Studio Legale Quercioli

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ita', fallimenti, infortunistica, risarcimento danni, specializzazione separazione dei coniugi


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La piccola Beatrice, 2 anni, è stata trovata morta il 9 febbraio 2026 a Bordighera. Le indagini hanno portato all’arrest...
03/06/2026

La piccola Beatrice, 2 anni, è stata trovata morta il 9 febbraio 2026 a Bordighera. Le indagini hanno portato all’arresto della madre e del compagno della donna con l’accusa di maltrattamenti aggravati dai quali sarebbe derivata la morte della bambina. Secondo la Procura, la morte sarebbe stata l’esito finale di una lunga serie di violenze e maltrattamenti, non di un singolo episodio isolato.

Gli investigatori parlano di lesioni multiple e pregresse, fotografie e video che documenterebbero condizioni di maltrattamento, testimonianze delle sorelline maggiori e omissione di cure mediche nonostante il peggioramento evidente delle condizioni della bambina.

E già qui emerge un primo elemento psicologico molto importante.

Ciò che colpisce non è tanto l’eventuale esplosione di rabbia finale.

Molti omicidi familiari derivano da un litigio, da un momento di perdita di controllo.

Qui, se le accuse verranno confermate, sembrerebbe emergere qualcosa di diverso.

Una normalizzazione progressiva della violenza.

Perché quando una persona arriva a fotografare un bambino ferito, continuare la propria giornata, ignorare un dolore evidente e non chiedere aiuto, il problema non è più semplicemente la rabbia.

Il problema è che l’altro smette gradualmente di essere percepito come un soggetto sofferente da proteggere.

Ed è questo il punto psicologicamente più inquietante.

La violenza raramente esplode tutta insieme.

Più spesso cresce lentamente.

Una soglia che si abbassa. Un gesto che ieri sembrava inaccettabile e oggi viene minimizzato. Una punizione che diventa più dura. Una sofferenza che smette progressivamente di apparire urgente.

Finché accade qualcosa di irreversibile.

E qui entra un secondo elemento fondamentale.

Nelle dinamiche di maltrattamento infantile grave si osserva spesso un fenomeno che Albert Bandura chiamava moral disengagement, cioè disimpegno morale.

L’autore non si percepisce come “cattivo”.

Ristruttura cognitivamente ciò che sta facendo.

“Sta esagerando.”
“Fa sempre così.”
“Se l’è cercata.”
“È solo una punizione.”
“Non è così grave.”

La violenza diventa ordinaria.

La coscienza non scompare.

Viene anestetizzata.

Ed è importante capire questo passaggio, perché molte persone immaginano che chi compie atti del genere viva continuamente la percezione di stare facendo qualcosa di mostruoso.

In realtà spesso il sistema psicologico si adatta gradualmente all’inaccettabile.

Poi c’è un altro aspetto clinicamente molto rilevante: il ruolo del partner.

Perché quando c’è una sola figura violenta, talvolta l’altra può intervenire, opporsi, proteggere il bambino.

Nei casi più gravi invece si crea una sorta di sistema chiuso di legittimazione reciproca.

Uno agisce.

L’altro non ferma.

E l’assenza di opposizione viene vissuta come conferma implicita.

La violenza allora cresce dentro un ambiente dove non incontra più un limite morale reale.

Questo fenomeno è stato osservato in molti casi di maltrattamento infantile mortale.

Ma forse il punto più difficile da comprendere riguarda l’omissione di soccorso.

Molti osservatori si chiedono: “Come hanno potuto fare una cosa simile?”.

Ma spesso la domanda psicologicamente più dura è un’altra.

“Come hanno potuto non fare nulla dopo?”.

Perché nei casi di abuso cronico la morte del bambino è frequentemente preceduta da ore o giorni in cui le condizioni peggiorano visibilmente.

L’adulto vede.

Sa.

Eppure non interviene.

E questo suggerisce non solo aggressività, ma anche un profondo collasso dell’empatia e della funzione protettiva genitoriale.

Infine ci sono le sorelline.

Ed è importante ricordare che, dal punto di vista traumatico, le vittime non sono soltanto i bambini che subiscono direttamente le percosse.

Anche assistere alla violenza può produrre conseguenze profondissime:

PTSD, ipervigilanza, senso di colpa, alterazioni dell’attaccamento, convinzione di non essere degni di protezione.

Le testimonianze riportate indicano che le sorelle avrebbero assistito a parte delle violenze e avrebbero tentato di richiamare l’attenzione degli adulti.

