30/01/2022
C’era una volta Via Roma
Imponente, quasi immanente è Palazzo Miani che domina l’inizio di via Roma, come stendesse le sue braccia protettive a destra e sinistra sulla via che inneggia a Roma capitale. Un palazzo nato nell’800 a testimoniare la potenza e la ricchezza di una famiglia che imponeva rispetto, i cui principali rappresentanti Francesco e Luigi hanno lasciato tracce scritte del loro passaggio su questa terra. L'ingresso monumentale negli anni sessanta fu trasformato per accogliere la sede del Banco di Napoli, alla cassa un simpaticissimo napoletano, Migliaccio. Subito ad angolo sinistro di via Roma erge il rifatto palazzo Pizzulli, già residenza di una famiglia, Bianco, ben rappresentativa del mondo imprenditoriale agricolo, quello dei proprietari terrieri di una volta. Appena qualche metro più in là, sullo stesso lato i sapori della trattoria Tamborrino, ovvero Barracca, che lasciò le carte a Peppino e le sue braciole e che oggi offre i latticini dei novelli Pagone. Dove oggi è il centro anziani, nel portone grande ci fu la vendita di calce di Jangeline 'u trainière divenendo poi sito archeologico con l’ennesima sepoltura preclassica, adiacente ad un locale terraneo comunale dove si spacciava la carne morticina, quando non il pesce, la cui pubblicità era delegata a Velardìne u scettabbanne che batteva tutte le strade col suo megafono. A destra ad angolo con via Cavour la prima latteria di Ginosa, del primo Pagone, dove la mozzarella divenne proletaria, non più boccone esclusivo per galantuomini, e affianco la mitica pizzeria Loperfido, oggi ferramenta Cremis, che ci ha introdotti ai sapori moderni, dove la pizza di Lina veniva spalmata con strutto prima di ogni altro ingrediente ottenendone un sapore speciale e originale, un sapore perduto. Al loro fianco l’ultima casa con stalla di Ginosa di una famiglia che fino a qualche anno fa alloggiava al piano terra il mulo di famiglia.
Attualmente ospita un centro di estetica la casa ad angolo di via Sebastopoli che in passato vide i fasti della famiglia Traetta e delle sue tre belle figliole. Passata via Angeloni, sul lato sinistro, ecco casa Costanza, storica dimora di avvocati, ingegneri e podestà fascisti della prima ora che conserva gli echi dei disordini popolani del ’38 capeggiati da una Destena, una donna capace di mettersi in spalla l’avvocato e portarselo in corteo fino al vecchio comune per protestare contro la tassa di famiglia di don Paoluccio, e al piano terra ha ospitato i mobili dei fratelli Parisi con affianco la rinomata macelleria Dragone, (ovvero Paciacca), e ancora oltre la bottega Cramarossa, maestri di cucirini e riparazione calze in nylon. Guardando all’altro lato troviamo palazzo Giovannettone, ex maresciallo dei carabinieri napoletano i cui eredi si ritirarono a Corato abbandonando tanta bellezza, dimora storica con ingresso su via Sebastopoli e grande giardino posteriore. Visitata e rivisitata cento volte da ladri e curiosi, spogliata di ogni suppellettile, rimane dignitosa come quando fungeva da porta d’ingresso del paese ad esporre il marmo storico miseramente nascosto: Comune di Ginosa – Capoluogo di Mandamento – Collegio elettorale di Massafra – Circondario di Taranto – Provincia di Terra d’Otranto. A seguire casa Dragone, appendice della casa madre Giovannettone, ospitò due avvocati e sindaci: Buffa prima e Dragone dopo. Sullo stesso lato ha operato per molti anni il falegname ebanista DiCio nella sua bottega divenuta infine laboratorio di lavorazioni artigianali in legno d’olivo: mobili e suppellettili di mirabile fattura. Attaccata all’ebanista la famiglia D’Angelo, anzi due, in una della quale crebbero la moglie, nonché figlioccia dell’eroe di guerra Divitofrancesco e l’addetto di ambasciata. Prima di arrivare alla scalinata del Popolicchio ci sono le case di Temìste e di un Russo, non cantiniere.
