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Approfondimenti necessari per difendere meglio in processi particolarmente delicati.
10/02/2025

Approfondimenti necessari per difendere meglio in processi particolarmente delicati.

La

11/10/2022

‼️NON CI SI CONFONDA SULLA FINALITA’ DELLE MISURE CAUTELARI

👉🏻Certi accadimenti non possono passare inosservati.
Anche, e forse proprio, se si ritiene che siano tanto assurdi da non poter entrare in alcun modo nella logica delle cose.

👉🏻Ci è capitato di leggere un provvedimento dell’Autorità Giudiziaria milanese, contenente una considerazione talmente stonata da sorprendere qualsiasi lettore.

👉🏻In una vicenda in cui si dibatteva su alcune autorizzazioni da concedere ad una persona sottoposta alla misura cautelare degli arresti domiciliari, l’Autorità Giudiziaria ha rigettato un’istanza dell’interessato, evidenziando il pericolo di vanificare “il contenuto afflittivo della misura”.
Il contenuto afflittivo della misura cautelare degli arresti domiciliari.

👉🏻La misura cautelare è una misura coercitiva con la quale un indagato viene privato della propria libertà, nonostante non sia stato ancora riconosciuto colpevole di alcun reato.
È un istituto di natura provvisoria, teso ad evitare che il trascorrere del tempo possa provocare un pericolo per l’accertamento del reato, per l’esecuzione di una ipotetica futura sentenza ovvero possa determinare l’aggravamento delle conseguenze del reato ipotizzato dalla pubblica accusa o l’agevolazione di altri reati.

👉🏻Le misure cautelari, pertanto, non hanno la funzione di anticipazione dell’esecuzione della pena, poiché il nostro ordinamento si fonda, anche per chi ritiene di non darci troppo caso, sulla presunzione di non colpevolezza prevista nella Costituzione.
La custodia cautelare (che non merita di essere chiamata carcerazione preventiva, locuzione magari capace di portare con sé qualche fraintendimento) non deve quindi avere alcuna natura afflittiva: non serve per creare afflizioni, ma solo per evitare pericoli (peraltro tramite l’adozione del minor livello di afflizione possibile).
Fa un effetto strano, in verità, dover ribadire concetti che credevamo essere così ovvi, quantomeno tra addetti ai lavori.

👉🏻Le parole che abbiamo letto in quel provvedimento, invece, ci terrorizzano per quanto sono stonate e fuori luogo.
Sarà stata la penna che è andata oltre il pensiero di chi ha redatto l’ordinanza? Può darsi. Vogliamo anche convincerci che sia così, perché altrimenti vi sarebbe un approccio al tema delle misure cautelari culturalmente del tutto inadeguato.
Dobbiamo, tuttavia, essere certi che il nostro pensiero sia da tutti condiviso, ragione per cui abbiamo deciso di scrivere questo semplice documento, che trasmetteremo ai vertici degli uffici dell’Autorità Giudiziaria milanese.

👉🏻Perché all’interno della nostra casa, il palazzo di giustizia di Milano, dobbiamo essere tutti convinti che le misure cautelari non devono avere natura afflittiva.
Perché ce lo dice la Costituzione, che peraltro, va ricordato, nemmeno menziona la funzione afflittiva delle pene, ovvero di quelle statuizioni che arrivano solo dopo che sia completato l’iter dell’accertamento giudiziale e si sia giunti ad una sentenza definitiva di condanna.

