01/10/2025
Un'ottima notizia, così magari ci diamo una svegliata:
Strasburgo condanna l’Italia per la minimizzazione stereotipata dei maltrattamenti subiti da una donna, vittima di violenza domestica
per nove mesi dopo la separazione dal suo partner.
La Corte EDU ha ritenuto, all’unanimità, che le autorità italiane non avessero adempiuto al loro dovere di effettuare una valutazione immediata e proattiva del rischio che l'ex partner della ricorrente la sottoponesse a ulteriori violenze (CEDU, Sez. I, sentenza 23 settembre 2025, n. 6045/24).
In particolare, la richiesta di ordine di protezione presentata dalla ricorrente era stata respinta senza che fosse stata effettuata alcuna valutazione del rischio e il tribunale civile aveva fissato la data dell'udienza nove mesi dopo la presentazione del ricorso d'urgenza.
Vi era stato inoltre un ritardo di due mesi prima che la sua denuncia penale fosse registrata.
La CEDU ha inoltre ritenuto che, dato il modo in cui le autorità italiane avevano gestito le prove a loro disposizione – che dimostravano che la ricorrente era vittima di abusi coniugali –, non avessero preso in considerazione la questione specifica della violenza domestica durante l'indagine penale. Erano pertanto venute meno al loro obbligo di fornire una risposta proporzionata alla gravità delle accuse della ricorrente. I tribunali nazionali non avevano compiuto alcun serio tentativo di ottenere una visione completa della situazione della ricorrente, nonostante ciò fosse un requisito in questo tipo di procedimento
Il caso: l'ex "compagno", aveva costretto la donna a rimanere sveglia di notte illuminandola con una luce, l'aveva denigrata e abusata psicologicamente, le aveva impedito di entrare in alcune parti della casa, aveva spostato costantemente le sue cose e aveva minacciato di gettare i suoi averi in strada e rapire il figlio. L'aveva inoltre sottoposta ad abusi psicologici e fisici, documentati da referti medici. Aveva di poi avuto accesso illegalmente ai suoi account di messaggistica personale e di lavoro, aveva letto le sue conversazioni con i suoi avvocati ed aveva installato telecamere in casa per monitorare i suoi movimenti. Come se non bastasse, l'aveva afferrata violentemente per i capelli e le aveva messo le mani la collo, cagionando lesioni anch'esse oggetto di referto medico.
Ciò nonostante, il procedimento penale si concluse con l'assoluzione del soggetto: il tribunale italiano qualificò i suoi atti come espressione di cattiveria, più precisamente dispetti, motivati principalmente dal risentimento per la fine del suo rapporto.
Viva la Corte Europea per i diritti dell'Uomo. Spero continuino a darci altre sonore stangate. Per il bene delle donne.