21/08/2026
A Mantova - Peregrinando senza meta a Palazzo Ducale.
Oggi pomeriggio sono entrata a Palazzo Ducale con la mia tessera di Amico della Reggia e con una sola intenzione: tornare a vedere il quadro di Domenico Morone, La cacciata dei Bonacolsi.
Nei giorni scorsi due amici, bravissime guide e profondi conoscitori della storia di Mantova ( menti eclettiche che hanno trasformato il loro sapere, professionalmente, in molto altro ancora oltre a ciò che ho scritto ) me lo avevano fatto guardare da due angolazioni diverse.
Lorenzo Pericle Bonoldi – Visit Mantua ha raccontato la notte tra il 15 e il 16 agosto 1328 come il momento nel quale cambiò il destino della città. Il colpo di Stato che portò i Gonzaga al potere aprì infatti la storia della dinastia che avrebbe fatto di Mantova ciò che ancora oggi conosciamo e ammiriamo.
Senza quella notte, probabilmente, non avremmo la Mantova di Palazzo Te, della Camera degli Sposi, di Sant’Andrea e di tanta parte della straordinaria eredità artistica e culturale che i Gonzaga ci hanno lasciato.
E fra due anni saranno settecento anni dal 1328.
Come ha giustamente ricordato Lorenzo Bonoldi Mantova ha il dovere – e dovrebbe avere l’orgoglio – di prepararsi a celebrare quella data.
Giacomo Cecchin ha invece messo l’accento su un altro aspetto, altrettanto affascinante: il quadro che oggi guardiamo fu dipinto da Morone nel 1494, ben 166 anni dopo i fatti che rappresenta, ed era parte di un ciclo celebrativo dei Gonzaga.
Insomma: la storia raccontata dai vincitori.
E questa è forse una delle ragioni per cui quel quadro mi affascina tanto. Non racconta soltanto ciò che accadde. Racconta anche ciò che, molto tempo dopo, chi aveva vinto volle che di quella notte fosse ricordato.
Dopo averlo guardato ancora una volta, ho cominciato a camminare.
Senza una meta.
E mi sono persa nella bellezza della Reggia, attraversando sale, corridoi, logge e cortili, fino ad arrivare all’appartamento vedovile di Isabella d’Este.
Qui il racconto cambia .
Perché in questi ambienti raccolti sembra ancora aleggiare lo spirito di una donna eccezionale, che fu una delle donne più potenti, ricche, ammirate e celebrate del suo tempo. Una donna che aveva conosciuto lo splendore delle corti, l’arte, la diplomazia, il lusso, l’ambizione e il potere.
E che amò forse più di ogni altro suo figlio Federico, divenuto nel 1530 primo Duca di Mantova.
Il quale – per dirla in modo decisamente poco rinascimentale e molto romano – “non se la filava di pezza”.
Fu Federico a relegarla ai margini? Fu Isabella stessa, ormai vedova, a scegliere per sé questi spazi più appartati? La storia, come sempre, è più complessa delle formule con cui cerchiamo di racchiuderla.
Ma poi si arriva al Giardino Segreto.
E lì tutto sembra diventare più semplice.
Nel silenzio, con il rumore dell’acqua della fontana e quel piccolo giardino protetto dal resto del mondo, ho pensato che forse pochi luoghi raccontano altrettanto bene la metafora del potere.
Perché in ogni parabola del potere, anche nella più fulgida, anche quando si è raggiunto l’apice, è già nascosto il principio del declino.
Vale per Isabella.
Vale per i Gonzaga.
E, in fondo, vale per tutti.
Forse è anche per questo che amo tanto Palazzo Ducale.
Ci si entra per guardare un quadro.
E si finisce, senza accorgersene, a pensare al tempo, alla storia e alla fragilità del potere.