Se questo venisse confermato, rappresenterebbe un elemento traumatico estremamente significativo.

E forse la riflessione clinica più importante è questa.

Negli ultimi anni siamo diventati molto bravi a riconoscere il trauma come origine della fragilità. E questo è importante. Ma a volte rischiamo di costruire una visione incompleta della patologia umana, quasi come se il dolore producesse automaticamente sensibilità, profondità o innocenza.

Non è sempre così.

La patologia umana non genera soltanto sofferenza passiva.

Può generare anche aggressività, sadismo, bisogno di dominio, assenza di empatia, desensibilizzazione alla sofferenza altrui.

Non tutte le persone traumatizzate diventano violente. Anzi, la maggior parte non lo diventa. Ma esistono configurazioni patologiche in cui la sofferenza non viene trasformata in comprensione dell’altro, bensì in controllo, rabbia o distruzione.

Ed è importante dirlo con chiarezza, perché altrimenti rischiamo di romanticizzare la sofferenza psicologica.

Alcune persone usano il proprio dolore per sviluppare sensibilità.

Altre imparano a convivere con il dolore degli altri senza percepirlo più davvero.

E nei casi più gravi, la sofferenza altrui smette progressivamente di avere peso morale.

Forse è proprio questo uno degli aspetti più inquietanti di vicende come questa.

E forse c’è anche un’ultima riflessione, ancora più scomoda.

Perché tendiamo a vivere questi casi come qualcosa di completamente estraneo alla società. Come se appartenessero a un mondo separato, distante, quasi “non umano”.

Ma la verità è che queste dinamiche, pur sviluppandosi in contesti profondamente patologici e non ordinari, non nascono fuori dalla società.

Nascono dentro di essa.

Dentro storie familiari, culturali, relazionali e psicologiche che la società stessa produce, tollera, ignora o non riesce a intercettare in tempo.

Ed è difficile accettarlo, perché ci costringe a rinunciare all’idea rassicurante che il male sia sempre qualcosa di totalmente alieno, immediatamente riconoscibile, confinato ai margini.

A volte invece la patologia cresce lentamente dentro ambienti apparentemente normali, nutrita da trascuratezza, violenza appresa, isolamento, degrado emotivo, incapacità relazionale e progressiva desensibilizzazione alla sofferenza.

E riconoscere questo è doloroso.

Perché significa ammettere che questi casi non sono “fuori” dalla società.

Sono una delle sue possibili degenerazioni patologiche.
(La Psicologia positiva- dott. Massimo Giusti)

𝐋𝐞 𝟐𝟏 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐀𝐬𝐬𝐞𝐦𝐛𝐥𝐞𝐚 𝐂𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐞𝐧𝐭𝐞Il 2 giugno 1946 l’Italia scelse la Repubblica, ma accadde anche qualcosa che avre...
02/06/2026

𝐋𝐞 𝟐𝟏 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐀𝐬𝐬𝐞𝐦𝐛𝐥𝐞𝐚 𝐂𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐞𝐧𝐭𝐞

Il 2 giugno 1946 l’Italia scelse la Repubblica, ma accadde anche qualcosa che avrebbe cambiato per sempre la storia civile del Paese: per la prima volta le donne votarono in una consultazione politica nazionale e, per la prima volta, entrarono in Parlamento. Erano 21 su 556 deputati dell’Assemblea Costituente. Poche, pochissime. Ma abbastanza per lasciare nella Carta repubblicana un segno concreto: uguaglianza, lavoro, famiglia, maternità, accesso alle cariche pubbliche, dignità giuridica delle donne.

Non furono figure ornamentali. Venivano dalla Resistenza, dall’insegnamento, dal sindacato, dall’associazionismo, dal giornalismo, dall’antifascismo, dall’impegno sociale. E portarono dentro la Costituzione una parte d’Italia che fino ad allora era stata esclusa dalla rappresentanza politica.

Adele Bei
Sindacalista e antifascista, subì carcere e confino durante il fascismo. Dopo la Costituente continuò a battersi per le lavoratrici, in particolare per le donne delle campagne e le tabacchine.

Bianca Bianchi
Insegnante, socialista, impegnata nella Resistenza. Alla Costituente intervenne soprattutto su scuola, pensioni e lavoro; in seguito si occupò di tutela dei figli nati fuori dal matrimonio e fondò la “Scuola d’Europa”.

