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IL 7 MAGGIO 1999 LA CASSAZIONE CONDANNA DEFINITIVAMENTE FRANCO FREDA E I DIRIGENTIDEL FRONTE NAZIONALE SULLA BASE DELLA ...
08/05/2026

IL 7 MAGGIO 1999 LA CASSAZIONE CONDANNA DEFINITIVAMENTE FRANCO FREDA E I DIRIGENTI
DEL FRONTE NAZIONALE SULLA BASE DELLA LEGGE MANCINO. IL 27 OTTOBRE DEL 2000 L’ORGANIZZAZIONE RAZZISTA VENNE SCIOLTA

Pubblichiamo il capitolo sul Fronte nazionale fondato da Frnaco Freda tratto dal libro di Saverio Ferrari “Da Salò ad Arcore. La mappa della destra eversiva”, uscito nel 2006 in allegato con L’Unità


IL FRONTE NAZIONALE
DI FRANCO FREDA

A DIFESA DELLA RAZZA ARIANA

Il Fronte Nazionale si costituì a Milano il 21 dicembre 1990 per iniziativa di Franco Freda, figura centrale negli anni ’60 e ’70 dell’eversione nera.
Indicato, già nel 1966, in una nota del SID, come responsabile padovano di Ordine Nuovo, fu successivamente indiziato di reato (poi prosciolto) nel 1967 per la morte di due agenti di Polizia, saltati per aria nel tentativo di aprire una valigia lasciata sul treno Alpen Express diretto da Monaco di Baviera a Roma. Ma la sua lunga carriera terroristica lo portò soprattutto sul banco degli imputati per la strage del 12 dicembre 1969 a Milano, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Condannato all’ergastolo in primo grado venne successivamente assolto. Non più p***eguibile fu comunque, molti anni dopo, riconosciuto colpevole, insieme a Giovanni Ventura, dalle Corti d’Assise di Milano che, nel 2000 e 2004, condussero gli ultimi processi. Nel 1981 fu condannato a 15 anni per gli attentati dinamitardi a Milano, il 25 aprile 1969 (alla Fiera e all’Ufficio Cambi della Stazione Centrale), e sui treni nell’agosto successivo (dieci di cui otto riusciti).

Dagli atti del processo del 1995 a 50 esponenti del Fronte Nazionale, tenutosi davanti la Corte d’Assise di Verona, si è potuta ricavare una copiosa documentazione sulla genesi dell’organizzazione, tra l’altro anche una lettera dello stesso Freda inviata il 13 settembre 1990 a Guy Amaudruz, storico riferimento neonazista a livello internazionale, in cui Freda dichiarò apertamente di voler “costituire oggi in Italia un movimento politico esplicitamente razzista”. I caratteri di fondo dell’organizzazione furono poi riassunti in uno Statuto dove, tra l’altro, si scrisse che ”il rispetto della omogeneità etnica del corpo sociale dello Stato nazionale assume per il sodalizio significato fondamentale”.
Nel documento del 30 gennaio 1993, intitolato “La politica del Fronte Nazionale”, non si fece alcun mistero circa gli scopi per “illuminare noi e gli altri come noi sui vari caratteri della questione razziale, per contrastare gli effetti di snaturamento e deformazione della vita della nostra razza, suscitati dal caos etnico in cui stanno precipitando la nostra Patria e le altre Nazioni europee”. “Non alle sue masse degenerate” – si lesse in un volantino – “ma alle compagini spiritualmente più pure della razza bianca va riconosciuto il compito di ordinare, attraverso la disuguaglianza delle razze, e di governare, mediante la differenza delle stirpi, il movimento di unificazione complessiva del genere umano”.
Franco Freda tentò, in definitiva, di dar vita nei primissimi anni ‘90 ad una formazione per combattere l’”alluvione degli allogeni extraeuropei”. “E’ finita l’epoca delle guerre civili europee” – sostenne in un’intervista a Panorama il 9 febbraio del 1992 - ”sta per cominciate quella delle guerre razziali…il futuro sarà teatro di scontri razziali, che al colore dell’ideologia si sostituirà quello dell’epidermide e che sarà meglio per tutti che gli Europei stiano in Europa, gli africani in Africa e i fondamentalisti islamici nelle loro terre”. La ricetta proposta si sviluppò attorno a questi punti: ”chiusura effettiva delle frontiere all’immigrazione extraeuropea, espulsione immediata degli stranieri extraeuropei clandestini, cancellazione graduale sino all’abrogazione totale della cosiddetta legge Martelli e il rimpatrio di tutti gli stranieri extraeuropei, la concessione, a tempo determinato, dello statuto di ‘lavoratore ospite’ agli stranieri europei extracomunitari applicando il contingentamento della loro presenza su base comunale limitato al 2% del complesso della forza lavoro locale”. Nulla comunque a che vedere con il movimento naziskins che proprio in quegli anni stava prendendo consistenza anche in Italia. “Naziskins? Ma non scherziamo – commentò in un’altra intervista del 19 novembre del 1992 al Corriere della Sera - questi del nazismo non hanno la dignità politica. Sono soltanto ragazzotti ottusi che bisognerebbe mandare in qualche campo di rieducazione”.

