per il cittadino?

Il pasticcio democratico del caso Ranuccitempo di lettura: 5 minuti Lo so: starete pensando “pure tu con Ranucci?”.Ma c’...
30/08/2026

Il pasticcio democratico del caso Ranucci
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Lo so: starete pensando “pure tu con Ranucci?”.
Ma c’è un profilo del grande caso dell’estate italiana che non mi sembra sufficientemente esplorato dal dibattito mainstream.
Ed è l’unico delicatissimo profilo che dovrebbe interessare il popolo italiano in quanto sovrano della Repubblica, al di là dei fatterelli penali, almeno per quanto sinora è venuto fuori.

Tra le decine di informazioni fuoriuscite dalle carte giudiziarie (Roberto Saviano su youtube vi dedica 3 occhiutissime puntate), ce n’è una, ed una soltanto, che dovrebbe interpellarci tutti come democrazia: Lavitola da tempo lavorava a un’operazione funzionale a far candidare Ranucci come premier del “campo largo” di centro sinistra per le prossime elezioni politiche del 2027.
Dalle stesse carte – Saviano lo dice un po’ troppo in fretta – emerge che, sulla bozza di questionario che Lavitola avrebbe distribuito per sondare la popolarità e il gradimento di Ranucci, ci ha messo le mani Ranucci stesso, apportando correzioni.
Il Sigfrido nazionale, insomma, ha prestato il suo contributo ad almeno una delle strategie dell’operazione politica che lo vedeva protagonista e che lo avrebbe voluto condurre fino alla stanza dei bottoni di Palazzo Chigi.

Al di là delle smentite ufficiali su un suo interesse serio a candidarsi, emerge che una forma di curiosità/fascinazione per il progetto Sigfrido Ranucci l’ha avuta.
Dobbiamo chiederci, a questo punto, quanto condizionanti possano essere – per uno come Ranucci – la curiosità e la fascinazione, quando riguardano la sua persona.
Gli unici indizi che abbiamo in proposito sono che, fino ad oggi, Ranucci, in ordine sparso: si è paragonato ad Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giulio Regeni; sui giornalisti nominati alla conduzione di Report al suo posto ha commentato immediatamente “scelta mediocre”; ha dichiarato che contro di lui si sta svolgendo una character assassination (distruzione della reputazione) senza precedenti in Italia e nel mondo; da ultimo ha proclamato che adesso condurrà la battaglia “più importante della mia vita per la libertà di stampa, lo farò per i miei figli e per i vostri, mi rifiuto di lasciare alle future generazioni questo mondo mostruoso, governato da persone mostruose e vigliacche che non tollerano il giornalismo libero e i magistrati indipendenti.“.
Insomma, niente male la motivazione, ma neanche l’autostima: il cocktail lo avrebbe portato a candidarsi o no?

Questo è il punto di partenza di un dubbio che dovremmo porci tutti: fan, nemici e tiepidi spettatori di Report, la trasmissione – piaccia o no – che ha vinto il maggior numero di premi nazionali e internazionali nella storia del giornalismo d’inchiesta italiano.
Un tipo di giornalismo molto diverso da quello politico, che non si basa sulle dichiarazioni ufficiali e i comunicati di partito, ma che, anzi, va oltre: ricerca altre fonti, il più possibile credibili e indipendenti, smascherando fatti che normalmente all’opinione pubblica vengono nascosti dal potere.
Tutto questo rende il giornalismo d’inchiesta anche molto diverso dalla cronaca nera: non è il gossip morboso su come il maggiordomo ha ucciso il padrone di casa, ma è la spinta primaria per stimolare il dibattito pubblico, la consapevolezza politica, la capacità critica degli elettori in un paese democratico.

