20/10/2025
L’alba dell’innocente di Salvator Fiume e sul senso del processo penale
L’alba dell’innocente, dipinta da Salvator Fiume sul finire degli anni ’80, non è solo un’opera d’arte che abbellisce le austere pareti della II Corte d’Appello Penale di Milano — è un monito silenzioso ma potente. È pittura che si fa memoria civile e lezione giuridica.
In un’aula che fu del Tribunale Militare e che oggi accoglie il giudizio penale d’appello, campeggia la figura dell’imputato, posto con decisione al centro della composizione. Non il giudice, non l’avvocato, non il pubblico ministero. L’imputato. Spesso fragile, spesso colpevole, ma fino all’ultimo sempre persona. E persona titolare del diritto più fondamentale: quello di essere giudicata secondo giustizia, nel rispetto delle garanzie, nella dignità che ogni essere umano porta con sé — soprattutto quando è accusato.
Fiume, con gesto pittorico netto, riprende e interpreta plasticamente la rivoluzione culturale e giuridica introdotta dal nuovo Codice di Procedura Penale del 1988, che, ispirandosi al modello accusatorio, ribadiva il ruolo centrale dell’imputato. Non come destinatario passivo di un verdetto già scritto, ma come fulcro di un processo costruito attorno al principio del contraddittorio e dell’imparzialità.
Oggi, questo equilibrio sembra essersi incrinato. La figura dell’imputato è spesso soppiantata, nell'immaginario collettivo e mediatico, da quella della parte civile, che pure è soggetto eventuale e non protagonista del processo penale. Ancora più spesso, lo è dalle voci esterne — giudici e PM che animano talk show, che inseguono la narrazione del “successo” investigativo o giudiziario, quando non lo usano come leva per alimentare carriere pubbliche o personali.
In questo clima, L’alba dell’innocente assume il valore di una resistenza culturale. Una chiamata al dovere per chi opera nel processo penale: ricordare cosa siamo qui a fare. Non a costruire narrazioni, né a cercare eroi o capri espiatori, ma ad accertare la verità processuale nel rispetto delle regole, mettendo al centro l’essere umano chiamato a rispondere di un’accusa.
È una lezione semplice, eppure scomoda: nel processo penale, non ci sono protagonisti diversi da chi rischia la libertà. Tutti gli altri — giudici, avvocati, PM, cancellieri — sono lì perché c’è un imputato. E per garantire che il giudizio sia giusto, e non solo efficace.
Fiume ci ha lasciato, in silenzio, una lezione che molti, oggi, gridando, sembrano aver dimenticato.