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07/04/2026
2008,  LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE DI FRANCESCO COSSIGA: UNA RIFORMA LASCIATA CADEREil 24 settembre 2008 il senatore F...
21/12/2025

2008, LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE DI FRANCESCO COSSIGA: UNA RIFORMA LASCIATA CADERE

il 24 settembre 2008 il senatore Francesco Cossiga presentà il disegno di legge costituzionale n. 1030 al Senato della Repubblica (https://www.parlamento.it/service/PDF/PDFServer/DF/204068.pdf).

Francesco Cossiga, esattamente come avviene oggi, proponeva di rompere il principio dell’unicità della carriera del magistrato, introducendo una distinzione costituzionale netta tra magistratura giudicante e magistratura requirente. Non una semplice separazione funzionale, ma due percorsi professionali autonomi, non comunicanti.

Nel 2008 Cossiga non “parlava da Presidente della Repubblica” né da membro del Governo, ma da senatore a vita, pienamente legittimato all’iniziativa legislativa, con la libertà — e la responsabilità — del parlamentare costituzionalmente indipendente.

Per dovere di cronaca è importante segnalare che a quell’epoca segretario di ANM era Luca Palamara, con il quale Cossiga ebbe un duro scontro televisivo il 16 gennaio 2008, durante una puntata di Sky Tg24 (https://tg24.sky.it/politica/2019/05/31/video-luca-palamara-cossiga?utm_source=chatgpt.com).

Il Parlamento del 2008 non respinse il DDL Cossiga: lo ignorò. Fu assegnato alla Commissione Affari Costituzionali, ma non giunse mai alla fase di esame sostanziale, né in Commissione né in Aula, perchè il Governo Berlusconi, a seguito della famosa lettera inviata all’Italia il 5 agosto 2011 dalla Banca Centrale Europea, cadde.

Allora come oggi si sosteneva che la separazione delle carriere era necessitata dal principio giusto processo:

- «[I principi del processo accusatorio] si possono riassumere nella terzietà del giudice, nell’onere della prova a carico del pubblico ministero […] e nella parità delle parti nel contraddittorio.» (cfr. pag. 2);

- -«L’appartenenza dei nostri pubblici ministeri allo stesso corpo dei giudici è in evidente contrasto con gli assetti giudiziari dei Paesi a consolidata tradizione demo-liberale […] Nei Paesi di common law l’appartenenza dei pubblici ministeri e dei giudici allo stesso corpo sarebbe considerata come una violazione del principio della divisione dei poteri.» (cfr. pag. 9);

- «Tenere il ruolo del giudice penale visibilmente separato dal pubblico ministero […] serve a sottolineare agli occhi del cittadino anche l’imparzialità del giudice, a renderla pienamente credibile e, quindi, in ultima analisi, ad accrescere la legittimazione del suo ruolo.»(cfr. pag. 10).

Nella relazione alla proposta di legge costituzionale si citano espressamente le parole di Giovanni Falcone: «La regolamentazione delle funzioni e della stessa carriera dei magistrati del pubblico ministero non può essere identica a quella dei magistrati giudicanti […] investigatore a tutti gli effetti il pubblico ministero, arbitro della controversia il giudice.» (cfr. pag. 13)

Leggi su Sky TG24 l'articolo Cossiga- Palamara, lo scontro su Sky Tg24 nel 2008. VIDEO