Tutto questo presuppone che il giornalismo d’inchiesta sia un giornalismo indipendente (che non opera nell’interesse di alcuno che non sia il pubblico di cittadini) e libero.
“Libero” non significa solo che non debba essere minacciato con querele e bombe, ma soprattutto che deve essere “libero nei fini”: il giornalismo d’inchiesta non mira a un risultato utilitaristico prefissato, ma usa un metodo esplorativo; quello che scopre lo mostra in ogni caso, non mostra solo quello che serve a dimostrare un teorema.
Se il giornalismo d’inchiesta servisse a supportare tesi precostituite, selezionerebbe i fatti non in base all’oggettiva rilevanza, ma in base all’interesse ideologico-personale del giornalista; si fermerebbe davanti a verità che preferisce non approfondire.
Report, in questi anni, ce l’ha voluto mostrare anche nelle forme che è libero e senza paura, con un conduttore sempre solo in camicia aperta sul petto e inviati che pongono 3-4 volte la stessa domanda al ministro, anche quando il ministro è ormai chiuso in una macchina che ha percorso 300 metri (l’inviato, a piedi, ripete nel microfono: “ministro, ma perché non ci risponde?”).

Se Sigfrido Ranucci non solo avesse idee di centro-sinistra, ma avesse interesse ad accreditarsi negli organismi di potere del centro-sinistra, il dubbio che Report faccia inchieste “unilaterali” sarebbe fondato.
Si potrebbe pensare che l’inchiesta che ha portato a scoprire che il padre della Meloni trafficava in droga servisse solo a screditare l’attuale governo (visto, peraltro, che Franco Meloni ha lasciato la famiglia quando Giorgia aveva un anno, la quale ha interrotto i rapporti col padre quando ne aveva 11), si potrebbe pensare che l’aperto schierarsi di Report per il No al referendum sulla giustizia fosse una captatio benevolentiae verso l’ANM (che ha tributato una lunga standing ovation a Ranucci nel corso della sua assemblea generale) e, dunque, si potrebbe denunciare con un nuovo argomento la politicizzazione di parte rilevante della magistratura.
Se Sigfrido Ranucci avesse usato la trasmissione di giornalismo d’inchiesta più prestigiosa d’Italia per dimostrare teoremi contro il centro-destra, non solo avrebbe danneggiato il centro-destra, ma anche la stessa Report, che risulterebbe meno libera e dunque meno credibile.

Durante l’era berlusconiana, uno dei personaggi più bersagliati dal centro-sinistra era Emilio Fede, che dal suo interminabile Tg4 emanava adorazioni verso il Cavaliere e mal-trattava gli argomenti dell’opposizione.
Non ho mai compreso del tutto l’accanimento contro Emilio Fede: era così smaccatamente schierato, così apertamente fidelizzato, che era del tutto innocuo.
Solo un imbecille avrebbe guardato il Tg4 pensando di ascoltare notizie attendibili.
Peraltro, il Tg4 era un Tg e non una trasmissione d’inchiesta.

A Indro Montanelli – che giornalista d’inchiesta non era ed aveva idee politiche complesse ma ben note, che gli valsero una gambizzazione – furono più volte proposte candidature in politica e nel 1991 il Presidente della Repubblica Cossiga gli propose la carica di senatore a vita.
Montanelli rifiutò: spiegò che un giornalista deve mantenere il potere a una “distanza di sicurezza” e non perdere il proprio ruolo di critico indipendente rispetto al Palazzo.

Quand’anche a Ranucci non fosse gradito l’esempio di Montanelli, senza scomodare la memoria di statisti e magistrati, la storia del giornalismo italiano (Peppino Impastato, Mauro de Mauro, Mino Pecorelli, Giancarlo Siani, Mauro Rostagno, Giuseppe Fava, Walter Tobagi, Carlo Casalegno, Ilaria Alpi, Maria Grazia Cutuli) pure avrebbe offerto parametri di tutto rispetto.

Ci interesserà, naturalmente, sapere perché è stato fatto l’attentato a Ranucci, ma il nostro interesse di cittadini italiani è avere un giornalismo d’inchiesta che non abbia altre ambizioni che fare giornalismo d’inchiesta.


