Avv. Mauro Sandri

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04/06/2026

Uno dei punti meno discussi del periodo pandemico riguarda la produzione dei dati diagnostici.

Per mesi, i numeri dei , dei positivi e dei focolai sono stati presentati come dati pubblici, oggettivi, incontestabili. Ma una domanda resta centrale: chi li produceva davvero? E soprattutto: chi li controllava?

Secondo questa ricostruzione, gran parte della diagnostica sarebbe stata affidata a laboratori privati o comunque operanti in un regime privatistico, senza un controllo pubblico effettivo sulla veridicità degli esiti.

E questo apre un problema enorme.

Perché se lo Stato fonda restrizioni, obblighi, zone rosse, sospensioni e decisioni politiche su dati prodotti da soggetti privati, quei dati devono essere verificati con il massimo rigore.

Ancora più delicato è il tema del possibile conflitto di interessi: più vengono effettuati, più positività vengono rilevate, più cresce la domanda di ulteriori esami. Un meccanismo che, se non controllato, può trasformare la diagnostica in un circuito economico autoalimentato.

Il punto non è tecnico. È democratico.

Una popolazione può accettare misure eccezionali solo se i dati alla base di quelle misure sono trasparenti, verificabili e realmente controllati da autorità pubbliche indipendenti.

Ed è proprio qui che la vicenda della merita ancora un accertamento serio.

02/06/2026

Uno dei nodi più delicati del periodo pandemico riguarda l’origine stessa dei dati ufficiali.

Bollettini, numeri, curve, contagi, focolai, emergenze: per mesi l’intera vita del Paese è stata regolata sulla base di informazioni medico-scientifiche e statistiche diffuse quotidianamente dalle istituzioni.

Ma una domanda resta centrale: quei dati erano davvero fondati su strumenti diagnostici pienamente verificati?

Secondo questa ricostruzione, il problema nasce dai . Se i dispositivi utilizzati per rilevare i casi non erano stati controllati in modo adeguato per efficienza e affidabilità, allora tutto il sistema di conteggio diventa fragile.

Perché non si tratta di un dettaglio tecnico.

Da quei tamponi sono derivati numeri, classificazioni, allarmi, provvedimenti, , zone rosse, , e decisioni che hanno inciso sulla vita di milioni di persone.

E se il presupposto diagnostico non era solido, allora anche la rappresentazione dell’emergenza deve essere rimessa in discussione.

Il tema non è solo sanitario. È giuridico, politico e istituzionale.

Perché quando lo fonda misure eccezionali su dati non verificati fino in fondo, la domanda diventa inevitabile: chi risponde delle conseguenze?

La verità, forse, passa proprio da qui: dai numeri, dagli strumenti usati per produrli e dai controlli che avrebbero dovuto precederli.

La prescrizione non è la fine. Può essere l’inizio.L’archiviazione dell’istruttoria sull’eccesso di decessi in   nel mar...
29/05/2026

La prescrizione non è la fine. Può essere l’inizio.

L’archiviazione dell’istruttoria sull’eccesso di decessi in nel marzo 2020 viene raccontata come una sconfitta definitiva per le famiglie delle .

Ma forse il punto è proprio un altro.

Se quella strada giudiziaria si chiude, si apre finalmente la possibilità di guardare altrove: non solo alla narrazione ufficiale di quei , ma alle modalità con cui vennero costruiti i primi casi, i primi focolai, i primi allarmi, le prime attribuzioni causali.

Il tema non è arrendersi alla prescrizione.
Il tema è capire se la verità sia stata cercata nel posto giusto.

Le famiglie delle vittime hanno diritto a risposte reali. Hanno diritto a sapere se la morte dei loro cari sia stata davvero ricostruita correttamente, se i dati siano stati interpretati in modo fedele, se le responsabilità siano state cercate fino in fondo.

La prescrizione può chiudere una porta, ma non cancella il diritto alla verità e al risarcimento dei danni subiti.

Anzi: proprio ora diventa ancora più necessario spostare l’attenzione sui fatti, sugli atti giudiziari, sulle responsabilità non prescritte e su tutto ciò che per troppo tempo è rimasto fuori dal dibattito pubblico.

Perché questa pagina non è chiusa.
Sta appena iniziando a essere letta davvero.

