09/04/2025
“𝐈𝐥 𝐦𝐚𝐧𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐭𝐚𝐥𝐤𝐢𝐧𝐠 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐓𝐮𝐫𝐞𝐭𝐭𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐟𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐞 𝐥𝐞 𝐯𝐢𝐭𝐭𝐢𝐦𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐢𝐟𝐞𝐧𝐝𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨”
Ogni giorno, nel mio lavoro di avvocato, difendo donne perseguitate da uomini che non accettano un "no". Donne che vivono relazioni tossiche, manipolatorie, violente. Donne che vengono giudicate anche quando trovano il coraggio di allontanarsi. Per questo, leggere che nella sentenza che condanna Filippo Turetta all’ergastolo non è stato riconosciuto il reato di stalking, fa male. È una sconfitta per chi lotta ogni giorno per dare voce a chi ha paura, per chi cerca di spiegare che lo stalking non è solo inseguimenti o minacce dirette: è controllo, è manipolazione, è senso di colpa, è ossessione travestita da amore. Giulia lo vedeva ancora, sì. Ma non perché lo volesse veramente. Lo faceva “a piccole dosi”, come hanno detto le sue amiche. Lo faceva per compassione. Perché sapeva che lui poteva perdere il controllo. Non è così che si comportano tante vittime?
E allora non possiamo accettare che questa dinamica venga derubricata a “scelta libera”. La mancata configurazione dello stalking è non solo giuridicamente discutibile, ma pericolosa: rischia di rimuovere la realtà psicologica delle vittime, che spesso non denunciano proprio perché temono di non essere credute. Si è detto che Giulia non viveva in uno stato di ansia tale da modificare le sue abitudini di vita o temere per la sua incolumità. Ma questo è un punto molto critico. Perché molte vittime non cambiano abitudini, proprio per non dare nell’occhio o per paura che la situazione peggiori. Ciò non toglie che siano vittime. Questa è la realtà giuridica. Ma il diritto deve evolvere. Deve saper leggere la complessità dei rapporti tossici, dei silenzi, della paura che si traveste da compassione. Se non lo fa, non tutela davvero.
Probabilmente, la Corte ha ritenuto che l’accettazione di Giulia di continuare a vederlo (anche se solo per compassione) fosse un segno che non vi fosse stato un vero "cambiamento delle abitudini" né uno "stato di paura" tale da costituire reato.Tuttavia, questo è un modo molto formale di leggere la norma, che non tiene conto della dinamica psicologica delle vittime di relazioni tossiche o violente, dove la paura può manifestarsi con rassegnazione, finta accettazione o compassione. Una sentenza discutibile e pericolosa? Sì, perché rischia di creare un precedente in cui:le vittime devono dimostrare di avere esplicitamente paura o cambiare radicalmente vita per vedere riconosciuto lo stalking, ignorando che la manipolazione e la dipendenza affettiva possano bloccare la reazione difensiva della vittima.