Foto di Sigfrido Ranucci: ArezzoTV, CC BY 3.0 , via Wikimedia Commons

Buone vacanze (non “romane”)!tempo di lettura: 2 minuti Ironia della s/morte, Guccini è morto il 6 agosto, lo stesso gio...
08/08/2026

Buone vacanze (non “romane”)!
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Ironia della s/morte, Guccini è morto il 6 agosto, lo stesso giorno in cui, nel 1978, morì Paolo VI.
La storia che li riguarda entrambi è nota: nel 1967 Guccini pubblica “Dio è morto” e la RAI - all’epoca emittente radio in regime di monopolio – censura la canzone, che non viene trasmessa.
Un titolo, una sentenza: la canzone è considerata blasfema, offensiva per la morale cattolica.

Succede, contemporaneamente, che all’interno delle Mura Vaticane l’analisi della canzone si spinge oltre il titolo e ci si accorge che “Dio è morto” è tutt’altro che un inno nichilista: è una critica feroce al materialismo, al conformismo, all’ipocrisia borghese, al militarismo, a una morale vuota e di facciata.
Radio Vaticana la trasmette, a Papa Montini la canzone piace.
Negli anni a ve**re la canzone sarà nei repertori degli oratori e dei gruppi scout.

Non sappiamo se la commissione di ascolto preventivo della RAI fosse genuinamente più guelfa del papa; due certezze ci sono: al governo c’era la solita DC e la canzone non era affatto blasfema.

In quella Roma dove - già Sallustio e Giovenale denunciavano - “tutto si compra” e gli equilibri di potere generano favori senza che ci sia neanche bisogno di chiederli, dalla riva destra del Tevere, il Capo della Chiesa Cattolica validò con bolla papale il brano di un cantautore agnostico in fatto di fede.

Nello stesso anno di “Dio è morto”, il 1967, Paolo VI firma la Populorum Progressio, l’enciclica con cui si mondializza la dottrina sociale della chiesa e si ammonisce sul lato oscuro del progresso: tematiche che formazioni laiciste di tutti i colori politici non avrebbero messo a fuoco per decenni (i pionieri “no global” sarebbero arrivati nel 1999).

La storia della strana coppia è quella di due sguardi “oltre”: oltre i titoli, oltre le posizioni apodittiche, oltre gli ordini di scuderia, oltre i sessant’anni che sarebbero seguiti.
Ancora oggi, parrucconi incapaci di riconoscere e ascoltare un’idea originale, da una parte, contestatori di una religione che di quella religione nulla sanno o comprendono, dall’altra: cosa avrebbero costoro di diverso dalla commissione di ascolto della RAI che giudicò blasfema una canzone senza leggerne o capirne il testo?

Dunque, l’augurio per le vacanze estive è di riuscire a “guardare oltre” anche noi: oltre i tramonti infuocati, sapendo che altrove è ancora giorno; oltre i titoli ad effetto, scoprendo che i fatti sono un’altra cosa; oltre i ruoli interpretati con sacralità ottusa, se persino di Dio si è potuto dire che è morto.

Arrivederci a settembre!

La sinistra con l’orologio fermo al polsotempo di lettura: 4 minutiLe lancette fisse sulle 10.25 alla stazione di Bologn...
02/08/2026

La sinistra con l’orologio fermo al polso
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Le lancette fisse sulle 10.25 alla stazione di Bologna ricordano permanentemente l’orario in cui esplose la bomba che fece 85 vittime il 2 agosto 1980.
Un orologio fermo esprime con potenza due concetti che dovrebbero sempre essere associati alla memoria: l’emozione e il tempo.
Il brivido nell’immaginare il boato all’istante dell’ultimo movimento della lancetta dei minuti, la commozione per il silenzio della vita immediatamente successivo, ma anche un riferimento temporale: quel preciso istante.

Il sistematico “perché non accada mai più”, che accompagna le commemorazioni delle vittime di ogni tipo di strage, responsabilizza a ricercare nel presente i rischi che gli orrori del passato si ripetano.
Il proposito è nobile, ma l’operazione è complessa.

