01/05/2026
“L’effettività del diritto al lavoro e alla retribuzione necessaria per un’esistenza libera e dignitosa sono state ragione e motore di progresso, coesione, di libertà, di civiltà. Sono obiettivi irrinunciabili.”
Le parole del Capo dello Stato, nella loro densità, racchiudono l’essenza stessa del patto costituzionale su cui si fonda la nostra Repubblica.
Non a caso l’articolo 1 della Costituzione individua proprio nel lavoro il principio fondativo della comunità nazionale: non un mero strumento di sostentamento, ma la condizione attraverso cui la persona realizza se stessa, partecipa alla vita civile, contribuisce al progresso collettivo.
Il termine scelto da Mattarella, “effettività”, non è casuale. Richiama la distanza che troppo spesso separa il diritto proclamato dal diritto realmente esercitato. Una retribuzione proporzionata e sufficiente, come prescrive l’articolo 36 della Costituzione, resta lettera morta se chi lavora non dispone degli strumenti per farla valere.
La dignità del lavoratore non si difende con le dichiarazioni di principio, ma con la possibilità concreta di vederla riconosciuta nelle aule di giustizia.
Dietro ogni vertenza che affronto in tribunale ci sono storie che parlano di questo scarto: licenziamenti privi di giustificazione, retribuzioni inferiori ai minimi contrattuali, mansioni dequalificanti che svuotano la professionalità acquisita in anni di lavoro, demansionamenti che diventano forme silenziose di mobbing, contratti precari utilizzati per aggirare tutele inderogabili, infortuni e malattie professionali che non trovano adeguato ristoro.
Una riflessione particolare merita la condizione del lavoro fragile: quello dei lavoratori con disabilità, con patologie croniche o invalidanti, dei caregiver, di chi attraversa fasi della vita in cui la salute, fisica o psichica, impone tempi e modi diversi. Per loro l’effettività del diritto al lavoro passa attraverso uno strumento giuridico tanto fondamentale quanto ancora troppo spesso disatteso: gli accomodamenti ragionevoli, previsti dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e dalla normativa europea, recepiti nel nostro ordinamento. Non si tratta di concessioni discrezionali del datore di lavoro, ma di un vero e proprio obbligo giuridico e cioè adattare la postazione, rimodulare l’orario, ripensare le mansioni, introdurre strumenti tecnologici idonei. Negare un accomodamento ragionevole, quando esso non comporti un onere sproporzionato, costituisce discriminazione e legittima la tutela giudiziale. Eppure, nella prassi, troppi lavoratori fragili si trovano davanti all’alternativa drammatica tra rinunciare alla cura di sé o perdere il proprio posto. È in questo terreno – delicato, complesso, profondamente umano – che il diritto del lavoro mostra la sua vocazione più alta: includere, non escludere; adattare l’organizzazione alla persona, non sacrificare la persona all’organizzazione.
Ogni causa è una persona. Ogni ricorso è una famiglia che attende risposte. Ogni sentenza favorevole è un frammento di Costituzione che torna a essere viva.
Difendere i diritti dei lavoratori significa, in fondo, custodire quella promessa di civiltà che il Presidente richiama: trasformare i principi in tutele esigibili, dare sostanza giuridica alla dignità della persona, ricordare che la libertà economica di chi intraprende non può mai comprimere la libertà esistenziale di chi lavora.
In questo Primo Maggio, il mio pensiero va a chi attende una sentenza, a chi ha trovato il coraggio di rivendicare ciò che gli spetta, a chi ogni giorno – nei cantieri, nelle fabbriche, negli uffici, nei campi – tiene in piedi il Paese con la propria fatica.
E va, in modo particolare, a chi quella fatica la affronta portando con sé un peso ulteriore, e che troppo spesso resta ai margini del dibattito pubblico.
Oggi celebriamo il lavoro. Domani, e ogni giorno, continuiamo a difenderlo. Nelle aule di giustizia, prima ancora che nei discorsi.