Superato l’isolato Costanza, sul lato sinistro, siamo in area Pettenìsse, frantoio oleario e bottega d’alimentari di Cesarino che per molti anni hanno dato gusto alla cucina dei ginosini, per arrivare subito dopo, passando davanti alla taverna Tangorra, ad un altro frantoio, quello dei Galeota, una costruzione tra le prime di via Roma, un bel palazzotto che fa bella mostra di sé in antiche foto devozionali con la sua facciata, direi liberty. Saltiamo la strada e sullo stesso lato troviamo casa Matera che prima di diventare ferramenta fu alimentari di antica data con a lato un gran cortile dove poi abbiamo visto sorgere il bar Marisa. Merita uno sguardo attento la casa del vetturista Galante per la bellissima loggia trifora, opera e vanto di Vito Galante (mio padre) autore dei capitelli cornici e cornicioni di gran bella fatta. Al lato opposto domina casa Mutidieri, onorevole residenza di allevatori dove il latte era come doveva essere: sano e buono. Pochi metri più là, sotto casa del collega di stellette Sangiorgio per una vita abbiamo comprato sali e tabacchi da Alicandro e Arcangelina, una signora all'antica con o capelli a tuppo regolamentare. Superata la discesa che viene dal Popolicchio rimane solo il ricordo, per qualcuno, di una fontana pubblica, nu’ rubbenétte, che poi doveva lasciare il posto alla vendita di stoffe prima e di scarpe oggi. Andando avanti sullo stesso lato troviamo casa Coppa che nasconde una cantina tumulata per motivi di sicurezza e quindi un altro frantoio della famiglia Ricciardi di Michele, una famiglia che ha vissuto momenti di grandezza prima di cadere nella polvere; e siamo a casa “farrone”, ad angolo con via Venezia, eretta nel 1923, che ancora risuona della fisarmonica del vecchio Nunzio, animatore di feste e festini del tempo che fu, con la consorte Giulia, tutori della buon'anima di Gaetano.
Ma torniamo dall’altra parte per dare un’occhiata a casa Grassi, eredi di Nunzio o’ cuòche che gestiva un altro frantoio, con sentinaro sotterraneo, il cui terraneo ospitò Giovanni Carpignano prima e Lorenzo poi, macellai di qualità; e a seguire i corredi di Dominga. E siamo arrivati al grande lamione dell’isolato successivo, quello che fu casa con profondo pozzo dalle fresche acque godute da tutto il vicinato, poi officina di Elia, poi, elettrauto di Michele e Nicolino, attualmente birrificio artigianale. All’angolo siamo a casa di Jàngelìne u’ trainière, quando non vendeva la calce faceva il carreggiatore di tufi e sabbia per i cantieri di Ginosa, che ha lasciato “le carte” ai figli e nipoti divenuti a loro volta autisti e camionisti, moderni carreggiatori di cose e persone. Continuiamo sullo stesso lato sinistro di via Roma passando davanti alla casa dell’avvocato, fatta da un ginosino d’America, e fermiamoci un momento davanti alla casa de mèst’Austàcchie che prima di diventare un bar fu un negozio di casalinghi di un Ricciardi fornaciaro, marito di due sorelle, che sul marciapiedi parava in esposizione crete cotte di tutti i tipi, dal cantaro alla rizzola smaltata, dal trufolo alla cuccuma, capasièdde e capasèdde e rezzùle per tutte le necessità della casa e della cantina. Nel mese di settembre sia il marciapiedi “farrone”, da un lato che quello Giannini dall’altro erano precettati per spandere le mandorle nuove ad asciugare al sole. Rimanendo sul lato sinistro siamo arrivati al magazzino di legnami per edilizia e falegnameria di Minguccio fatto di baracche dal tetto precario. Gran cercatore di funghi, la sua lunga ombra sembra di vederla davanti al magazzino, seduto alla sedia un po’ ricurvo, le gambe accavallate, la sigaretta sempre accesa tra le dita secche e annerite. Al posto del magazzino oggi un condominio eccessivo per volumi e colori. Completa la carrellata dell’isolato il forno della numerosa famiglia Ricciardi di Antonio, al banco le graziose GesuMina e Maria, il libretto nero dei crediti sempre a portata di mano. Mitica rimane nella storia di questa via la trainèdda coperta da una ribaltina in legno del fornaio Michele, personaggio esuberante dalla risata graffiante, usata per le consegne del pane alle botteghe di tutto il paese. La trainèdda era tirata da un asino esuberante come il padrone che, seduto a cassetta, la guidava come fosse una fuori serie, mai al passo, sempre di corsa, rapidissime le sterzate, stridenti le frenate con le redini e la martellina tirate al massimo.