Una memoria usata come bussola etica non può avere la sola componente emozionale, ma anche quella storica.
Il che significa conoscere bene la storia, comprenderne le dinamiche, distinguere gli elementi di contesto di un determinato periodo e individuare i fattori specifici che portarono a determinati avvenimenti.
Se la vittima di oggi ha lo stesso credo religioso di ieri, non vuol dire per forza che si sta ripetendo una persecuzione religiosa.
Se un reato ha una matrice politica oggi, non ha lo stesso valore che lo stesso fatto aveva ieri in un regime politico totalitario.
Se lo Stato commette un reato, non è indifferente capire se ciò accade per effetto di una regia occulta che muove centinaia di fili o perché un singolo o pochi hanno sbagliato.
In una parola, prima di dire che “oggi è uguale a ieri”, è fondamentale storicizzare: interpretare fatti e situazioni alla luce di un preciso momento storico e comprenderne le peculiarità.

Per il consueto corteo di oggi sulla strage dell’80 a Bologna, Potere al Popolo (accompagnato da decine di sigle, tra sindacati e collettivi), ha proposto di commemorare Fakir – il quarantatreenne di origine marocchina, condannato in passato per spaccio ed evasione, deceduto durante un arresto pochi giorni fa - e altri “morti di Stato” per i quali si chiedono verità e giustizia.
A tale equiparazione si è intanto opposta l’associazione dei familiari delle vittime, la quale vuole scongiurare strumentalizzazioni e mantenere concentrata l’attenzione mediatica su una strage che ha comportato oltre 40 anni di processi, terminati (per ora) in Cassazione solo l’anno scorso.
Quei processi hanno consentito di accertare il coinvolgimento nella strage di Bologna di una serie di esecutori materiali tutti collegati alla galassia neofascista degli anni ‘70/’80 del Novecento, ma anche di apparati dello stato deviati emblematizzati nella figura del prefetto Umberto D’Amato, anima nera della Repubblica Italiana, capo dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’interno.

Insomma: se il problema per l’associazione dei familiari delle vittime è la strumentalizzazione, il problema politico-culturale è abbastanza più grave: ma cosa c’entrano gli eventuali abusi in un’operazione di arresto con uno degli episodi-chiave della strategia della tensione in Italia?

Si potrebbe fare un lungo elenco di “cosa c’entra?” e si scoprirebbe che su errori logici -storici del genere si fonda molta della propaganda politica della attuale sinistra italiana.
Si può partire dal cavallo di battaglia di chi vede fascismo ovunque, senza evidentemente conoscere il contesto storico e le caratteristiche del regime del Ventennio, per arrivare a chi parla di immigrazione assimilando i flussi di migranti africani e asiatici che oggi arrivano in Europa a quelli degli italiani che sbarcavano in America tra fine ‘800 e inizio ‘900, al suono di “anche noi siamo stati migranti”.
In generale, basta notare la strumentalizzazione di ogni caso isolato, per farne una questione politica generale, nella quale ti**re ed evocare i più mostruosi spettri del passato, senza riuscire a dare, invece, un nome corretto e corrente a nuovi e più subdoli fenomeni.

Che peccato. È un peccato, soprattutto perché su temi del genere si trascina gente in piazza e si convogliano energie della società, per la quale gli slogan, oltre a frasi da pronunciare, diventano fonte superficiale di informazione.
Facili e improprie analogie col passato, strumentalizzazioni della memoria, ignoranze che - sia in buona che in mala fede - non reggono al momento di affrontare l’attualità.
Una piazza eccitata così non serve né a chi governa oggi, né a chi ambisce a governare domani la stessa piazza, quella che sarà delusa dal pragmatismo imposto dalla necessità di governare il reale e il presente, non la memoria emotiva e la storia raccontata alla carlona.

Quando questo è l’approccio, un orologio fermo non è il simbolo della memoria che rafforza una visione politica; ma solo un rottame, inutilizzabile per la lettura dell’attualità.

Preferenze degli italiani? O Vannacci o non saperetempo di lettura: 4 minuti Come ogni governo, anche quello Meloni si s...
26/07/2026

Preferenze degli italiani? O Vannacci o non sapere
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Come ogni governo, anche quello Meloni si sta cimentando nella modifica della legge elettorale: ultimo importante terreno di scontro parlamentare prima delle prossime elezioni politiche.
Il dibattito, anche stavolta, è ispirato dall’indignazione generalizzata e trasversale della stessa classe politica per le “liste bloccate”, cioè l’impossibilità per gli elettori di esprimere la propria preferenza sul singolo candidato.
Sono 21 anni che la politica si indigna per le liste bloccate (le cancellò Calderoli nel 2005), ma, evidentemente, non è abbastanza per eliminare quello che viene identificato come un drammatico problema del meccanismo elettorale.