Laura Bianchini
Insegnante e pubblicista cattolica, fu attiva nella Resistenza bresciana e milanese. Collaborò alla stampa clandestina, aiutò detenuti politici e famiglie ebree ricercate dai nazifascisti.

Elisabetta Conci
Trentina, democristiana, insegnante e dirigente politica. Alla Costituente lavorò sui temi delle autonomie locali e dell’Alto Adige; fu poi tra le promotrici dell’europeismo femminile.

Filomena Delli Castelli
Abruzzese, insegnante, crocerossina durante la Resistenza e figura organizzativa della Democrazia cristiana. Fu anche sindaca di Montesilvano e si occupò di scuola, infanzia e comunicazione culturale.

Maria De Unterrichter Jervolino
Pedagogista e dirigente cattolica, fu sottosegretaria alla Pubblica istruzione dal 1954 al 1958. Lavorò a lungo sull’educazione prescolare, sull’alfabetizzazione e sul metodo Montessori.

Maria Federici
Insegnante, giornalista, prima presidente del Centro Italiano Femminile. Nella Commissione dei 75 si occupò di famiglia, assistenza, lavoro femminile, infanzia, emigrazione e protezione sociale.

Nadia Gallico Spano
Antifascista nata a Tunisi, diresse i primi numeri di “Noi Donne” e partecipò alla fondazione dell’UDI. Si impegnò per l’infanzia, per le donne sarde e per i rapporti internazionali del PCI.

Angela Gotelli
Partigiana cattolica, crocerossina, mediatrice in scambi di ostaggi durante la guerra. Fu membro della Commissione dei 75, poi sottosegretaria alla Sanità e al Lavoro, e presidente dell’ONMI.

Angela Maria Guidi Cingolani
Tra le prime cattoliche impegnate per il suffragio femminile, studiò il lavoro delle donne nell’industria e nell’agricoltura. Nel 1951 divenne la prima donna della Repubblica a ricoprire un incarico di governo.

Nilde Iotti
Partigiana, comunista, componente della Commissione dei 75. Si batté per la parità tra i coniugi, per i diritti dei figli nati fuori dal matrimonio e fu poi la prima donna presidente della Camera.

Teresa Mattei
Partigiana, comunista, la più giovane eletta alla Costituente. Propose la mimosa come simbolo dell’8 marzo e si batté per il lavoro femminile, la tutela dell’infanzia e l’accesso delle donne alla magistratura.

Lina Merlin
Socialista, antifascista, confinata durante il regime. Nella Commissione dei 75 lavorò sulle garanzie economiche e sociali per la famiglia; il suo nome resta legato alla legge che abolì le case chiuse.

Angiola Minella
Insegnante, partigiana, comunista. Dopo la Costituente si dedicò alla sanità pubblica, alla tutela della maternità e dell’infanzia, agli asili nido e alla regolamentazione della raccolta e trasfusione del sangue.

Rita Montagnana
Operaia, dirigente comunista, organizzatrice della stampa e dei collegamenti clandestini antifascisti. Partecipò alla fondazione dell’UDI e lavorò per asili nido, sale materne e diritti delle lavoratrici.

Maria Nicotra
Crocerossina decorata con medaglia d’oro, attiva nell’associazionismo cattolico siciliano. Si occupò di lavoratrici madri, infanzia, assistenza sociale e, caso singolare, fu anche presidente del Siracusa calcio.

Teresa Noce
Operaia, sindacalista, antifascista, deportata nei campi nazisti. Nella Commissione dei 75 lavorò sui diritti economico-sociali e contribuì alle leggi per la tutela delle lavoratrici madri.

Ottavia Penna Buscemi
Eletta con il Fronte dell’Uomo Qualunque, fu l’unica donna candidata alla carica di Capo provvisorio dello Stato nel 1946. A Caltagirone fondò anche un’associazione di assistenza per ragazzi in difficoltà.

Elettra Pollastrini
Antifascista, arrestata dai tedeschi e deportata in Germania ai lavori forzati. Alla Costituente presentò interrogazioni su assistenza, beni pubblici, acqua e problemi locali del territorio reatino.

Maria Maddalena Rossi
Chimica, antifascista, confinata dal regime, poi redattrice clandestina de “l’Unità”. Si batté per l’uguaglianza tra i coniugi, l’accesso delle donne alla magistratura e presiedette l’UDI.