Milano, 10 ottobre 2022

Il Consiglio Direttivo

https://www.camerapenalemilano.it/it/1846/news/non_ci_si_confonda_sulla_finalita__delle_misure_cautelari.html

07/07/2022

La Corte d’Appello di Torino ribalta la condanna per violenza sessuale del primo grado: «La cerniera dei pantaloni rotta per l’esaltazione del momento». Ma sulla base delle parole della ragazza («Gli dissi chiaramente ‘Non voglio’») la Procura ha deciso di ricorrere in Cassazione

21/02/2022

LA VERA EREDITÀ DI TANGENTOPOLI

Il dibattito su Tangentopoli, in occasione del suo trentennale, è ovviamente inquinato dalle consuete logiche di contrapposizione tra opposte tifoserie politiche. Troppo profonde sono state le cicatrici che quello tsunami ha lasciato impresse nella storia politica del nostro Paese, per pensare di poterne parlare con un minimo di equilibrio e di onestà intellettuale. La strada più comunemente liquidatoria è quella di schiacciare la riflessione sul tema della corruzione politica, come se i critici di quella indagine dovessero automaticamente iscriversi tra i paladini della corruzione politica, o di quella classe dirigente più in generale.
Ovviamente, nessuno di noi critici di quella storia giudiziaria pensa di negare che vi fosse una diffusa corruzione nella vita pubblica, in gran parte innescata dal complesso fenomeno del finanziamento della politica; né tanto meno pretende di sostenere che questa meritasse l’impunità.
Il tema è tutt’altro, ed è innanzitutto il tema delle regole che una inchiesta giudiziaria dovrebbe sempre e comunque rispettare. Per esempio, l’idea di iscrivere tutte le notizie di reato per i più svariati reati contro la Pubblica Amministrazione mano a mano emergenti in un solo, gigantesco fascicolo di indagine, con quell’unico numero di registro, e soprattutto con un solo Giudice delle Indagini preliminari, fu una scelta totalmente estranea alle regole. Nessuno ha mai fatto questo prima, nessuno ha mai fatto questo dopo, né a Milano né in qualunque altra Procura d’Italia. Dunque è lecito denunciare quella clamorosa violazione delle regole, e soprattutto è legittimo interrogarsi sulle ragioni di un fatto così clamoroso ed anomalo. Perché si volle quell’unico GIP, visto che è quel Giudice che decide se accogliere o meno le richieste di arresto o di sequestro o di intercettazione formulate dagli inquirenti, ed è suo il compito di controllare la legittimità delle indagini?
E che dire dell’uso della qualificazione giuridica del fatto per ottenere confessioni o dichiarazioni accusatorie? L’imprenditore che è sospettato di aver dato denaro al politico, sa che se nega il fatto sarà considerato corruttore, e come tale andrà a San Vittore; se accusa si salva, perché il premio sarà di considerarlo vittima di una concussione del politico. Ed anche qui, siamo fuori da ogni regola di uno stato di diritto, perché la qualificazione giuridica del fatto non è, ovviamente, uno strumento di polizia.
E mentre l’indagine montava con questa idea e questa pratica delle regole procedimentali, ci si rese progressivamente conto che essa si stava trasformando in qualcosa di assolutamente inedito. Una Procura della Repubblica aveva tra le mani le sorti della vita politica ed istituzionale del Paese. Ciò accadde grazie alla formidabile sinergia sapientemente creatasi con gli organi di informazione. Per i quali i quotidiani arresti di politici, imprenditori, pubblici amministratori, costituivano materiale di prima scelta per appassionare legioni di lettori o telespettatori. È esattamente questa l’inchiesta giudiziaria che sposta clamorosamente l’attenzione mediatica e della pubblica opinione dal processo alla indagine, dalla sentenza alla incriminazione. È l’anticipazione della potestà di giudizio, agli occhi della pubblica opinione e della società civile, dal Giudice al Pubblico Ministero. Che decide così, in una inchiesta-monstre sulla politica italiana, la vita e la morte non più di alcuni dirigenti, ma di intere storie di leaders e di partiti politici, modificando equilibri e determinando cruciali scelte istituzionali.
Non si torna più indietro da un potere così immenso, così totale, così incontrollabile; è stata questa la vera eredità tossica di Tangentopoli. È da allora che le Procure sono diventate il soggetto regolatore della vita politica ed economica del Paese. È da allora che la gente si è abituata a pensare che un arresto equivale ad una condanna. È da allora che la cronaca giudiziaria ha perso ogni interesse per il processo, cioè per il luogo deputato a verificare la fondatezza dell’accusa. È da allora che un politico raggiunto da un’accusa deve concludere la sua carriera politica, a prescindere da ogni successiva verifica di fondatezza. È da allora che è definitivamente saltato ogni equilibrio tra i poteri dello Stato, tutto a favore nemmeno del potere giudiziario, ma di una parte di esso, cioè del potere dei Pubblici Ministeri. È da allora che la rappresentanza politica ed associativa della Magistratura è in mano ai Pubblici Ministeri, pur essendo costoro nemmeno il 20% dei 9000 magistrati italiani. È da allora che una Procura della Repubblica vale dieci ministeri, e dunque diventa oggetto non di assegnazione di merito ma di conquista politica da parte di questa o quella fazione della magistratura italiana. Con ciò che ne è conseguito, e che è oggi testimoniato dalla clamorosa crisi di credibilità ed autorevolezza della stessa magistratura italiana.
Questa è stata Tangentopoli, questo è il disastro che ci ha lasciato in eredità. Ovviamente senza che il problema della corruzione politica si sia, da allora, modificato di una virgola. Auguri.

