08/04/2026
Non è difesa. È esposizione mediatica di una tragedia giudiziaria e umana
“📌📌📌📌IMPORTANTE 📌📌📌📌
DIFESA di ALBERTO STASI
comunicato stampa:
‘A fronte delle recenti strumentalizzazioni ad opera di alcuni organi di stampa, si rende necessario precisare quanto segue. Il dott. Brindisi, personalmente e senza alcun altro protagonista, ha organizzato un evento che prevede un monologo giornalistico (dunque, non uno spettacolo teatrale) sulla vicenda del processo svoltosi a carico di Stasi. Tale evento si svolgerà in due date, a Napoli e a Milano. Ha chiesto agli avvocati di Stasi di presenziare a tale evento come ospiti tra il pubblico, a titolo totalmente gratuito e senza nemmeno rimborsi spese di viaggio. Dunque, nessuna partecipazione a “show teatrali” è prevista da parte degli avvocati di Stasi. Peraltro, l’avvocato Bocellari non presenzierà nemmeno come ospite in alcune delle due date suddette’”.
Bene. Il comunicato è agli atti. Ma il problema resta intatto.
Qui il punto non è la gratuità della presenza, né il fatto che si tratti di un “monologo giornalistico” anziché di uno “spettacolo teatrale”. Questa è una distinzione nominalistica, quasi notarile, che non incide sulla sostanza. Cambia l’etichetta. Non cambia il fatto.
E il fatto è molto semplice: trasformare una vicenda processuale segnata dall’uccisione di Chiara Poggi in un evento pubblico, con la presenza anche solo simbolica dei difensori dell’imputato, significa accettare che il processo esca dall’aula di giustizia per entrare nel circuito della rappresentazione mediatica.
Questo è il nodo. Ed è un nodo profondamente discutibile.
Un avvocato ha il diritto-dovere di difendere il proprio assistito con fermezza, intelligenza, rigore tecnico. Ma la difesa tecnica non coincide con la partecipazione, diretta o indiretta, alla messa in scena pubblica del caso. Quando il confine tra attività difensiva e presenza scenica si assottiglia, il rischio è evidente: non si tutela più soltanto un diritto di difesa, si contribuisce alla spettacolarizzazione di una tragedia giudiziaria e umana.
Dire che non vi sarebbe stata “partecipazione a show teatrali” non risolve nulla. Perché il problema non è il nome dell’evento. Il problema è l’effetto oggettivo dell’operazione. Se si richiama pubblico, attenzione, emozione, polarizzazione e consumo mediatico attorno a un omicidio che ha devastato una famiglia e segnato l’opinione pubblica per anni, si è già dentro una dinamica di spettacolarizzazione. Negarlo significa negare l’evidenza.
Ancora più debole, diciamolo chiaramente, è il tentativo di ridurre tutto a una precisazione difensiva: ospiti tra il pubblico, nessun compenso, nessun rimborso. Francamente, è un argomento poco convincente. La correttezza di una condotta professionale non si misura dal cachet. Non tutto ciò che è gratuito è anche opportuno. Non tutto ciò che è formalmente lecito è anche sobrio, prudente, rispettoso del dolore altrui e della dignità della funzione difensiva.
Qui non si tratta di censurare la difesa di Stasi. Nessuno mette in discussione il diritto di ogni imputato a essere difeso fino in fondo e con ogni mezzo lecito. Si tratta di dire, con chiarezza, che certi casi giudiziari non dovrebbero diventare occasioni di visibilità collaterale, di ambiguità pubblica, di contiguità scenica tra difesa tecnica ed evento mediatico costruito attorno al fascino morboso del processo.
La toga non è un accessorio di scena. L’avvocato non è un comprimario del racconto mediatico. E un omicidio non è materia da palcoscenico, nemmeno quando lo si chiama “monologo”.
Anzi, proprio il comunicato finisce per aggravare il disagio, non per scioglierlo. Perché mostra la preoccupazione di correggere la percezione pubblica, ma evita accuratamente il punto decisivo: era opportuno, o no, accostare anche solo per contiguità la difesa tecnica a un evento mediatico costruito intorno a quel delitto?
A mio giudizio, no.
E no in modo netto.
Il tentativo di cavarsela dicendo “non era teatro” ma “monologo giornalistico” è, più che persuasivo, imbarazzante. Perché sostituisce una questione di sostanza con una disputa lessicale. Sempre di esposizione pubblica costruita attorno a un omicidio si tratta. Sempre di attenzione mediatica convogliata su una vicenda che dovrebbe imporre misura, sobrietà e pudore si tratta. Sempre di un’operazione che lambisce, e forse supera, il confine della spettacolarizzazione del processo si tratta.
Basta allora con le ipocrisie nominalistiche. Non è il rimborso spese che fa la differenza. Non è la collocazione “tra il pubblico” che salva la forma. Non è l’assenza di un intervento sul palco che sterilizza il significato simbolico della presenza.
Il punto è che, in casi come questo, anche l’ambiguità è troppo. Anche la sola contiguità è troppo. Anche il solo prestarsi, fosse pure passivamente, a un evento costruito sul richiamo narrativo del delitto è troppo.
Perché Chiara Poggi non è un format. E la difesa non dovrebbe mai sfiorare il marketing giudiziario.
Chi esercita la difesa in processi così laceranti dovrebbe custodire non soltanto i diritti dell’assistito, ma anche il senso del limite. Perché il diritto di difesa è sacro. Ma proprio per questo non deve mai essere confuso con il circo mediatico.