28/05/2026

Durante la , il ruolo dell’informazione è stato enorme.

Televisioni, giornali, prime pagine, talk show, bollettini quotidiani e campagne istituzionali hanno costruito un clima costante di allarme, e pressione sociale.

Il punto non è negare che ci fosse una situazione complessa. Il punto è chiedersi se il racconto pubblico sia stato davvero libero, pluralista e proporzionato.

Perché quando le fonti di informazione ricevono finanziamenti pubblici, mentre contemporaneamente raccontano l’emergenza in una sola direzione, la domanda diventa inevitabile: siamo davanti a informazione o a costruzione del consenso?

Molte persone hanno creduto in buona fede a ciò che veniva ripetuto ogni giorno. E questo è comprensibile. Se per mesi il messaggio dominante è paura, rischio, colpa e obbedienza, la capacità di valutare i fatti con lucidità viene inevitabilmente condizionata.

È proprio qui che il diventa più pericoloso: non quando impone soltanto dall’esterno, ma quando riesce a entrare nella percezione stessa della realtà.

Una sana ha bisogno di cittadini informati, non terrorizzati.

E ha bisogno di media capaci di fare domande, non solo di amplificare la narrazione del potere.

26/05/2026

Durante il periodo pandemico, milioni di cittadini sono stati esposti ogni giorno a un flusso continuo di numeri, bollettini, titoli, allarmi, conferenze stampa e trasmissioni televisive.

Il punto non è negare che ci fosse una situazione complessa. Il punto è chiedersi come quella situazione sia stata raccontata.

Perché quando la comunicazione pubblica diventa costante, martellante, emotivamente carica e quasi sempre orientata nella stessa direzione, non informa soltanto: costruisce una percezione della realtà.

E se quella percezione viene costruita attraverso la , allora anche il consenso rischia di non essere più davvero libero.

Molte persone, in quegli anni, non hanno scelto dentro un clima di serenità, confronto e pluralismo. Hanno scelto dentro un clima di , colpa, allarme continuo e isolamento sociale.

È qui che si apre la domanda più scomoda: quanto di ciò che abbiamo accettato era frutto di valutazione consapevole e quanto, invece, di una narrazione costruita per indirizzare il comportamento collettivo?

La comunicazione istituzionale e mediatica, in una democrazia, dovrebbe aiutare i cittadini a comprendere.

Non a terrorizzarli.

Perché quando la paura diventa metodo di , la diventa solo apparente.

23/05/2026

La discussione giuridica sul periodo pandemico non può considerarsi chiusa.

Il punto sollevato è molto preciso: se alcune decisioni della si sono fondate su dati di fatto non corretti, incompleti o contestabili, allora anche i principi di diritto costruiti su quei dati devono essere rimessi in discussione.

Perché il non vive nel vuoto.

Una sentenza può affermare principi generali, ma quando quei principi dipendono da una certa ricostruzione della realtà, quella ricostruzione deve essere verificabile.

È qui che si apre il nodo più delicato: i dati usati per giustificare obblighi, restrizioni e compressioni dei diritti erano davvero solidi? Erano completi? Erano rappresentativi della realtà?

Secondo questa tesi, la questione dovrebbe tornare davanti ai giudici proprio per chiarire il fondamento fattuale delle decisioni assunte.

Non si tratta solo di riaprire il . Si tratta di capire se, in futuro, un’ potrà ancora diventare il terreno su cui limitare diritti fondamentali sulla base di dati non sufficientemente verificati.

La battaglia giudiziaria, quindi, resta aperta.

E il punto decisivo potrebbe essere proprio questo: prima ancora dei principi, bisogna tornare ai fatti.

20/05/2026

Uno degli aspetti meno discussi del periodo riguarda la capacità reale del sistema sanitario italiano.

Nel racconto pubblico, il riempimento delle terapie intensive è stato presentato come la prova immediata dell’ . Ma una domanda resta aperta: quanto di quel collasso dipendeva dal e quanto da un sistema già ridotto all’osso?

Se un Paese ha pochi posti disponibili per tutte le , non solo per il Covid, basta una pressione relativamente limitata per mandare in crisi l’intero sistema.

E allora il tema diventa politico prima ancora che sanitario.

Perché se negli anni si riduce la capacità ospedaliera, poi si usa quella stessa fragilità come giustificazione per limitare libertà, lavoro, socialità e movimento, il problema non può essere liquidato come semplice “necessità emergenziale”.