19/12/2025

𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐬𝐢 𝐯𝐚 𝐝𝐚 𝐮𝐧 𝐚𝐯𝐯𝐨𝐜𝐚𝐭𝐨: 𝐚𝐥𝐜𝐮𝐧𝐞 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐛𝐮𝐨𝐧 𝐬𝐞𝐧𝐬𝐨
Il post è lungo perché tocca situazioni diverse che però fanno tutte parte della stessa esperienza quotidiana.
Non è un elenco di regole, ma un chiarimento su comportamenti ricorrenti che spesso creano incomprensioni.
Vale la pena leggerlo per intero, anche solo per capire cosa aspettarsi — e cosa non aspettarsi — quando ci si rivolge a un avvocato.
𝐈𝐥 𝐧𝐨𝐝𝐨 𝐝𝐢 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐨
Quello che spesso non funziona, nel rapporto tra cittadini e avvocati, non è il diritto.
È il modo in cui ci si relaziona al lavoro del professionista.
C’è un equivoco ricorrente che attraversa situazioni molto diverse tra loro: il problema che l’avvocato è chiamato a risolvere viene usato come giustificazione per non rispettarne il lavoro.
Accade quando l’urgenza diventa pretesa, quando la difficoltà personale diventa leva, quando il bisogno viene confuso con un diritto a tempi, modalità e condizioni decise unilateralmente.
Chi si rivolge a un avvocato lo fa quasi sempre in un momento di difficoltà. È umano.
Ma il bisogno non ribalta i ruoli.
𝐀𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐚𝐭𝐢𝐯𝐞 𝐬𝐛𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚𝐭𝐞
Se entriamo in un negozio, rispettiamo gli orari di apertura.
Se andiamo in ospedale, accettiamo quelli che ci vengono assegnati e modifichiamo la nostra agenda.
Con gli avvocati, invece, spesso si pretende l’opposto: che sia il professionista ad adattarsi, a rispondere subito, a incastrare tutto, a lavorare prima.
Questo equivoco si manifesta in molti modi.
C’è chi chiede appuntamenti senza scegliere un orario, come se l’agenda potesse restare indefinitamente sospesa.
C’è chi, dopo una pratica conclusa positivamente, pone nuove questioni complesse dando per scontato che tempo e risposte siano gratuiti.
C’è chi, pur avendo concordato compensi e modalità, decide di non rispettarli perché convinto che tanto andrà male.
E c’è anche chi sottopone quesiti articolati, con profili giuridici delicati, urgenze operative e responsabilità rilevanti, aspettandosi una risposta immediata come se si trattasse semplicemente di sciogliere un dubbio.
𝐈𝐧𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐮𝐥𝐞𝐧𝐳𝐞
Qui è necessario essere chiari: ciò che viene spesso chiamato informazione è, in realtà, una consulenza.
Valutare una situazione, individuare un percorso, misurare rischi e conseguenze non significa dare un’opinione al volo, ma assumersi una responsabilità professionale.
𝐒𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞
Un altro equivoco riguarda gli strumenti di comunicazione.
WhatsApp non è lo studio legale.
È un canale rapido per comunicazioni brevi, non il luogo in cui si pongono quesiti complessi o si ottengono pareri strutturati.
I vocali WhatsApp servono esclusivamente per comunicazioni brevi e urgenti, ad esempio per segnalare un lieve ritardo a un appuntamento a causa del traffico.
Non sono lo strumento per raccontare un caso o porre quesiti giuridici.
𝐃𝐨𝐜𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐞 𝐦𝐞𝐭𝐨𝐝𝐨
WhatsApp non è neppure il canale corretto per l’invio dei documenti.
I documenti devono essere leggibili, completi, ordinati. Non fotografie sul tavolino di casa, non immagini con ombre, riflessi o prospettive distorte.
È una questione di metodo e di rispetto del lavoro altrui: quando si devono presentare le foto per la carta d’identità, non si invia una foto su WhatsApp chiedendo che poi la stampino loro. Si portano le fotografie nel formato richiesto.