E, in effetti, ad ogni tornata, si nota una certa attenzione per i singoli candidati, soprattutto da parte… dei partiti.
Classico espediente per recuperare voti in momenti di crisi o di incerto sostegno dalla base, candidare “un nome” può garantire obiettivi che il solo programma elettorale non assicura.
Alle ultime europee, 500.000 preferenze ha portato Vannacci alla Lega, offrendo un palliativo alla contestata leadership di Salvini (che oggi pensa a come candidare Roggero); mentre i 176.000 voti di Ilaria Salis hanno consentito ad AVS di superare la temuta soglia di sbarramento del 4%.
I candidati-testimonial hanno una lunga tradizione, che risale alla prima Repubblica e che ha conferito anche un certo lustro alla classe politica italiana, quando ha attinto dal mondo della cultura.

C’è, però, un mistero che lega molte candidature di personaggi famosi o resi famosi dal partito che li ha candidati, di cui sembra non vergognarsi nessuno tra candidati, candidanti ed elettori: il mistero sulle idee che questi candidati abbiano in testa.
Alzi la mano chi ricorda le posizioni – non cinematografiche, né simboliche - di Cicciolina (candidata ed eletta col Partito Radicale nel 1987) su problematiche concrete degli italiani;
batta un colpo chi saprebbe ricostruire il pensiero politico di Gianni Rivera (anche lui entrato la prima volta in Parlamento nel 1987, con la DC); qualcuno ci ricordi citazioni famose di Valentina Pezzali ulteriori a “Presidente, da lei mi farei toccare”, rivolta a Silvio Berlusconi, prima di entrare in politica e poi al governo con Mario Draghi.

Dicevamo Berlusconi… beh, troppo facile ricordare la carrellata di personaggi che dalla TV a Montecitorio hanno tramutato il consenso dello spettatore in quello dell’elettore.
Gente che davanti alle telecamere sapeva stare e spesso non ha sfigurato; il Cavaliere di comunicazione ne sapeva qualcosa.
Chi ne sapeva meno (di comunicazione, ma forse anche di sinistra) era Walter Veltroni, che usò la strategia dei candidati-figurina nel 2008: l’operaio della Thyssenkrupp scampato al disastro per gli operai, Colaninno (Piaggio) e Calearo (Federmeccanica) per gli imprenditori e poi un colpo di genio in rappresentanza di tutti i precari d’Italia: Maria Anna Madia.
Provenienza e frequentazioni made in alta borghesia romana, pronipote di Titta Madia, autorevole fascista prima ed esponente dell’MSI poi, eletta con Veltroni e poi ministra con Renzi: insomma, una precaria per antonomasia.
Anche qui: alzi la mano chi ne ricordi le idee, le frasi famose, o anche solo il suono della voce.
Su Renzi passiamo oltre direttamente (vedi Lucia Annibali e Paolo Siani) e ricordiamo che anche il Movimento 5 Stelle ha candidato Gregorio De Falco solo per un “Torni a bordo, caxxo!” prima di litigarci quando, dopo le elezioni, si è parlato anche di idee.

Fra tutti i personaggi passati in rassegna, a ben vedere, di uno solo si conoscevano le idee prima della candidatura, perché aveva scritto un libro che aveva fatto molto discutere: Roberto Vannacci.
Vannacci, che - se fascista non è – ai nostalgici strizza l’occhio, potrà entusiasmare o ripugnare, ma come la pensa si sapeva da prima della sua elezione.
Delle idee degli altri nulla sapevamo, eppure li abbiamo votati e li abbiamo resi trainanti per le rispettive liste anche in un sistema senza preferenze nominali.

