24/07/2020
A PROPOSITO DELLA CASERMA DI PIACENZA
Le cronache relative alla inchiesta giudiziaria che la Procura di Piacenza sta svolgendo intorno alle gravissime ipotesi di reato a carico di alcuni carabinieri della locale Arma, trasudano sgomento, sconcerto, indignazione. Le accuse, se dovessero risultare anche solo in parte confermate, svelano in effetti un quadro particolarmente allarmante, e se ne comprendono perfettamente le ragioni. Se condotte criminali si annidano nei luoghi istituzionali deputati ad indagarle, prevenirle e reprimerle, ciò che viene messo in discussione è il patto sociale, l’affidamento che la collettività ripone nel ruolo e nella funzione delle forze dell’ordine.
Ciò detto, è giusto ricordare che non è certo la prima volta che questo accade, e Ilaria Cucchi -per dirne una- ha tutte le ragioni per ribadirlo oggi a gran voce. Dunque sarebbe il caso di liberare la questione certamente da ingenerose generalizzazioni, ma anche da minimizzazioni retoriche. D’altronde, il problema di chi controlla i controllori è addirittura millenario (“quis custodiet custodes?”, si chiedeva Giovenale), ed è una questione cruciale per ogni società democratica. Possiamo anzi dire senz’altro che il controllo sulla correttezza dell’operato delle forze di Polizia sia direttamente proporzionale al tasso di civiltà ed alla qualità della vita democratica di un Paese.
Perciò consentirete all’avvocato penalista di cogliere questa occasione per sollecitare qualche utile riflessione circa le ricadute di questa complessa e delicata problematica sulle dinamiche del processo penale. Alle Forze dell’Ordine sono infatti demandate le funzioni di Polizia Giudiziaria, cioè di investigazione e raccolta degli elementi di prova che orienteranno il Pubblico Ministero nell’esercizio dell’azione penale a carico della persona indagata. Dunque la Polizia Giudiziaria sorveglia, pedina, intercetta, raccoglie fonti confidenziali che non è tenuta a disvelare, interroga sospettati o convoca ed escute testimoni asseverando, con i propri verbali sommari fidefacenti, ciò che accade in quei frangenti. Un potere immenso, decisivo, potenzialmente devastante per chi ne sia fatto oggetto. Chi controlla il corretto esercizio di questo potere?
Intanto, il Pubblico Ministero: sta a lui orientare, riscontrare, verificare che le indagini si svolgano nella legalità. A maggior ragione, poi, il Giudice delle Indagini Preliminari, il cui compito ordinamentale è proprio quello di operare il controllo giurisdizionale (di un giudice terzo ed equidistante da accusa e difesa, in teoria) sulle indagini preliminari, anche alla luce delle prime interlocuzioni con la difesa degli indagati.
Ma il vero, decisivo controllo sull’operato della Polizia Giudiziaria è la ricostruzione in pubblico contraddittorio delle prove che essa ha raccolto. È bene allora che si sappia e si comprenda che questa decisiva verifica è effettivamente garantita solo dal sistema processuale accusatorio, quello cioè introdotto nel nostro Paese nel 1988, consolidato dalla riforma dell’art. 111 della Costituzione nel 2000 (il “giusto processo”), e che da subito è entrato nel mirino di una larga parte della magistratura italiana, ed oggi dei progetti di controriforma in gestazione, oltre che di orientamenti giurisprudenziali che ne minano i principi fondativi. Condizione ineludibile di questo sistema virtuoso è infatti che il Giudice non sappia nulla delle indagini: i relativi verbali restano nel fascicolo del P.M., l’investigatore viene sentito in un’aula pubblica, così formandosi la prova sotto il fuoco di fila delle domande incrociate di accusa e difesa. Chi coltiva un’idea autoritaria del processo pretende invece che le prove raccolte dalla Polizia Giudiziaria siano assistite da una presunzione di verità e di attendibilità promanante dalla funzione di Pubblico Ufficiale dell’inquirente: perché allora non acquisire direttamente i verbali di indagine (sistema processuale inquisitorio), con spazio per qualche domandina di verifica, se proprio è necessario?
Un sistema processuale democratico diffida invece strutturalmente di una prova la cui legalità è asseverata, in perfetta solitudine, dalla stessa Polizia Giudiziaria che la raccoglie. Non c’entrano nulla la onorabilità di questo o di quel corpo di Polizia. È il potere di polizia in sé ad essere così spaventosamente pervasivo da imporne pregiudizialmente -sistemicamente, appunto- il più ficcante e compiuto controllo e dunque, al contrario della retorica imperante, una virtuosa diffidenza.
Ecco quali sono i valori in gioco, quando sentite parlare di processo accusatorio o inquisitorio, di presunti eccessi di garanzie difensive, di avvocati che fanno perder tempo nella pretesa che gli ufficiali di P.G. ripetano in aula le prove raccolte, senza avvalersi di quanto da essi scritto nei relativi verbali. L’idea che l’attendibilità della prova promani dalla natura di Pubblico Ufficiale di chi l’ha raccolta è una idea radicalmente autoritaria ed antidemocratica del processo, che allontana drammaticamente il giudice da una valutazione affidabile del fatto. L’auspicio è che le (ennesime) cronache di questi giorni aiutino a rendere chiari i valori e le regole in gioco. Piuttosto che vestirsi poi a lutto in quel di Piacenza, e di investirci di fiumi di retorica, si tenga dritta la barra sulla legalità costituzionale del giusto processo.