E se le foto richieste sono quattro, non se ne porta una sola chiedendo che facciano le copie: se ne portano quattro.
Così come, se viene richiesta una fotografia, non si porta il disegno del proprio volto fatto da un figlio, per quanto affettuoso. Si porta una foto, nel formato previsto.
Non perché l’ufficio non voglia aiutare, ma perché senza il materiale corretto la procedura non parte.
Con l’avvocato vale lo stesso principio: chi chiede assistenza deve fornire documenti leggibili, completi e nel formato richiesto. Trasformare una foto in PDF non equivale a produrre un documento valido, e non spetta al professionista rendere utilizzabile ciò che arriva in forma impropria.
𝐀𝐩𝐩𝐮𝐧𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐞 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨
Altro punto centrale sono gli appuntamenti.
Una volta fissati, vanno rispettati.
Non si disdicono per fatti concludenti, semplicemente non presentandosi, né comunicandolo mezz’ora prima.
Per preparare un appuntamento l’avvocato dedica tempo allo studio del caso o alla preparazione delle domande necessarie a comprenderlo, sottraendo quel tempo ad altri clienti e ad altre attività professionali.
𝐒𝐜𝐚𝐝𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐞 𝐮𝐫𝐠𝐞𝐧𝐳𝐞
Lo stesso vale per le scadenze.
Se un termine scade il 5 gennaio, non ci si può presentare dall’avvocato il 30 dicembre pretendendo una soluzione immediata, salvo che ciò sia stato concordato per tempo.
Le urgenze non nascono il giorno prima: si programmano.
Gli atti non sono prodotti precotti.
Non esistono testi pronti da riutilizzare. Ogni pratica va studiata, approfondita, personalizzata. Non bastano pochi minuti, né mezza giornata.
Per ciascun cliente, comprensibilmente, la propria è la pratica più importante.
Ma per uno studio legale tutte le pratiche arrivano insieme e devono essere gestite secondo criteri di priorità, stabiliti dal professionista e dalle norme, non dall’insistenza o dall’urgenza percepita.
𝐏𝐚𝐠𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐞 𝐜𝐨𝐫𝐫𝐞𝐭𝐭𝐞𝐳𝐳𝐚
Un ulteriore nodo riguarda i pagamenti rateizzati.
Ci sono clienti che, pur avendo concordato una rateazione, saltano le rate, modificano importi o cambiano unilateralmente le date.
E poi ci sono quelli che avvisano per tempo, spiegano la difficoltà, recuperano.
Esistono anche clienti che vorrebbero pagare sempre, perfino quando è il professionista a scegliere una forma di amicalità della prestazione.
La gratuità o la riduzione del compenso non sono un diritto del cliente, ma una scelta libera del singolo professionista, caso per caso.
𝐔𝐧 𝐮𝐥𝐭𝐢𝐦𝐨 𝐞𝐪𝐮𝐢𝐯𝐨𝐜𝐨
Esiste infine un equivoco duro a morire: l’idea dell’avvocato ricco per definizione.
È una narrazione comoda, ma falsa.
Un avvocato non è benestante perché regala il proprio lavoro, ma perché lo fa pagare per quello che vale.
Il valore della prestazione non è rispondere a una domanda isolata, sciogliere un dubbio, dare un’indicazione sommaria.
Il valore sta nello studio della normativa, nella valutazione dei rischi, nella responsabilità delle conseguenze, nella costruzione di una strategia giuridica che spesso incide su lavoro, libertà personale, famiglia, futuro.
Empatia e umanità sono parte del mestiere.
Ma non possono trasformarsi in gratuità implicita, né in disponibilità senza confini.
Il rispetto non nasce dalle concessioni, ma dalla chiarezza.
E la chiarezza, nel rapporto professionale, è una forma di rispetto reciproco.