Il Fronte si sviluppò in particolare nelle regioni nord-orientali, in Lombardia e in alcune aree del mezzogiorno. Il reclutamento passava attraverso il filtro della “Commissione di riconoscimento” (si entrava solo se presentati da almeno due persone “ritenute qualificate”) e una iniziale valutazione di idoneità del responsabile locale, il cui compito era di tenere sotto controllo per almeno un anno l’”ausiliario”. Al vertice Franco Freda, che nominava direttamente il “sostituto reggente”, il “Comitato” e l’”Ufficio di reggenza”. In rappresentanza degli iscritti la “Consulta nazionale”, che non disponeva però di alcun potere, tanto meno di eleggere o assumere decisioni. Una struttura totalmente assoggettata al suo leader, definita dallo stesso Freda “aristocratica”, in cui “la discussione deve intervenire come discussione, come consiglio. Però alla fine interviene l’elemento di decisione e l’elemento di decisione spetta e viene incamerato da chi rappresenta l’autorità del sodalizio”. Vice-reggente e coordinatore del nord-ovest fu nominato Cesare Ferri, Aldo Gaiba seguì invece le attività del Fronte nel nord-est, mentre Ferdinando Alberti assunse la carica di amministratore. La sede nazionale venne stabilita a Milano in Via Bergamo 12/A. A Salerno, infine, una libreria destinata a curare la divulgazione delle pubblicazioni dell’editrice “AR” di Padova, appartenente allo stesso Freda.

Le attenzioni della Magistratura riguardo il Fronte Nazionale si svilupparono a seguito della distribuzione di volantini xenofobi, ma soprattutto dopo le “celebrazioni” a Bardolino, sul lago di Garda, il 21 dicembre 1991 e il 18 dicembre 1992, del cosiddetto “solstizio d’inverno”. Nelle due occasioni, all’Holiday Lido, centocinquanta persone in cerchio, rigidamente sull’attenti per oltre mezz’ora, ognuna con in mano una fiaccola, assistettero, sulle note dei Carmina Burana di Carl Orff, al lento ardere di una pira con alla sommità mezza svastica, il simbolo del Fronte. Una cerimonia in perfetto stile nazista.
Il 12 luglio 1993 la Digos di Brindisi, su mandato della procura di Verona, arrestò Franco Freda per il reato di ricostituzione del partito fascista e incitamento all’odio razziale. Al momento della cattura, ironia della sorte, insieme a Freda c’era Giovanni Ventura. Mancava dall’Italia da 15 ani ed era venuto a trovare il suo vecchio amico.
Con Freda furono arrestati: Cesare Ferri (milanese, già coinvolto con l’accusa di strage nell’inchiesta su Piazza della Loggia a Brescia e prosciolto nel 1989) Aldo Gaiba (antiquario ferrarese, vecchio amico di Freda), Stefano Stupilli (a Verona uno dei capi storici delle “Brigate Gialloblù”), Michele Wallner (nipote dell’ex-presidente nazionale della Confagricoltura) e Maurizio Trotti, medico psichiatra, per altro, anche di Abel e Furlan, animatori del gruppo “Ludwig”, le cui “imprese”, ispirate da deliri nazisti, portarono a 27 omicidi, tra il 1977 e il 1984, colpendo omosessuali, nomadi, pr******te, tossicodipendenti e perfino alcuni sacerdoti.

Il GIP del Tribunale di Verona Carmine Pagliuca, il 21 gennaio 1995, rinviò a giudizio con Freda altre 49 appartenenti al Fronte Nazionale. Il processo iniziò il 9 ottobre 1995. La Corte d’Assise di Verona il 25 ottobre 1995 condannò Freda a sei anni, Cesare Ferri a quattro anni e sei mesi, Aldo Gaiba a quattro anni, Vincenzo Campagna e Ferdinando Alberti a tre anni e sei mesi. A un anno e sei mesi altri 41 imputati. Quattro gli assolti.
L’appello, il 20 maggio 1998, confermò la sentenza di primo grado. La 1° Sezione penale della Cassazione, il 7 maggio 1999, riformulò il giudizio, condannando definitivamente Freda a tre anni, derubricando il reato iniziale di ricostituzione del partito fascista in istigazione all’odio razziale, secondo la legge Mancino. Per Cesare Ferri e Aldo Gaiba le condanne furono invece rispettivamente di 20 e 16 mesi.
La parola fine sul Fronte Nazionale venne definitivamente messa dal Consiglio dei Ministri che il 27 ottobre 2000 deliberò lo scioglimento dell’organizzazione (a norma dell’articolo 7 delle legge n. 205 del 1993) con relativa confisca dei beni.
Franco Freda tornò in carcere l’1 marzo 2000 per scontare gli ultimi sette mesi della sua condanna.
Osservatorio democratico sulle nuove destre Italia