Ne La Politica,Aristotele metteva in guardia sul rischio che la democrazia degenerasse in demagogia, quando i capi populisti, facendo leva sulla propria abilità oratoria, convincessero il popolo a sostenere ciò che fosse “detto meglio” in luogo di ciò che fosse giusto.
Quest’analisi, pur spietata e pessimista, è in fondo più ottimista e ingenua della realtà che conosciamo, perché presupponeva quantomeno un flusso comunicativo di idee tra capi e popolo.
Ma oggi che la democrazia è ampiamente studiata, giuridicamente presidiata, costantemente analizzata, il popolo – salvi rari casi, di Vannacciano tipo - alle idee della sua classe dirigente non è interessato. E se deve votare un nome, lo riesce a votare comunque.

Magari bastassero la legge elettorale e il voto di preferenza a curare la malattia del popolo!

Piccola ricognizione del potere di graziatempo di lettura: 4 minuti “Prerogativa personale dei sovrani assoluti, la conc...
19/07/2026

Piccola ricognizione del potere di grazia
tempo di lettura: 4 minuti


“Prerogativa personale dei sovrani assoluti, la concessione della grazia ha sostanzialmente mantenuto tale carattere anche dopo l'avvento della Monarchia costituzionale, essendo quello di dispensare dalle pene il segno massimo del potere, che attribuiva particolare autorità e prestigio alla figura del Monarca.
È, dunque, in tale contesto storico – quanto all'esperienza italiana – che, dapprima, nell'art. 5 del Proclama dell'8 febbraio 1848 (atto con il quale veniva preannunciata da Carlo Alberto l'emanazione dello Statuto), e, successivamente, nell'art. 8 dello Statuto stesso, venne riconosciuto al Re il potere di «far grazia e commutare le pene». Prerogativa, evidentemente, concepita in stretta connessione con i caratteri della «inviolabilità» e «sacralità» della persona del Monarca. Non irrilevante, tuttavia, appare la circostanza che, mentre nel primo dei citati testi normativi l'esercizio del potere de quo veniva ascritto alla sfera del “giudiziario” (il predetto art. 5, difatti, recitava: «ogni giustizia emana dal Re, ed è amministrata in suo nome. Egli può far grazia e commutare le pene»), nel secondo, viceversa, si recideva tale legame.
Alla previsione, difatti, dell'art. 8 dello Statuto («il Re può far grazia, e commutare le pene») corrispondeva quella autonoma dell'art. 68 (secondo cui «la Giustizia emana dal Re, ed è amministrata in suo Nome dai Giudici ch'Egli istituisce»), e ciò quasi a sottolineare che l'adozione del provvedimento di clemenza si poneva, già allora, come l'esito di un giudizio equitativo del tutto diverso da quello riservato agli organi giurisdizionali; ciò che rendeva l'esercizio del potere di grazia non idoneo ad essere gestito dalla magistratura il cui compito è “fare giustizia” applicando la legge. […]

L'art. 87, undicesimo comma, della Costituzione, dettando una disposizione sostanzialmente identica all'art. 8 dello Statuto albertino, ha infatti stabilito che il Presidente della Repubblica «può concedere grazia e commutare le pene».
[…]
Orbene, deve ritenersi, al riguardo, che l'esercizio del potere di grazia risponda a finalità essenzialmente umanitarie, da apprezzare in rapporto ad una serie di circostanze (non sempre astrattamente tipizzabili), inerenti alla persona del condannato o comunque involgenti apprezzamenti di carattere equitativo, idonee a giustificare l'adozione di un atto di clemenza individuale, il quale incide pur sempre sull'esecuzione di una pena validamente e definitivamente inflitta da un organo imparziale, il giudice, con le garanzie formali e sostanziali offerte dall'ordinamento del processo penale. La funzione della grazia è, dunque, in definitiva, quella di attuare i valori costituzionali, consacrati nel terzo comma dell'art. 27 Cost., garantendo soprattutto il «senso di umanità», cui devono ispirarsi tutte le pene, e ciò anche nella prospettiva di assicurare il pieno rispetto del principio desumibile dall'art. 2 Cost., non senza trascurare il profilo di «rieducazione» proprio della pena.
[…]