Vittoria Titomanlio
Insegnante elementare, dirigente dell’associazionismo cattolico e della Democrazia cristiana. Alla Costituente intervenne su autonomie regionali, Comuni e tutela della dignità delle persone nella stampa.

🇮🇹 2 giugno 1946 – 2 giugno 2026: 80 anni dal primo voto delle donne e dalla nascita della Repubblica ItalianaUna data c...
02/06/2026

🇮🇹 2 giugno 1946 – 2 giugno 2026: 80 anni dal primo voto delle donne e dalla nascita della Repubblica Italiana

Una data che ha segnato la storia del nostro Paese, quando milioni di donne parteciparono per la prima volta a una consultazione nazionale, contribuendo alla scelta della Repubblica e alla costruzione della democrazia italiana.

Buona Festa della Repubblica 🇮🇹⚘️

Nove. Sono le vittime del lavoro che abbiamo contato oggi. Cinque di venerdì 29 maggio, quattro dei giorni scorsi. A chi...
31/05/2026

Nove. Sono le vittime del lavoro che abbiamo contato oggi. Cinque di venerdì 29 maggio, quattro dei giorni scorsi. A chi diamo la precedenza? All’81enne ingaggiato in nero? Al 26enne che lavorava in violazione delle normative? All’operatrice sociosanitaria che ogni notte doveva prendersi cura di 33 anziani? All’ausiliario della viabilità vittima della distrazione altrui? All’ultimo burnout? A chi ha incontrato un pirata della strada? Le storie di oggi raccolgono il peggio del nostro Paese. Eccolo.

Giovedì 28 maggio una notizia di cronaca segnalava la morte in strada a Pineto (Teramo) di un 83enne vittima di un malore. Il giorno dopo il quadro è completamente cambiato. Pasquale P., 81enne di Atri (Teramo), è morto in un’azienda artigiana di installazione infissi, in via del Commercio a Scerne, frazione di Pineto, dove ogni giorno andava a lavorare in nero. La Procura di Teramo vuole capire se il malore è legato all’attività svolta. I carabinieri del Nucleo Ispettorato Lavoro hanno trovato un altro operaio in nero, motivo per cui è stata disposta la sospensione dell’operatività dell’azienda, il cui titolare figura momentaneamente all'estero.

Hossaini Sakil, 26enne del Bangladesh con residenza in Liguria, moglie in patria in attesa del primo figlio, è morto venerdì 29 maggio nell’ospedale Moscati di Avellino, dove era stato ricoverato domenica 24. Quella sera il lavoratore era impegnato a Lioni (Avellino) nelle verifiche operative sulle giostre montate per la festa di San Bernardino. Lavorando su un’altalena a barche era stato colpito alla testa e ricoverato in condizioni critiche. Diversamente da quanto accade di solito, tutta Lioni si è mobilitata in segno di solidarietà e per la sera del 29 era stata organizzata “Nessuno è invisibile”, fiaccolata e veglia di preghiera. Annullata quando da Avellino è arrivata la notizia della morte del giovane. Al gestore 52enne del luna park sono stati contestati l’omicidio colposo in violazione delle norme in materia di sicurezza del lavoro: mancata verifica della preparazione dei lavoratori, mancanza di misure di prevenzione, assenza di dpi, cui si aggiungono le irregolarità dei percorsi di accesso/uscita della giostra.
𝗔𝗚𝗚𝗜𝗢𝗥𝗡𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗢 𝟯𝟬/𝟱 - Il giorno dopo la morte di Hossain Sakil, in Bangladesh sua moglie ha dato alla luce una bambina. Lo ha comunicato un cugino a don Gelsomino Spatola, parroco di Lioni, che ha suggerito per la bimba il nome Fatima, condiviso dalla tradizione cristiana e islamica: «La bambina è come se fosse un po' figlia della nostra comunità. Non lasceremo sole la mamma e la piccola», ha detto il sacerdote a Il Mattino.

Una operatrice sociosanitaria trentenne è morta nella Piccola Casa del Rifugio di Milano, residenza sanitaria assistita per anziani, dove durante l’orario notturno doveva prendersi cura di 33 ospiti. Le notizie in proposito sono estremamente lacunose. Si sa, come riporta AssoCareNews, che la lavoratrice si è accasciata in corridoio durante il giro notturno delle 4 e che sono stati i pazienti allettati a cercare di attirare l’attenzione attaccandosi ai campanelli. Nella struttura però era presente solo un’altra oss, impegnata in un’altra ala con i suoi 33 pazienti, e quando alla fine è arrivata per la collega non c’era più nulla da fare.