Ancora più delicata è la questione delle soglie: se basta una percentuale molto bassa di occupazione delle terapie intensive per introdurre restrizioni pesantissime, allora bisogna chiedersi chi stabilisce quei parametri, su quali basi e con quali responsabilità.

Il punto non è negare la difficoltà di quei mesi.

Il punto è capire se una crisi sanitaria sia stata anche il risultato di scelte politiche precedenti, mai davvero messe sotto accusa.

18/05/2026

Uno dei nodi più delicati delle decisioni sul periodo riguarda il rapporto tra competenza giuridica e competenza tecnico-scientifica.

Una Corte può certamente decidere sui principi di . Ma quando quei principi si fondano su dati , epidemiologici e scientifici, la domanda diventa inevitabile: può farlo senza un adeguato supporto tecnico?

Il punto sollevato è proprio questo.

Se in una sentenza viene confuso il virus con la malattia, cioè con Covid-19, non siamo davanti a una semplice imprecisione linguistica. Siamo davanti a un errore che riguarda il presupposto stesso del ragionamento.

Perché una cosa è la causa, un’altra è l’effetto.

E se il ragionamento giuridico nasce da una comprensione errata dei fatti, allora anche le conclusioni rischiano di essere compromesse.

Per questo la richiesta di una consulenza tecnica assumeva un valore centrale: non per delegittimare la Corte, ma per evitare che una materia complessa venisse decisa senza gli strumenti necessari.

Il tema resta enorme: quando il diritto entra in territori scientifici, deve avere l’umiltà di ascoltare chi possiede le competenze per interpretarli.

Altrimenti il rischio è che l’errore tecnico diventi principio giuridico.

12/05/2026

Uno dei punti più delicati delle decisioni sul periodo riguarda il rapporto tra diritto e fatti.

La Corte costituzionale è una corte del diritto: stabilisce principi, valuta la compatibilità delle norme con la Costituzione, interpreta il quadro giuridico.

Ma quando una decisione giuridica si fonda su presupposti di fatto, quei presupposti devono essere corretti.

Ed è qui che nasce il nodo.

Se si sostiene che un sacrificio individuale, anche gravissimo, possa essere considerato tollerabile in nome della solidarietà sociale, bisogna prima dimostrare che quel sacrificio servisse davvero a proteggere la comunità.

Nel caso dei vaccini Covid, la questione centrale diventa questa: erano strumenti destinati a impedire il o a prevenire la grave?

Perché se il presupposto fattuale viene confuso, anche il ragionamento giuridico rischia di vacillare.

A questo si aggiunge un tema ancora più serio: la gestione dei dati pandemici, la loro attendibilità e l’eventuale costruzione di una rappresentazione alterata dell’emergenza.

Sono questioni enormi, che non possono essere liquidate come dettagli tecnici.

Perché da quei dati, da quelle premesse e da quelle decisioni sono dipesi diritti, lavoro, libertà personali e dignità di milioni di cittadini.

E proprio per questo la discussione non può considerarsi chiusa.

09/05/2026

La vicenda non può essere archiviata come se tutto fosse stato chiarito.

Restano aperte troppe domande: sulle decisioni politiche, sulle limitazioni dei , sulle sospensioni dei lavoratori, sulle conseguenze subite da chi non ha accettato determinati obblighi e sul ruolo della in quegli anni.

Il punto più delicato riguarda proprio questo: quando la rinuncia a esaminare fino in fondo ciò che è accaduto, il rischio è che il diritto venga piegato alla necessità politica del momento.

Le sentenze non dovrebbero servire a proteggere una narrazione. Dovrebbero verificare i fatti, correggere gli errori, aprire spazi di responsabilità.

Oggi, anche grazie ai lavori della Commissione Covid, stanno emergendo elementi che meritano attenzione. E proprio per questo non bisogna fermarsi.

La pressione giudiziaria deve continuare: in sede civile, amministrativa e penale.

Non per spirito di vendetta, ma perché una democrazia ha bisogno di verità, controllo e responsabilità.

Soprattutto quando sono stati compressi diritti fondamentali.

La domanda resta: la giustizia avrà il coraggio di guardare davvero dentro questa pagina della nostra storia recente?

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