Torniamo sul lato destro: dopo via Venezia ecco la casa terranea della famiglia Pizzulli trasformata in casa Coppa con annessa tabaccheria seguita dalla barberia di Lillino&figlio, per arrivare una casa più in là, passando davanti alla casa di Denatevìte, a quello che fu il rinomato mulino Basta-Pascale dove generazioni di ginosini hanno sfarinato il loro grano per ottenere una farina integrale buona, sana, la base per il pane casereccio tradizionale di Ginosa, quello vero, ormai dimenticato. L’isolato terminava con una casetta carina, piccola, a base triangolare con una scala aperta interna al muro coronato da una bellissima balaustra, che ha lasciato il posto ad una casa nuova, normale, anonima. Riprendendo il percorso sul lato sinistro siamo arrivati alla ex-cabina Enel, abitata per lungo tempo dalla famiglia Di Comite, Antimo il capocabina, una casa grande frequentatissima al tempo della prima televisione quando mezzo quartiere ci andava a vedere Lascia o Raddoppia? Qui via Roma abbandona la curva per Laterza e tira dritto in fondo fino al muro di sbarramento. Dove adesso è la macelleria Dragone (in arte Ciucculannèdda) ci fu la rinomata fabbrica di mattoni in cemento, mono e bicolore, della ditta Scelto in un locale che successivamente divenne l’ottima officina Lenge (in arte Dongrazio), di fianco a un localetto dove per la ditta Giannini delle donne schiacciavano mandorle, o’ cuàzze, un localetto che nonostante le sue ridotte dimensioni assurse successivamente a tempio cattolico, esattamente di fronte a casa Divitofrancesco, una bellissima casa terranea, con giardino posteriore, tristemente trasformati in anonimo condominio. A seguire sul lato destro casa Francese, il cavaliere, una casa con terrazzo attrezzato per l’essiccamento delle pelli che la ditta lavorava sul posto, opera, la casa, della ditta Galante, la mia, e poco più in là, dopo casa Guida casa Loperfido, opera anch’essa della ditta Vito Galante.
Completa la carrellata l’ultimo pezzo del lato sinistro dopo la ex chiesetta, passata via Mercadante, la casa Di Tinco divenuta Castria per poi arrivare alla zona Buonora- Pace, un vero quartierino con tre o quattro famiglie molto legate tra loro, dove la vita assumeva toni agresti, compresa una rumorosissima trebbiatrice al lavoro con tutto il contesto di jerègne, paglia e p**a. Tutta l’area chiamata l’ére in estate offriva la distesa di ristoppia tagliata alta sulla quale tutto il quartiere stendeva le lenzuola dopo la ressìe. Completava il panorama la gobba che declinava verso via Montescaglioso dalla quale si ammiravano i fuochi pirotecnici delle Feste e dove si ergeva una mèta di paglia che correva continuamente il rischio di incendio per i giochi pericolosi di noi bambini del quartiere, ma non è mai successo, per fortuna. (2020)