Luca Spadoni, 52enne di Palombara Sabina (Roma, operatore sociosanitario nella struttura residenziale psichiatrica Colle Cesarano di Tivoli, si è spento mercoledì 27 maggio nell’ospedale Sant’Andrea di Roma. Vi era stato ricoverato domenica 24 a tarda ora, dopo essere caduto con la sua bici elettrica mentre tornava a casa dal lavoro. Erano circa le 22,30 e Spadoni era quasi giunto a casa. Il sospetto è che la caduta sia stata determinata da un pirata della strada.

Nando Curzio, 56enne di Castelnuovo Scrivia (Alessandria), ausiliario della viabilità alle dipendenze della sp****la Sacyr, che gestisce il tratto Torino-Piacenza della A21, è morto intorno alle 18 di venerdì 29 maggio mentre nei pressi del casello Alessandria Ovest segnalava agli automobilisti una coda per incidente. Il lavoratore è stato investito e ucciso da una Toyota Rav-4 che, a quanto riporta Repubblica, avrebbe preso la corsia di emergenza per superare la coda e uscire dal casello. Sabato mattina alle 11 è previsto un presidio di protesta dei lavoratori stradali al casello teatro dell’incidente.

Giuseppe Raiola, 32enne di Pompiano (Brescia), agente della Polizia Locale di Ospitaletto (Brescia), si è tolto la vita nel pomeriggio di venerdì 29 maggio sparandosi alla testa nei bagni del comando. Alla Poliambulanza di Brescia, dove è stato elitrasportato, i medici non hanno potuto fare nulla. L’agente era reduce da un periodo complicato, in cui era stato assegnato a servizi secondari, e solo da poco aveva ripreso in pieno le sue funzioni. Venerdì è stato accompagnato dal padre al lavoro perché aveva l’auto guasta. Al comando si è chiuso in bagno in lacrime mentre due colleghi cercavano di confortarlo dall’esterno. Poi lo sparo, lo sfondamento della porta e il trasporto a Brescia. Raiola aveva iniziato il lavoro nella polizia locale di un altro comune del Bresciano, Monte Isola, poi aveva ottenuto il trasferimento a Pompiano e, dopo un periodo a Travagliato, da un anno e mezzo era a Ospitaletto. Il fenomeno del burnout tra i lavoratori in divisa continua a essere una realtà ignorata.

Mara Giulioni, 47enne di Chiaravalle (Ancona), responsabile amministrativa del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali dell’Università Politecnica delle Marche, si è spenta martedì 26 nell’ospedale Torrette di Ancona, dove era stata ricoverata per un aneurisma cerebrale che l’aveva colpita mentre era al lavoro. Lascia il compagno e due figli, che hanno acconsentito alla donazione degli organi.

Dino Donato, settantenne di Martina Franca (Taranto), maestro in pensione e agricoltore, è stato trovato carbonizzato venerdì 29 maggio dai Vigili del Fuoco intervenuti per domare un incendio nelle campagne al confine con Ostuni. L’uomo è rimasto vittima delle fiamme che aveva probabilmente appiccato egli stesso per ripulire un terreno di proprietà.

Giampaolo Rossi, 48enne di Fonte (Treviso), è morto intorno alle 22,30 di giovedì 28 maggio mentre in macchina tornava a casa dalla Faber di Castelfranco Veneto (Treviso). A Villa d’Asolo durante un sorpasso la sua Opel Astra ha toccato l’auto che lo precedeva e si è ribaltata più volte, fino a schiantarsi contro un muro. Rossi, che lavorava anche come tecnico nelle ispezioni ai distributori di carburante, è morto sul posto. Lascia la compagna, con la quale stava per cambiare casa.