100.000 uomini per 5 chilometri di terra. L'Italia li p***e in 10 giorni e la chiamò la sua prima grande vittoria.Era il...
26/04/2026

100.000 uomini per 5 chilometri di terra. L'Italia li p***e in 10 giorni e la chiamò la sua prima grande vittoria.

Era il 9 agosto 1916. Dopo undici battaglie combattute sull'Isonzo in oltre un anno, l'esercito italiano entrava finalmente a Gorizia. Trombe, tricolori, telegrammi a Cadorna. In tutta la nazione, festa.

Il fronte era largo 25 chilometri. L'avanzata fu di 5. Non cinquanta, non cento: cinque chilometri di carso, fango e filo spinato.

Per prenderli ci vollero dieci giorni. E circa 100.000 uomini tra morti, feriti e dispersi — solo in questa singola offensiva, su un fronte che già da 15 mesi consumava reggimenti come carta.

Fai il conto: ventimila perdite per ogni chilometro guadagnato.

Nessun manuale scolastico lo esprime così. Si parla di "svolta", di "prima città liberata", di "successo militare". Tutto vero. Ma il rapporto tra terreno conquistato e corpi lasciati sul campo era di 20.000 a 1 — per chilometro.

La Sesta battaglia dell'Isonzo fu reale: sfondamento sul Monte Sabotino, attraversamento dell'Isonzo, ritirata austro-ungarica. Una vittoria tattica concreta, in un contesto dove ogni metro costava sangue.

Ma il prezzo era già scritto nel modello: undici battaglie sullo stesso fiume, 300.000 perdite italiane totali prima di Caporetto, guadagni misurati in chilometri singoli.

Gorizia fu festeggiata. E poi dimenticata nel modo peggiore: non ricordando quanto era costata.

Ventimila morti per chilometro. Chiamiamola col suo nome.

Luisa Urbani non aveva ancora 18 anni quando si unì alla resistenza, in Veneto, insieme ai suoi fratelli maggiori. All’i...
26/04/2026

Luisa Urbani non aveva ancora 18 anni quando si unì alla resistenza, in Veneto, insieme ai suoi fratelli maggiori. All’inizio faceva la staffetta, poi fu arrestata ad Asiago. Restò prigioniera per 40 giorni, ma riuscì a scappare. Prese il nome di Juna ed entrò nella brigata Mameli con l’incarico di vicecommissario e capo servizio stampa. Si occupava di diffondere manifesti per incitare la gente contro i nazifascisti, e a sostenere i partigiani. Curava un giornale clandestino, grazie al ciclostile che sua sorella minore, Domitilla, le aveva portato in bicicletta. Tutta la sua famiglia era impegnata nella Resistenza, e non a caso il giornale si chiamava “Fratelli d’Italia”: chissà cosa penserebbe Juna del fatto che questo nome, oggi, viene associato a ben altro.
Non tutte le donne partigiane avevano un’arma, o la usavano. Molte rifiutavano anche solo l’idea di possedere una pi***la. Juna invece partecipava alle azioni armate. Si racconta che catturò due tedeschi in motocicletta. Ma soprattutto fu lei, nella notte del 25 aprile del 1945, a guidare una squadra della brigata Mameli che riuscì a prendere possesso dei depositi logistici nazisti di Caltrano, a neutralizzare la resistenza repubblichina e a liberare il paese dai nazifascisti.
Una donna al comando, una donna che ha contribuito a liberare il nostro paese.
Doveroso oggi ricordare lei e tutte le donne e gli uomini che ci hanno regalato la libertà.
Facciamone buon uso.