09/12/2025

CHE C’ENTRA IL CASO TORTORA CON LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE?
Ogni volta che si cita il caso Tortora nel dibattito sulla separazione delle carriere, qualcuno risponde che si tratta di un episodio lontano, isolato, non rilevante.
La verità è esattamente opposta.
Il caso Tortora non fu un incidente, ma il fallimento di un sistema.
La condanna di primo grado nacque da un impianto accusatorio fondato quasi solo su dichiarazioni non verificate, accolte come verità processuale dal collegio giudicante.
Gli studiosi hanno parlato di una visione patologica e pregiudiziale di colpevolezza, nella quale l’accusa e il giudice finiscono per condividere lo stesso paradigma culturale, invece che un accertamento rigoroso.
Anche dopo aver appurato che si trattava di un errore giudiziario, nessuno introdusse dei correttivi interni alla magistratura: nessuna sanzione disciplinare, nessuna assunzione di responsabilità, nessuna reale autocritica del sistema che quell’errore aveva generato.
C'è poi un ulteriore paradosso: le sentenze del caso Tortora, uno dei casi più studiati della storia giudiziaria italiana, non sono reperibili online in versione ufficiale, ma forse solo nelle banche dati dei giuristi (o almeno a me risulta così). Perché?
Gli archivi non sono stati digitalizzati, il testo integrale del primo grado non è pubblico e perfino il ricorso del PM in Cassazione non è consultabile.
E allora sì, il caso Tortora c’entra eccome.
Perché dimostra che, quando accusa e giudice appartengono alla stessa carriera e alla stessa cultura, il rischio di un’adesione acritica non è episodico ma strutturale.
E dimostra, soprattutto, che senza separazione delle carriere non esiste un vero controllo, né la capacità di riconoscere e correggere gli errori.