Maggio 2026: 104 morti (sul lavoro 82; in itinere 22; media giorno 3,6)

Anno 2026: 459 morti (sul lavoro 378; in itinere 81; media giorno 3,1)
Diff. 2025: + 35

69 Lombardia (sul lavoro 53 – in itinere 16)
49 Veneto (37 – 12)
40 Lazio (27 – 13)
39 Campania (37 – 2)
35 Piemonte (31 – 4); Sicilia (29 – 6)
34 Toscana (29 – 5)
31 Emilia Romagna (24 – 7)
29 Puglia (24 – 5)
13 Abruzzo (13 – 0); Marche (11 – 2)
12 Sardegna (9 – 3)
11 Estero (11 – 0); Calabria (10 – 1)
8 Friuli Venezia Giulia (5 – 3)
7 Umbria (6 – 1); Liguria (5 – 2)
5 Trentino, Alto Adige (5 – 0)
4 Basilicata (4 – 0)
2 Molise (2 - 0)

Aprile 2026: 105 morti (sul lavoro 89; in itinere 16; media giorno 3,5)
Marzo 2026: 99 morti (sul lavoro 84; in itinere 15; media giorno 3,2)
Febbraio 2026: 86 morti (sul lavoro 68; in itinere 18; media giorno 3,1)
Gennaio 2026: 66 morti (sul lavoro 56; in itinere 10; media giorno 2,1)
Nella foto: Maria Giulioni, morta sul lavoro a 47 anni

Le donne lasciano i mariti sul lastrico.È una frase sempre più diffusa, su cui forze politiche fanno propaganda e molti ...
31/05/2026

Le donne lasciano i mariti sul lastrico.

È una frase sempre più diffusa, su cui forze politiche fanno propaganda e molti uomini fondano un sentimento di ostilità nei confronti delle donne.

Ma cosa dicono veramente i numeri?

Dopo la separazione, le condizioni economiche peggiorano per il 50,9% delle donne e per il 40,1% degli uomini.

(Fonte: ISTAT, Focus "Condizioni di vita delle persone separate")

Il rischio di povertà dopo la separazione è:

- 24% per le donne
- 15,3% per gli uomini

(Fonte: ISTAT)

Un rapporto della Caritas ha descritto che la maggioranza di chi chiede aiuto dopo una separazione è donna: 53,5%.

(Fonte: Caritas)

Tutti gli uomini danno un mantenimento alla ex moglie…

Falso!

Solo nel 20,6% delle separazioni il giudice prevede un assegno mensile per l’ex coniuge.

(Fonte: ISTAT, Separazioni e divorzi in Italia)

Tuttavia quando è previsto un assegno di mantenimento per il 98% dei casi lo paga il marito alla moglie.
Come mai?

Perché il Giudice valuta in base al reddito più alto.
Quindi nel 98% dei casi l’uomo guadagna più della donna ed è per questo che deve versare un mantenimento.

In Italia gli uomini guadagnano in media 111 euro al giorno, le donne 82 euro.

(Fonte: INPS, Rendiconto 2024)

Dopo la nascita di un figlio:
- il tasso di occupazione dei padri è del 91,5%
- quello delle madri del 62,3%.

Fonte: Rome Business School, 2026; Eurostat)

Quando arriva un figlio chi è costretto a smettere di lavorare full time?

In Italia lavora part-time:
- il 37,3% delle madri
- il 4,8% dei padri

(Fonte: Eurostat, 2025)

Si chiama part-time involontario quando non hai modo di conciliare figli e lavoro e colpisce il 15,6% delle donne contro il 5,1% degli uomini

(Fonte: ISTAT, Il lavoro delle donne 2025)

La casa coniugale va sempre alle donne…

L'art. 337-sexies del Codice civile stabilisce che la casa familiare va assegnata tenendo conto dell'interesse dei figli minori.

La Corte di Cassazione ha confermato che va al genitore collocatario, indipendentemente da chi ne sia proprietario.

(Fonte: Cass. n. 11981/2013 e successive)

Se nel 69-75% dei casi la casa va alla madre, è perché nel 69-75% dei casi la madre è il genitore che spende più tempo nella cura dei figli, fa il part time per conciliare lavoro e figli, rinuncia a parte del proprio guadagno o alla propria carriera per i figli.

I padri separati soffrono?
Nessuno nega le difficoltà reali.

Secondo l'Eurispes, l'80% dei padri separati dichiara di non riuscire a vivere con quanto resta dopo aver pagato gli assegni.

(Fonte: Eurispes, 2023)*

Ma attenzione:

- Il 75% dei padri non è in regola con il pagamento degli assegno

E il dato circolato ovunque sui 200 suicidi l'anno di padri separati?

Non esiste nessuna fonte che lo confermi.
L'ISTAT ha affermato di NON aver MAI rilevato quel dato.

Allora qual è il vero problema?

Il divorzio non crea la disuguaglianza economica tra uomini e donne.
Ne prende atto.

Le donne arrivano alla separazione con:
- carriere più frammentate
- redditi più bassi
- meno contributi pensionistici

Il mantenimento e l'assegnazione della casa seguono dunque questa diseguaglianza.