11/02/2022

«LA TESI DEL PM È GIÀ UNA SENTENZA.
L’AVVOCATO È VISTO COME UN INTRALCIO».

Una mia intervista per Il Riformista. Oggi a Catanzaro si apre l’inaugurazione dell’anno giudiziario dei penalisti italiani.

Il futuro è adesso.
31/08/2021

Il futuro è adesso.

RIFORMA PENALE CARTABIA. II FOCUS. DIGITALIZZAZIONE Nel processo penale la digitalizzazione degli atti diventa regola e non più ...

28/08/2021

LA RIFORMA CARTABIA DEL PROCESSO PENALE. Primo ...

25/08/2021

LA RIFORMA CARTABIA DEL PROCESSO PENALE.  Primo focus. Cogliere ...

Il punto della situazione.
30/07/2021

Il punto della situazione.

L’ANOMALIA DEMOCRATICA DI UNA MAGISTRATURA CHE PRETENDE DI SCRIVERE LE LEGGI

Non facciamoci distrarre dal penoso teatrino politico andato in scena in questi ultimi giorni a proposito di “riforma della giustizia penale”. Disinteressiamoci delle bandierine pateticamente piazzate da tutti in ogni dove, e di improbabili leader che pretenderebbero di costruire su simili cialtronerie nientedimeno che la propria nuova avventura politica (auguri!). Salutiamo con la dovuta soddisfazione la fine dell’era Bonafede e del suo fanatico culto dell’“imputato a vita” come cifra -pensa te- di una giustizia finalmente equa e “uguale per tutti” (?!). Investiamo tutte le nostre incerte speranze sul fatto che i soldi arrivino davvero, e che possano finalmente essere spesi per rinnovare profondamente le strutture collassate della amministrazione della giustizia penale, vera e principale causa della irragionevole durata dei processi in Italia.
Concentriamoci invece su ciò che davvero questa vicenda, sedimentatasi in particolare intorno al tema della prescrizione, ci ha ancora una volta drammaticamente confermato. Si faccia finalmente uno sforzo coraggioso (il fondo di Paolo Mieli sul Corsera lascia baluginare qualche scampolo di speranza) da parte dei media e di qualche leader politico meno conformista e giudiziariamente non intimidito, per lanciare seriamente una profonda riflessione sulla vera emergenza democratica di questo Paese. Vale a dire l’anomalo, indebito, incostituzionale potere di interdizione e condizionamento che la Magistratura italiana esercita nei confronti del Parlamento e del Governo in materia di legislazione penale.
La umiliante condizione nella quale versa la nostra malferma democrazia è chiarissima: se alla Magistratura non piace una legge in materia penale ed in materia di ordinamento giudiziario, quella legge non si fa. O altrimenti- se il Governo, come in questa ultima vicenda, oppone una seppur ossequiosa resistenza, va riscritta quanto più possibile nei sensi brutalmente indicati dalle bocche di fuoco mediatiche che puntualmente, e con accorta strategia, fanno partire l’immancabile cannoneggiamento.