26/11/2025

Il femminicidio di Giulia Trigona, la contessa siciliana zia di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore del Gattopardo.
Ma chi era Giulia?
È il 1877 quando Giulia Tasca Lanza nasce a Palermo, figlia della principessa Giovanna Filangeri di Cutò e del conte Lucio Mastrogiovanni Tasca Lanza.
Giulia è una donna molto bella e ammirata, una delle protagoniste indiscusse della vita mondana di quel tempo e assidua frequentatrice dei salotti della famiglia Florio, poiché amica di donna Franca.
Appena diciottenne, sposa il conte Romualdo Trigona dei principi di Sant’Elia, che si dedicava alla politica diventando sindaco di Palermo dall'aprile 1909 al dicembre 1910.
Il loro matrimonio dura fino a quando Giulia non scopre che il marito la tradisce con un’attrice della compagnia di Scarpetta. Da quel momento un profondo dolore e un grande desiderio di rivalsa si impadroniscono di lei.
In quegli anni a Palermo, una delle mete più importanti dell’occidente europeo, furoreggiavano i grandi ricevimenti che i Florio organizzavano nella loro villa dell’Olivuzza o nei saloni di Villa Igiea, l’albergo di lusso di cui erano i proprietari.
È durante una di queste feste principesche, che, nell’agosto del 1909, Giulia incontra il barone Vincenzo Paternò del Cugno, aitante tenente di cavalleria, di due anni più giovane di lei, sempre alla ricerca di soldi da investire nella passione per il gioco e per i cavalli.
Un viveur e un tombeur de femmes dai modi galanti che nasconde, però, un temperamento violento e impetuoso.
Giulia e Vincenzo iniziano una relazione segreta tormentata e travolgente, fatta di mille escamotage pur di vedersi e, anche, di liti furiose dovute all’assurda gelosia di lui, che procurano frequenti fratture e, altrettante, frequenti riappacificazioni.
Nascono pettegolezzi e lettere anonime che, recapitate a palazzo Trigona, scatenano l’ira di Romualdo verso Giulia, bersaglio di paurose scenate e atti di violenza fisica.
Il conte scaccia la moglie di casa, ma su insistenza dei parenti la riprende con sé; lei, dal canto suo, fa la promessa, non mantenuta, di interrompere la storia col Paternò, covando in cuor suo l’idea di separarsi dal marito per andare a vivere con l’amante.
Per problemi economici, che non le permettono di compiere un tale gesto, decide di vendere un feudo che le avrebbe garantito la libertà. Intanto Vincenzo Paternò, che aveva lasciato l’esercito, le consiglia, come consulente, il cognato, l’avvocato Serrao.
La regina Elena, per cambiare il corso degli eventi e tentare una riconciliazione, convoca gli sposi, annunciando loro che si sarebbero dovuti trasferire al Quirinale in quanto Giulia sarebbe stata sua prima dama d’onore e Romualdo, gentiluomo di Corte Reale.
La giovane, però, ormai stanca, è sempre più ferma nella decisione di lasciare entrambi e, su consiglio dell’avvocato Serrao, vincola la disponibilità della somma ricavata dal feudo per evitare che finisca nelle mani di Paternò. Quando questi lo viene a sapere, pieno di rabbia, ha uno scontro furibondo con il cognato, colpevole di tramare alle sue spalle.
Resosi conto che la donna vuole lasciarlo, Vincenzo Paternò del Cugno riesce a convincerla a vederlo un’ultima volta il 2 marzo 1911, alle ore 12, all’Hotel Rebecchinonon, lontano dalla Stazione Termini a Roma.
Lungo la strada che lo conduce all’appuntamento, fa una breve sosta in un negozio di armi, dove acquista un coltello da caccia grossa. Giulia, salita in camera, non si accorge nemmeno quando l’uomo che aveva così tanto amato, preso dalla follia, le infligge ripetuti colpi mortali alla gola.
Giulia ha appena 34 anni.
Sarà una cameriera ad accorgersi della macabra scena: un uomo che brandiva un coltello e ripetutamente colpiva una donna, per poi afferrare la pi***la e fare partire un colpo contro se stesso.
Ma Paternò, soccorso immediatamente, sopravvive e viene accusato di omicidio premeditato: nel corso dell’istruttoria il suo difensore invoca la semi-infermità mentale, chiedendo di sottoporlo a perizia.
Il 24 ottobre 1911 l’assassino viene mandato nel manicomio giudiziario di Aversa e affidato al Professore Filippo Saporito, l’illustre alienista direttore dell’istituto. Il risultato della perizia, però, smentisce la tesi della difesa e Paternò viene trasferito nel carcere di Roma “Regina Coeli”.
Il processo si apre il 17 maggio 1912 presso la Corte d’Assise di Roma e vede Giovanna e Clementina Trigona, figlie di Giulia, costituirsi parte civile.
La Corte, il cui verdetto viene pronunciato la sera del 28 giugno dello stesso anno, non credendo alla volontà suicida dell’imputato, lo condanna alla pena dell’ergastolo.
Trent’anni dopo, nel 1942, a 62 anni, Vincenzo Paternò riceve la grazia dal re su richiesta di Mussolini e se ne torna a Palermo, dove fa in tempo a sposare la sua donna di servizio e a mettere al mondo un figlio, prima di morire nel 1949.
Nel 1978 la RAI produsse uno sceneggiato televisivo, “Il delitto Paternò”: Delia Boccardo interpretava Giulia, Lino Capolicchio il suo assassino, Vincenzo.