I Giudici sono costretti a correggere squilibri che la società ha prodotto prima del divorzio.

Vi è mai venuto in mente che il problema siano le diseguaglianze a monte?

Se ci fossero sufficienti asili nido e le donne non dove scegliere fra lavoro e figli.
Se le donne avessero lo stesso potere economico degli uomini, non ci sarebbe nessuno che deve qualcosa a qualcun altro.

IL CASO PIEROBON: IL PROCESSO CHE CAMBIO' LA STORIA DELL'ABORTO IN ITALIA «Mi chiamo Gigliola Pierobon, molti mi conosco...
30/05/2026

IL CASO PIEROBON: IL PROCESSO CHE CAMBIO' LA STORIA DELL'ABORTO IN ITALIA

«Mi chiamo Gigliola Pierobon, molti mi conoscono come la ragazza che ha abortito e che nel giugno del 1973 è stata giudicata dal tribunale di Padova. La mia storia è diventata di dominio pubblico. La mia storia è nota come "il caso Pierobon"».

Nata nel 1950 in una famiglia di agricoltori di San Martino di Lupari, in provincia di Padova, Gigliola si trovò ad affrontare una realtà drammatica nel 1967.

A soli 17 anni rimase incinta di un compaesano di 27 anni che, appresa la notizia, la abbandonò immediatamente.

Rimasta sola, giovanissima e terrorizzata dalla reazione dei genitori, Gigliola prese la sofferta, ma inevitabile decisione di non portare a termine la gravidanza.

Nell'Italia di fine anni Sessanta, l’accesso alle pratiche abortive dipendeva interamente dal censo.

Le donne benestanti potevano permettersi interventi costosi, ma sicuri, in cliniche private italiane o estere.

Al contrario, le donne povere erano costrette a mettere a rischio la propria vita affidandosi alle "mammane" o "praticone".

Fu la strada che dovette percorrere anche Gigliola: una mattina di agosto, con 3.000 lire in tasca, si recò a Padova, nell'abitazione di una praticona.

L'intervento, eseguito clandestinamente con maglie di ferro e sonde rudimentali, le causò una grave infezione.

Per paura di essere denunciata, la ragazza si curò in casa, rischiando la vita.

Fortunatamente riuscì a sopravvivere senza conseguenze permanenti e il medico che la visitò in seguito scelse di non denunciarla alle autorità, lasciando che la vicenda rimanesse un segreto di famiglia.

Negli anni successivi, la vita di Gigliola proseguì tra mille difficoltà: si sposò a 18 anni, a 19 subì un ricovero di qualche mese per un esaurimento nervoso, divenne madre di una bambina e in seguito si separò dal marito.

Il passato, tuttavia, tornò a cercarla nel 1970.

Durante un'indagine giudiziaria, una persona la indicò come «colei che possiede l‘indirizzo di una donna che pratica aborti a Padova».

Interrogata dalle autorità, Gigliola confessò l'interruzione di gravidanza, avvenuta tre anni prima.

L'incriminazione ebbe effetti immediati e devastanti sulla sua vita: p***e il lavoro con cui manteneva se stessa e la figlia.

Il processo iniziò il 5 giugno 1973 presso il tribunale di Padova.

Gigliola aveva 23 anni e veniva giudicata per un reato commesso quando era ancora minorenne.

Quello che avrebbe potuto essere un processo clandestino e silenzioso come tanti altri si trasformò in una storica battaglia ideologica, grazie all'avvocata Bianca Guidetti Serra, che scelse di dimostrare come la vicenda della sua assistita rispecchiasse la drammatica realtà vissuta ogni anno da migliaia di donne italiane.

Il clima in cui si svolse il dibattimento era teso, influenzato anche da cruciali eventi internazionali.

L'anno precedente, in Francia, il processo alla sedicenne Marie–Claire Chevalier e a sua madre aveva acceso il dibattito d'Oltralpe; negli Stati Uniti, proprio nel 1973, la Corte Suprema si era pronunciata sul celebre caso "Roe contro Wade".

In Italia, invece, era ancora in vigore il Codice penale di epoca fascista (il Codice Rocco), che puniva l'ab**to con il carcere (fino al 1943 era prevista persino la pena di morte).