Non raccontiamoci la storiella della libera manifestazione di pensiero che la magistratura rivendica. Se un magistrato di Procura ai vertici dell’Antimafia si permette di dire, per di più contro ogni logica ed ogni effettiva realtà giudiziaria, ma con la forza micidiale che gli deriva dallo scranno, che una legge in gestazione tra Governo della Repubblica e Parlamento sovrani “mette in pericolo la sicurezza nazionale”, e quell’altro Procuratore simbolo, nello stesso giorno, che “migliaia” di mafiosi rimarranno impuniti, siamo semplicemente in presenza di un protervo tentativo di indebito condizionamento del potere legislativo e di quello esecutivo da parte di un potere -quello giudiziario- il cui compito costituzionale è di applicare la legge, ossequiandola fedelmente, non di scriverla. D’altro canto, pretendere -per capirci- che il Capo dello Stato non rilasci interviste sul merito di una legge mentre essa è in discussione in Parlamento, non ha nulla a che fare con la limitazione della libertà di manifestazione del pensiero del Capo dello Stato, ma ha molto a che fare con la intangibilità degli equilibri costituzionali. Se poi si aggiungono al cannoneggiamento mediatico di cui sopra i pareri del CSM e -sopra ogni altra cosa- il lavoro quotidiano, tecnicamente dettagliato e perciò sostanzialmente incontrollabile, della legione di magistrati militarmente distaccati presso il Ministero di Giustizia, il quadro è completo e chiarissimo, per chi non voglia foderarsi gli occhi di prosciutto. Chi nutrisse ancora qualche dubbio sulla sistematica progettazione, attraverso quei distacchi, del condizionamento del Ministro di Giustizia di turno, legga la documentata testimonianza di Luca Palamara. Siamo l’unico Paese al mondo nel quale accade una vergogna del genere. Unico in tutto il mondo, non so se sono stato chiaro.
Dunque, possiamo finalmente sperare, quando avremo finito di ascoltare minacciose assurdità sui processi in fumo di mafia e di droga (cioè, come è a tutti noto, gli unici processi che in Italia si celebrano da sempre in tempi imparagonabilmente inferiori alla media di tutti gli altri, perchè nella quasi totalità con imputati detenuti e dunque entro i termini di scadenza della custodia cautelare), che qualcuno ci ascolti? Occorre porre fine a questa inconcepibile anomalia democratica, che da decenni condiziona, in tema di giustizia penale e di ordinamento giudiziario, la sovranità della politica democraticamente eletta ad opera di una burocrazia intoccabile, mai responsabile dei propri atti, e come se non bastasse addirittura distaccata ad occupare fisicamente, tecnicamente e politicamente il potere esecutivo lì a via Arenula, al Ministero di Giustizia.
Avanti, dunque, con la separazione delle carriere (quella vera, perché della separazione delle funzioni, già pressocché in atto nella realtà, non ce ne facciamo nulla), e con il divieto di distacco dei magistrati presso il potere esecutivo: questa è la strada maestra dell’unica, vera, indispensabile riforma liberale della giustizia penale, in grado di restituire al Paese gli equilibri costituzionali e democratici tra poteri dello Stato, da troppo tempo perduti.