25/11/2025

"PERCHÈ IO, GIUDICE, VOTERÒ SÌ AL REFERENDUM"
(di Ermes Antonucci, Il Foglio, 8 novembre 2025)
“Al referendum voterò convintamente ‘sì’. La riforma va all’insegna del dettato costituzionale e della sua attuazione. Non vedo come possa spaventare i miei colleghi. A questo punto dovrebbe spaventarli la Costituzione”. A dirlo al Foglio è Giuseppe Cioffi, giudice del tribunale di Napoli nord, magistrato con 38 anni di esperienza sulle spalle. “Diversi colleghi, inclusi pubblici ministeri, la pensano come me, ancor di più dopo aver letto le riflessioni di Augusto Barbera pubblicate sul vostro giornale. Ma hanno paura di esporsi. Non li giudico, è un timore comprensibile: sono stati abituati a rivolgersi alle correnti per qualsiasi cosa durante la propria carriera, prendere posizione contro di loro diventa un atto di ribellione”, aggiunge.
“Molti degli interventi di politici, intellettuali e anche colleghi magistrati che sento in televisione e leggo sui giornali mi fanno rabbrividire, perché non hanno nulla a che vedere con il merito della riforma”, afferma Cioffi. “Come si fa a sostenere che la riforma sottopone il pubblico ministero all’esecutivo, quando nel nuovo articolo 104 della Costituzione viene confermato che sia i giudici sia i pm continueranno a godere di piena autonomia e indipendenza?”, chiede Cioffi alzando la voce con un filo di rabbia. “Siamo di fronte a prove di malafede o a tentativi di disinformazione”, aggiunge. “Chi commenta la riforma dovrebbe avere l’obbligo di confrontarsi con la realtà. Altrimenti io ora sostengo che la riforma mi preoccupa molto perché provocherà una collisione tra galassie e uno sconvolgimento nell’universo… Lo slogan sulla sottoposizione del pm alla politica ha la stessa credibilità: nulla”.
“La riforma della separazione delle carriere si sarebbe dovuta fare nel 1988, dopo l’approvazione del nuovo processo con rito accusatorio. E invece da allora siamo andati avanti a tentoni. La riforma approvata dal Parlamento non solo adatta l’ordinamento giudiziario al codice di procedura penale, ma contribuisce a riportare la magistratura all’interno dei suoi spazi di competenza”, dice Cioffi. “Non c’è dubbio infatti che, soprattutto a partire dal 1992, la magistratura abbia strabordato diverse volte dai propri confini. Mani pulite è stata una lezione per tutti: se vuoi arrivare al governo devi affidarti alla magistratura. Così la giustizia è diventata uno strumento di lotta politica per i partiti, che in questo modo hanno consegnato ancora più potere ai magistrati, in particolare i pm”.
Per il giudice napoletano, anche l’istituzione dell’Alta corte disciplinare e l’introduzione del sorteggio per l’elezione al Csm non comportano alcun pericolo per l’autonomia e l’indipendenza delle toghe: “Queste riforme risultano problematiche soltanto per tutti quei magistrati che negli ultimi decenni si sono abituati a vivere l’esperienza professionale attraverso le correnti. Io mi sono sempre tenuto ben a distanza dai gruppi associativi, non ho aspirazioni di carriera. Ma gran parte dei magistrati sono cresciuti con la convinzione di non poter fare nulla senza passare dalle correnti. Queste dovrebbero abbandonare le loro posizioni di potere e tornare alla loro funzione naturale di orientamento ideale, non politico”.
Sul sorteggio Cioffi ha un’idea persino più drastica: “Sono a favore del sorteggio temperato, nel senso che lascerei ai magistrati la libertà di eleggere i propri rappresentanti al Csm, ma escluderei dalla platea dei candidati tutti i capi e vicecapi degli uffici giudiziari, tutti quelli che hanno incarichi nell’Anm, tutti quelli che sono già stati al Csm, anche come magistrati segretari, e tutti i magistrati che hanno a carico procedimenti disciplinari. Non solo, applicherei il metodo del sorteggio per eleggere anche i magistrati che compongono i consigli giudiziari e la Scuola superiore della magistratura”. “Sento autorevoli esponenti dell’Anm e della magistratura sostenere che i colleghi sorteggiati poi non saranno capaci di svolgere il loro incarico. Lo trovo incredibile, in questo modo si offende l’intera categoria”, afferma Cioffi.
Insomma la riforma, anziché indebolire, rafforza l’indipendenza delle toghe. “Noi tutti magistrati dovremmo dire ben ‘venga la riforma’, e non gridare all’attentato alla Costituzione senza offrire alcuna motivazione a sostegno di questo argomento”, dice il giudice napoletano. Che ribadisce: “Voterò ‘sì’, ma non per simpatie politiche o ideologiche. Se questa riforma l’avesse fatta Democrazia proletaria mi sarebbe andato benissimo. Voterò sì perché a beneficiare della riforma sarà proprio la magistratura”.

06/08/2025

Se, come ipotizzato dal Tribunale dei Ministri, Nordio, Piantedosi e il Sottosegretario Mantovano sono penalmente responsabili di favoreggiamento e di peculato per avere sottratto Almasri al giudizio della Corte penale internazionale ed averlo riportato a Tripoli con un volo di Stato, il Procuratore della Repubblica di Perugia, competente per i reati commessi dai magistrati di Roma, deve aprire d’ufficio un procedimento a carico del Procuratore generale e dei magistrati della Corte d’appello di Roma per concorso nei medesimi reati. I Ministri, infatti, hanno potuto commettere i reati ipotizzati a loro carico solo a seguito dell’illegittima scarcerazione di Almasri, chiesta dal PG e ordinata dalla Corte.
Illegittima perché la legge (art 11, legge 237/2012), senza lasciare margini di discrezionalità, imponeva al PG di chiedere e alla Corte di applicare la misura cautelare del carcere ad Almasri.
Evidente come solo un Almasri a piede libero abbia reso possibile al Governo di espellerlo e di rimpatriarlo ed altrettanto evidente come i magistrati abbiano concorso in maniera determinante alla commissione dei reati ipotizzati a carico degli indagati governativi.
Perché di questa primaria responsabilità dei magistrati nessuno parla?
Semplice, perché in un Paese in cui la stampa libera non esiste più, la stampa “governativa” non può addossare la colpa a magistrati che hanno agito nell’interesse del Governo, mentre la stampa “antigovernativa” deve attaccare il Governo senza inimicarsi la magistratura. (Cuno Tarfusser)

Indirizzo

Via Del Vespro N. 57
Messina
98122

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