In particolare, una volta recuperato l'atto di clemenza alla sua funzione di mitigare o elidere il trattamento sanzionatorio per eccezionali ragioni umanitarie, risulta evidente la necessità di riconoscere nell'esercizio di tale potere – conformemente anche alla lettera dell'art. 87, undicesimo comma, Cost. – una potestà decisionale del Capo dello Stato, quale organo super partes, «rappresentante dell'unità nazionale», estraneo a quello che viene definito il “circuito” dell'indirizzo politico-governativo, e che in modo imparziale è chiamato ad apprezzare la sussistenza in concreto dei presupposti umanitari che giustificano l'adozione del provvedimento di clemenza.
Infine, si deve rilevare come l'indicata conclusione risponda ad un'ulteriore esigenza, quella cioè di evitare che nella valutazione dei presupposti per l'adozione di un provvedimento avente efficacia “ablativa” di un giudicato penale possano assumere rilievo le determinazioni di organi appartenenti al potere esecutivo. […]

La prassi delle relazioni tra il Ministro e gli organi giurisdizionali ha poi portato a meglio precisare quali siano le «informazioni» e gli «elementi di giudizio» da utilizzare ai fini della determinazione circa la concessione, o meno, della clemenza nei singoli casi. Tra tali elementi vanno ricompresi – oltre ovviamente quelli desumibili dalla sentenza di condanna, dai precedenti dell'interessato e dai procedimenti in corso a suo carico – anche le dichiarazioni delle parti lese o dei prossimi congiunti della vittima, circa il risarcimento del danno e la concessione del perdono, nonché, in relazione alla valutazione della personalità del soggetto, le informazioni inerenti alle condizioni familiari e a quelle economiche, alla condotta dell'interessato, richiedendosi, infine, per i detenuti anche l'estratto della cartella personale ed il c.d. rapporto di condotta.

La valutazione di suddetti elementi, ed in particolare dei pareri espressi dagli organi giurisdizionali, è effettuata in sede ministeriale. A conclusione della istruttoria il Ministro decide se formulare motivatamente la “proposta” di grazia al Presidente della Repubblica ovvero se adottare un provvedimento di archiviazione. […] Spetterà, poi, al Presidente della Repubblica valutare autonomamente la ricorrenza, sulla base dell'insieme degli elementi trasmessi dal Guardasigilli, di quelle ragioni essenzialmente umanitarie che giustificano l'esercizio del potere in esame. In caso di valutazione positiva del Capo dello Stato seguirà la controfirma del decreto di grazia da parte del Ministro, che provvederà a curare anche gli adempimenti esecutivi.

Quanto, segnatamente, alla controfirma, pur necessaria per il completamento della fattispecie, è da rilevare – in via generale – come essa assuma un diverso valore a seconda del tipo di atto di cui rappresenta il completamento o, più esattamente, un requisito di validità. È chiaro, infatti, che alla controfirma va attribuito carattere sostanziale quando l'atto sottoposto alla firma del Capo dello Stato sia di tipo governativo e, dunque, espressione delle potestà che sono proprie dell'Esecutivo, mentre ad essa deve essere riconosciuto valore soltanto formale quando l'atto sia espressione di poteri propri del Presidente della Repubblica, quali – ad esempio – quelli di inviare messaggi alle Camere, di nomina di senatori a vita o dei giudici costituzionali. A tali atti deve essere equiparato quello di concessione della grazia, che solo al Capo dello Stato è riconosciuto dall'art. 87 della Costituzione. […]

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 3 maggio 2006”
(sentenza n. 200, ndr)

Ma che ne sai, se non apprezzi Peppinotempo di lettura: 3 minuti Neanche per l’estate delle nozze – all’epoca lavoravamo...
12/07/2026

Ma che ne sai, se non apprezzi Peppino
tempo di lettura: 3 minuti

Neanche per l’estate delle nozze – all’epoca lavoravamo entrambi in prefettura – mia moglie ed io potemmo contare su un periodo certo di ferie e, dunque, sfruttammo qualche ora di congedo matrimoniale per allungarci ad Ischia.

Sotto il piacevole sole di un giorno qualunque di metà giugno, all’imbarcadero dei traghetti per le isole, Lea ed io ci ritrovammo seduti di fronte al caprese per antonomasia.