Il punto della su
11/07/2021

Il punto della su

PRESCRIZIONE, LA PATETICA OSSESSIONE DEL GIUSTIZIALISMO NOSTRANO

Oggi il forcaiolismo nostrano è listato a lutto. La riforma (sia detto senza offesa) della prescrizione firmata 5 stelle è deceduta. Piangono, i poveretti, la dipartita di una grande conquista di incompresa civiltà. Quella per la quale se uno Stato, per propria incapacità strutturale, non sa impiegare meno di una decina di anni per stabile se sei innocente o colpevole, beh chissenefrega. Devi rimanere prigioniero del tuo processo fino a quando ci aggrada. Stai lì e aspetta, quando stiamo comodi te lo diremo, se la tua presunzione di innocenza (che p***e con ‘sta storia, suvvia!) debba trovare conferma o smentita. Nel frattempo, la tua vita è maciullata, divorata dal pubblico discredito. Sei un presunto colpevole d’altronde, la prossima volta imparerai a non metterti in condizione di essere sospettato.
Sarei curioso di sapere cosa ne pensano gli alfieri di questa roba -i Caselli, i Davigo, i Travaglio e travaglini vari, nonché i sommi giuristi di comesichiama Appula- della recentissima sentenza della Corte Costituzionale, che in tema di prescrizione ha appena finito di ribadire i seguenti principi: >. Ed ancora, che il rispetto del principio di legalità esige >.
Sapete cosa significa questo, illustri signori? Che la vostra conquista di civiltà è, molto semplicemente, un obbrobrio fuori dalla Costituzione. Firmato: Corte costituzionale. Senonché il Paese è così malridotto, che da due mesi stiamo impazzendo per capire come non irritare gli artefici e i corifei di una simile porcheria. Invece di -come si diceva un tempo- mandarli a ripetizione di diritto costituzionale, tocca rispettarne “l’identità politica”, che si risolve ormai solo in quella robetta incostituzionale lì. E poiché questo non è più oltre possibile e tollerabile, è toccato dargli il contentino forcaiolo buono per tutte le stagioni. Inseriamo qualche reato “identitario” nel famoso catalogo (mafia, terrorismo, violenza sessuale eccetera) per i quali il giudice, a determinate condizioni, potrà prorogare di un annetto il nuovo termine di prescrizione processuale (due anni per l’appello, un anno per la cassazione). Quindi dentro corruzione, concussione, peculato. Per questi eroi del nostro tempo, la cosa riveste evidentemente una funzione analgesica, balsamica. Almeno questo! hanno frignato. Ed il Governo li ha dovuti accontentare, a quanto pare contro la volontà degli altri partners di maggioranza, ma quando devi quadrare un cerchio può accadere anche questo. Quindi ora un processo -per dire- a carico di un vigile urbano che ha preteso mille euro dal barista per chiudere un occhio sui tavolini messi fuori senza licenza, può finalmente durare un po' di più del processo al bancarottiere miliardario che ha depredato migliaia di risparmiatori. Sono soddisfazioni, diciamoci la verità. È confortante sapere che ci sono costoro – i Di Battista, i Crimi, quell’altra dello scatarro (mi sfugge il nome), gli Scanzi e i Barbacetto eccetera- a vegliare su ciò che resta della pubblica moralità. Certo, hanno dovuto arrendersi alla Corte costituzionale, ma almeno qui hanno tenuto il punto caspita.
Questo, amici miei, è il Paese nel quale, al momento, ci tocca vivere. Quale “riforma della giustizia” potevamo e possiamo seriamente attenderci da queste macerie del diritto, della ragione, e anche del senso del ridicolo? E infatti il prodotto di una simile “mission impossible” è una cosa mezza sì e mezza no, costellata da qualche buona idea, da tante altre abortite a svuotate, e da altre ancora contro le quali occorrerà che il Parlamento si impegni molto seriamente.
Oggi possiamo dire questo: la obbrobriosa riforma Bonafede della prescrizione è alle sp***e; il tentativo di stravolgere il processo di appello è stato in larga parte sventato; qualche altra buona idea, di schietta ispirazione costituzionale, è stata incartata dal Governo in una legge delega che, non dimentichiamolo, era da brividi.
È la riforma del processo che vorremmo, e che scriveremmo noi? Nemmeno lontanamente, ed il nostro impegno per migliorarla ora dovrà moltiplicarsi. Ma, questo essendo il Paese che abbiamo democraticamente scelto di darci, almeno salutiamo come merita la fine di una stagione che non avremmo mai voluto vivere, e che ora comincia davvero a scivolarci dietro le sp***e.

Difendere sempre. La verità non è mai una sola.
30/06/2021

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I minori e l’esecuzione penale
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