Buona festa della liberazione!
Dal profilo Resistenza

49 PERSONE CON SPRANGHE E CAMICE NERE.. 49,COME I MILIONI RUBATI DALLA LEGA, MIRACOLO😂
01/02/2026

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FASCISTI DI MMolti conoscono la storia di Lojze Bratuz, il maestro costretto dai fascisti nel 1936 a bere una miscela di...
15/01/2026

FASCISTI DI M
Molti conoscono la storia di Lojze Bratuz, il maestro costretto dai fascisti nel 1936 a bere una miscela di olio di motore e benzolo perché aveva voluto cantare nella sua lingua, lo sloveno. A sua moglie Ljubka fu impedito di presentare prove per denunciare l’accaduto, e i colpevoli restarono sostanzialmente impuniti.
Lei tornò a vivere a Gorizia dove si mantenne affittando camere della sua dimora principalmente a studenti. Tra questi vi erano anche due fratelli dell’antifascista Janko Premrl, e Franc Mervič (futuri capi partigiani).
Nel marzo del 1943 la sorella e la madre di Ljubka vennero arrestate ed internate, un mese dopo alle due di notte un camion di agenti della famigerata banda Collotti accerchiava la sua dimora.
Gaetano Collotti da diverso tempo guidava l’Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza per la Venezia Giulia, il cui scopo era cancellare ogni forma di resistenza nell’area. Si era distinto per la sua violenta intransigenza, in particolare contro la minoranza slava. Finire nelle mani di Collotti significava subire ogni forma di tortura, dalle botte alle violenze sessuali, dalle scosse elettriche al finto annegamento.
La casa di Ljubka fu perquisita e vennero rinvenute delle armi, appartenenti a Franc Mervič. La donna fu arrestata e condotta nella famigerata Villa Triste di Trieste, in via Bellosguardo. Fu picchiata e torturata intensamente. Ad interrogarla fu Collotti in persona, che voleva farle confessare la posizione di Janko Preml, l’origine delle armi rinvenute a casa sua e a chi erano destinate. Buona parte delle informazioni Ljubka non le sapeva, e quello che era di sua conoscenza non lo confessò.
Così Collotti chiamò a Gorizia per chiedere che i figli di Ljubka, di sette e nove anni, venissero trasferiti a Villa Triste per essere torturati davanti agli occhi della madre. Fortunatamente non riuscì nel suo intento, così si rifece su Ljubka spaccandole sette costole. Alla fine la donna fu trasferita nel carcere dei Gesuiti, e poi nel campo di Zdravščina. Liberata dopo l’8 settembre, sopravvisse alla guerra e per trent’anni esercitò la professione di maestra.

Cronache Ribelli

FASCISTI FUORI DALL'ITALIA! QUESTO NON È UN PAESE CHE DESIDERA ONORARE LA VOSTRA VERGOGNOSA MEMORIA
08/01/2026

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GORIZIANI!NON DIMENTICATE DA DOVE VENITE E LA VOSTRA DIGNITÀ "Canta adesso, maestro!"Gli aprirono a forza la bocca, e gi...
28/12/2025

GORIZIANI!NON DIMENTICATE DA DOVE VENITE E LA VOSTRA DIGNITÀ
"Canta adesso, maestro!"
Gli aprirono a forza la bocca, e giù di olio. L'olio di ricino da solo non era abbastanza. Gli squadristi decisero allora di mischiarlo con olio di motore. Scendeva nella gola, e bruciava, bruciava tantissimo.
Lojze pensò probabilmente alla musica per sopportare il bruciore. La musica che insegnava ai bambini della sua città: Gorica, diventata Gorizia dopo il 1918. Ma Lojze Bratuz era nato sloveno, e sloveno sarebbe rimasto. E voleva che le migliaia di sloveni friuliani preservassero l'utilizzo della propria lingua nel Regno d'Italia. Così insegnò i canti religiosi nelle scuole, nei seminari e nelle chiese esclusivamente in sloveno. Mischiava il canto religioso al canto popolare, una scelta non solo "stilistica" ma anche ideologica, dato che Lojze fece di tutto per coinvolgere nei suoi cori i bambini dei ceti popolari.
Poi arrivò il fascismo che decise di cancellare ogni tradizione culturale e linguistica. E così il primo arresto per Lojze - che nel frattempo aveva dovuto cambiare nome in Luigi Bertossi - arrivò nel 1929. Attività anti-italiane, dissero. Ma lui non si arrese e continuò a lottare. Lo fece fino al dicembre 1935.
Era il 27 dicembre, appunto, quando, appena uscito dalla messa, Lojze venne aggredito da un gruppo di fascisti. Prima arrivarono le botte, poi la miscela di olio di ricino e olio di motore. Quanto bruciava, mentre venne trasportato in ospedale. Continuò a bruciare per oltre un mese. Agli inizi di febbraio un gruppo di sostenitori si ritrovò sotto l'ospedale dove era ricoverato. Intonarono una canzone in sloveno e fuggirono subito, beffando i fascisti che non riuscirono ad arrestarli. Ma, nonostante tutto, quel bruciore continuò a consumare Lojze dall'interno. Il 16 febbraio morì dopo quasi due mesi di sofferenza. Noi vogliamo ricordare la sua storia, oggi, con questo breve post. La sua musica, invece, viene ricordata ogni giorno da un centro culturale della città di Gorizia che porta il suo nome.

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08/12/2025

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