08/05/2026
Hanno impiccato un altro ragazzo. Aveva 21 anni. All’alba. In silenzio. Nel nome di uno Stato che si definisce “Repubblica”. Ogni giorno si eseguono esecuzioni di ragazzi iraniani innocenti.
Si chiamava Sasan Azadvar. Era un atleta, un giovane, uno di quelli che dovrebbero avere davanti la vita, non una corda al collo. Lo hanno arrestato, torturato, costretto a confessare crimini mai commessi. Poi la scena finale: un cappio, uno sgabello, e il vuoto. Così muore oggi chi chiede libertà in Iran.
Non è giustizia. È terrore di Stato.
E non è un caso isolato. In Iran le esecuzioni sono usate come strumento di intimidazione sistematica: migliaia ogni anno, spesso dopo processi farsa e confessioni estorte con la tortura. Solo nel 2025 si è arrivati a numeri record, con oltre mille esecuzioni, e il 2026 continua sulla stessa scia (Human Rights Watch).
Ogni giorno, altri ragazzi vengono impiccati. Colpevoli solo di aver protestato. Di aver chiesto libertà. Di aver sognato un Paese normale, democratico, umano.
È una carneficina.
Sasan era “colpevole” di questo. Di aver alzato la testa. E per questo è stato eliminato.
E mentre accade tutto questo, il mondo guarda. L’Europa tace. Le cancellerie trattano, negoziano, fanno affari.
Sasan Azadvar e tanti come lui, non sono solo vittime del terrore di Stato. Sono il simbolo di un popolo schiacciato. Umiliato. Massacrato. Che invoca libertà.
Le loro morti pesano su tutti noi.