Il tribunale cercò di isolare il caso e di chiuderlo rapidamente in appena tre giorni, negando l'ammissione di testimoni e respingendo la richiesta della difesa di riconsiderare la perizia ginecologica, eseguita ben quattro anni dopo l'ab**to e giudicata dai legali inutile e antiscientifica.

Di fatto, l'unica prova del "crimine" restava la confessione della ragazza.

Anche fuori dall'aula la tensione era altissima: pochi mesi prima, a Roma, un incontro sulla condizione femminile, a cui avevano partecipato la madre di Marie-Claire e Simone de Beauvoir, era finito in rissa.

Il processo a Gigliola si concentrò così unicamente sulla fase accusatoria, in cui il corpo e la dignità della giovane vennero profondamente umiliati.

Come evidenziato dalla storica Lorenza Perini, il "caso Pierobon" mostrò l'impreparazione di una società incapace di riconoscere ciò che accadeva quotidianamente fuori dai palazzi di giustizia.

Il 7 giugno 1973 il processo si concluse con una sentenza di "perdono giudiziale".

Il giudice motivò la clemenza con il fatto che Gigliola si fosse successivamente sposata e avesse avuto un'altra bambina, non abortita: la ragazza evitò il carcere solo per essere rientrata nel ruolo tradizionale di madre di famiglia imposto dalla società.

Nonostante l'esito formale fosse una sconfitta per la difesa - l'articolo 546 del Codice penale non venne modificato se non nel 1978, dopo un lungo iter parlamentare iniziato proprio allora - fu la stessa Gigliola a decidere di trasformare la sua vicenda in un caso politico per scuotere l'opinione pubblica:

«Voglio allargare il mio caso a tutte le donne, trasformare la mia condizione soggettiva per ritrovare il comune della nostra condizione. Insieme alle compagne del gruppo abbiamo deciso di fare del mio caso un processo politico. Non sono la sola ad aver subito tale violenza. Questo è un affare privato che è diventato un processo pubblico contro noi tutte».

La risposta della società civile fu senza precedenti.

Centinaia di donne scesero in piazza distribuendo volantini dal titolo: “La Costituzione non vale forse per le donne?”, rivendicando il "diritto di libera procreazione" come naturale estensione del diritto di voto ottenuto nel 1946.

I manifesti per l'ab**to libero e gratuito invasero le città.

Il 5 giugno, davanti al tribunale di Padova, si radunò una folla di sostenitori; in serata, un gruppo di attivisti di estrema destra legati ad Avanguardia Nazionale aggredì e minacciò le manifestanti con delle cinture, e solo l'intervento dei carabinieri evitò il peggio.

Quella mobilitazione è considerata da Lorenza Perini come la «prima vera azione organizzata del femminismo in Italia».

Il processo aprì una breccia nel muro del silenzio: cronache dell'epoca raccontano di casalinghe che, pur non leggendo abitualmente i giornali, scendevano in piazza per informarsi, accettare volantini e manifestare.

L'onda d'urto del "caso Pierobon" accelerò il cambiamento sociale.

Nel settembre del 1973 nacque a Milano il CISA (Centro d’Informazione sulla Sterilizzazione e sull’Aborto), coordinato dalle leader radicali Adele Faccio ed Emma Bonino e federato al Partito Radicale.

Finanziato da donazioni e gestito da medici e volontari, il CISA organizzò per anni viaggi sicuri verso cliniche in Inghilterra e Olanda, dove l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) era legale.

La reazione dello Stato non si fece attendere: nel gennaio 1975 le forze dell'ordine arrestarono Giorgio Conciani, il ginecologo che dirigeva un ambulatorio fiorentino legato al CISA, insieme a tutte le donne presenti in sala d'attesa.

Successivamente vennero arrestati Adele Faccio, il segretario radicale Gianfranco Spadaccia e altri attivisti, con l'accusa di associazione a delinquere e procurato ab**to.

Per reazione, numerosi esponenti politici - tra cui la stessa Emma Bonino - si autodenunciarono pubblicamente per solidarietà.

Il clima era ormai irreversibilmente mutato e portò alla svolta storica del 18 febbraio 1975.

Con la sentenza n. 27, la Corte Costituzionale dichiarò l’illegittimità parziale dell’articolo 546 del Codice Rocco, sancendo la non punibilità dell’ab**to terapeutico qualora fosse accertata la pericolosità della gravidanza per la salute fisica o psichica della madre.

Era l'inizio del percorso giuridico che avrebbe condotto, tre anni più tardi, alla legalizzazione dell'IVG in Italia.

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