“Posso?”
“prego…”
“Peppino, io le sono molto affezionato, perché, da bambino, i miei genitori…”
“hanno infelicitato pure lei?”
“ahah, non dica così, in macchina ascoltavamo sempre le sue cassette… come canta lei Palomma ‘e notte…”
“grazie, molto gentile”
“no, ma Peppì, lei piace pure ai miei amici: siamo coetanei di E mò E mò, quella di Nina Ninetta… Sanremo ’83, con la scritta Totip dietro”
“era l’85”
“ah, era l’85?”
occhi semichiusi: “85”
“Scusi, Peppì”
Pensai di riparare con una frase intelligente, da consegnare alla storia dei dialoghi tra grandi uomini:
“sta tornando a Capri?”
“Sì”

Con Peppino di Capri l’Italia saluta per sempre un preciso modello di artista musicale.
Intrattenitore da fanciullo dei soldati americani in una Capri non ancora tamarra, una vita a suonare nei night, tante edizioni di Sanremo: voce e pianoforte, pianoforte e voce.
Nessuna pretesa di riempire gli stadi, nessuna arringa alle f***e, nessuna ambizione a guidare i suoi fan in grandi cause nazionali e internazionali.

La sua grande causa è stata la musica: l’unica che un musicista possa sposare con credibilità.
Ha cantato l’amore per lo più, accompagnando almeno due generazioni di innamorati.
Nessuna frase fuori posto, nessun messaggio politico a Sanremo prima e dopo l’esibizione, nessun indice puntato verso una via maestra etico-politica.

Oggi che De Gregori viene criticato perché si è permesso di dire che la questione israelo-palestinese è complessa e che rifiuta l’idea che un artista debba schierarsi a tutti i costi, oggi che Fiorella Mannoia ci spiega il referendum sulla giustizia, oggi che l’ultimo prodotto di Amici o X Factor, prima di esibirsi, sistematicamente lancia la propria enciclica al mondo sui diritti civili, uno come Peppino di Capri ci mancherà ancora di più.

Sempre in giacca e cravatta, qualche volta il papillon, sorriso rassicurante, voce morbida e mite come a dire “io sono qua, in un angolo del night: chi vuole sentirmi meglio, si avvicini”.

Il proprio mestiere, il proprio posto nel mondo, la fama che non coincide con l’idolatria.
Oggi che, a reti unificate, cuochi sgrammaticati e altezzosi ci spiegano cos’è il sacrificio, cos’è il successo, cos’è il buon gusto e qual è il senso ultimo della vita (in genere, da cercare nel piatto), mi manca particolarmente quell’isolano dal successo intercontinentale.
Perché Peppino internazionale lo era stato veramente, nel’65 coi Beatles, poi l’Europa, gli Stati Uniti, l’America Latina.

Ognuno ha le sue piccole perversioni: non so se la mia sia una forma di necrofilia, ma mi ha sempre incuriosito scoprire, all’inizio delle notizie biografiche, il luogo di nascita e il luogo di morte di un personaggio.
In genere, nel caso di chi lascia un segno nel mondo, non coincidono.
E questo mi fa sognare su tutta la strada fatta, sulla miriade di luoghi e incontri, sulla pienezza della vita vissuta.
Peppino di Capri (all’anagrafe Giuseppe Faiella) è nato e morto a Capri.
Ma, da Capri a Capri, in giacca e cravatta, col sorriso di un intrattenitore da night, con canzoni da disimpegno, ha fatto seriamente il suo mestiere, mantenendo il suo posto nel mondo: il messaggio etico più potente che una persona sotto i riflettori possa dare.

Ciao Peppì, l’omaggio più serio che posso farti stamattina è riascoltare uno dei tuoi pezzi più leggeri.
Il mestiere, la gavetta, il popolo di una notte che non ho mai conosciuto e che non tornerà raccontati insieme con Gigi – e che te lo dico a fare - Proietti e Stefano Palatresi: “ma che ne sai… (se non hai fatto il pianobar)”.
Ci mancherà quella leggerezza, ci manca già quella serietà.

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20900

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