23/05/2026
Realtà Sannita - Nicolò Franco, il martire della parola libera: nel libro di Perifano la memoria di un irregolare
di Domenico Rotondi
Ci sono figure che il tempo sembra relegare ai margini della storia e che, invece, continuano a interrogare il presente con una sorprendente forza morale. Nicolò Franco appartiene a questa categoria di uomini irregolari: intellettuali inquieti, incapaci di piegarsi alle convenienze del potere e destinati a pagare fino in fondo il prezzo della propria libertà.
La presentazione del volume Nicolò Franco. Storie di un irregolare, firmato da Luigi Diego Perifano e pubblicato da Edizioni Spartaco, svoltasi lo scorso 5 maggio nella Sala Vergineo del Museo del Sannio, si è trasformata in qualcosa di ben più significativo di un semplice appuntamento editoriale. L’incontro, moderato dal giornalista Enzo Colarusso e arricchito dagli interventi di Gerardo Canfora, Paolo Palumbo e Carmine Pinto, ha restituito centralità culturale a una figura rimasta per lungo tempo ai margini della memoria collettiva sannita.
Al centro del libro emerge la vicenda di Nicolò Franco, nato a Benevento nel 1515 e protagonista di una stagione attraversata da profonde tensioni religiose, culturali e politiche. Scrittore brillante e polemista corrosivo, Franco attraversò il Cinquecento intrecciando il proprio percorso con i grandi ambienti culturali dell’epoca, soprattutto Venezia, e con personalità decisive del suo tempo, tra cui Pietro l’Aretino, con il quale intrattenne dapprima un rapporto fecondo e successivamente un legame apertamente conflittuale.
La sua scrittura, aspra e indipendente, si collocò nella tradizione satirica più radicale e finì con il trascinarlo davanti al tribunale dell’Inquisizione romana. Secondo la ricostruzione proposta da Perifano, Franco non fu vittima di un semplice errore giudiziario, ma rimase coinvolto in un processo eminentemente politico, soltanto formalmente rivestito di motivazioni religiose. L’accusa di eresia legata ai suoi scritti contro Paolo IV Carafa si intrecciò, infatti, con gli equilibri interni alle gerarchie ecclesiastiche e con le lotte di potere che attraversavano la Chiesa del tempo.
La condanna maturò anche attraverso il tentativo di ottenere, sotto tortura, il coinvolgimento del cardinale Pallantieri. Franco scelse di non ritrattare e pagò con la vita quella coerenza estrema, fino all’esecuzione del 1570.
Il lavoro di Luigi Diego Perifano si distingue per rigore documentario e solidità narrativa. L’autore ha analizzato i verbali inquisitoriali, ha ricostruito l’epistolario con il fratello Vincenzo e ha trasformato la ricerca storica in una narrazione capace di restituire al lettore non soltanto una vicenda giudiziaria, ma anche il clima morale e politico del Rinascimento. L’opera riesce inoltre a tenere insieme ricerca archivistica e costruzione narrativa, restituendo profondità storica a una figura rimasta per lungo tempo ai margini del dibattito culturale cittadino.
Nel corso della serata, Perifano ha spiegato di avere voluto sottrarre Nicolò Franco all’oblio, restituendo alla città di Benevento la memoria di uno dei suoi più grandi letterati, rimasto quasi sconosciuto agli stessi concittadini. Un intento che il volume traduce efficacemente in una ricostruzione rigorosa, capace di collegare il passato alle inquietudini del presente senza indulgere a forzature interpretative.
Anche Enzo Colarusso ha insistito sulla forza evocativa dell’opera, definendola un autentico romanzo storico, capace di ricostruire il Cinquecento europeo tra riforme religiose, nuove scoperte geografiche e profonde trasformazioni culturali. Secondo il giornalista, il libro possiede persino una dimensione cinematografica tale da richiamare idealmente il volto di Gian Maria Volonté nel ruolo del protagonista.
L’aspetto più significativo dell’opera resta però la capacità di riportare Benevento dentro una grande narrazione culturale europea. Nicolò Franco non appare soltanto come una figura del passato, ma come il simbolo di una libertà intellettuale che rifiuta l’allineamento e continua ancora oggi a interrogare il rapporto tra parola, coscienza e potere. La sua “irregolarità” non coincide con la marginalità, ma con una forma di autonomia critica capace di resistere ai meccanismi dell’omologazione culturale.
L’iniziativa del 5 maggio ha così restituito dignità pubblica a una pagina fondamentale della storia sannita, grazie a un lavoro di ricerca e memoria che ha saputo unire profondità culturale, rigore storico e forza narrativa.
Perché il potere può anche condannare gli uomini, ma non riesce mai a cancellarne definitivamente la voce dalla storia e dalla coscienza civile di un popolo.