17/03/2026
Negli ultimi tempi, nel dibattito mediatico, mi capita sempre più spesso di sentire ripetere un’affermazione:
“Le sentenze dei giudici non si devono criticare.”
È un’espressione che merita, a mio avviso, di essere meglio contestualizzata.
In uno Stato di diritto, la possibilità di sottoporre a critica le decisioni giudiziarie non solo è legittima, ma rappresenta un elemento fisiologico del sistema.
È vero che questo principio si fonda sull’esigenza di tutelare l’indipendenza della magistratura: i giudici devono poter operare senza pressioni esterne, senza intimidazioni e senza forme di delegittimazione dell’ordine giudiziario nel suo complesso.
Tuttavia, tale esigenza non può tradursi in una sottrazione delle sentenze al confronto critico.
Le decisioni giudiziarie, in quanto espressione dell’attività interpretativa e argomentativa del giudice, sono per loro natura suscettibili di analisi e valutazione. Lo dimostrano, tra l’altro, l’esistenza dei mezzi di impugnazione e il ruolo fondamentale svolto dalla dottrina, dall’avvocatura e dal dibattito pubblico qualificato.
Il discrimine, dunque, non risiede nella possibilità di criticare, bensì nelle modalità con cui la critica viene formulata.
Essa perde legittimità quando:
• trascende nel piano personale, colpendo il giudice anziché la decisione
• si traduce in una delegittimazione generalizzata del sistema giudiziario
• assume i tratti della pressione o dell’intimidazione
Al contrario, una critica argomentata, rispettosa e fondata su solide basi giuridiche costituisce un contributo essenziale alla qualità del dibattito e, più in generale, al buon funzionamento della democrazia.
Condivido questa riflessione, perché credo sia importante riportare il confronto su un piano più consapevole e meno sloganistico, soprattutto quando si tratta di temi così centrali per il nostro ordinamento.
Forse il punto non è smettere di criticare le sentenze, ma farlo nel modo giusto: nel merito, con argomenti, non con slogan.