03/06/2026
La piccola Beatrice, 2 anni, è stata trovata morta il 9 febbraio 2026 a Bordighera. Le indagini hanno portato all’arresto della madre e del compagno della donna con l’accusa di maltrattamenti aggravati dai quali sarebbe derivata la morte della bambina. Secondo la Procura, la morte sarebbe stata l’esito finale di una lunga serie di violenze e maltrattamenti, non di un singolo episodio isolato.
Gli investigatori parlano di lesioni multiple e pregresse, fotografie e video che documenterebbero condizioni di maltrattamento, testimonianze delle sorelline maggiori e omissione di cure mediche nonostante il peggioramento evidente delle condizioni della bambina.
E già qui emerge un primo elemento psicologico molto importante.
Ciò che colpisce non è tanto l’eventuale esplosione di rabbia finale.
Molti omicidi familiari derivano da un litigio, da un momento di perdita di controllo.
Qui, se le accuse verranno confermate, sembrerebbe emergere qualcosa di diverso.
Una normalizzazione progressiva della violenza.
Perché quando una persona arriva a fotografare un bambino ferito, continuare la propria giornata, ignorare un dolore evidente e non chiedere aiuto, il problema non è più semplicemente la rabbia.
Il problema è che l’altro smette gradualmente di essere percepito come un soggetto sofferente da proteggere.
Ed è questo il punto psicologicamente più inquietante.
La violenza raramente esplode tutta insieme.
Più spesso cresce lentamente.
Una soglia che si abbassa. Un gesto che ieri sembrava inaccettabile e oggi viene minimizzato. Una punizione che diventa più dura. Una sofferenza che smette progressivamente di apparire urgente.
Finché accade qualcosa di irreversibile.
E qui entra un secondo elemento fondamentale.
Nelle dinamiche di maltrattamento infantile grave si osserva spesso un fenomeno che Albert Bandura chiamava moral disengagement, cioè disimpegno morale.
L’autore non si percepisce come “cattivo”.
Ristruttura cognitivamente ciò che sta facendo.
“Sta esagerando.”
“Fa sempre così.”
“Se l’è cercata.”
“È solo una punizione.”
“Non è così grave.”
La violenza diventa ordinaria.
La coscienza non scompare.
Viene anestetizzata.
Ed è importante capire questo passaggio, perché molte persone immaginano che chi compie atti del genere viva continuamente la percezione di stare facendo qualcosa di mostruoso.
In realtà spesso il sistema psicologico si adatta gradualmente all’inaccettabile.
Poi c’è un altro aspetto clinicamente molto rilevante: il ruolo del partner.
Perché quando c’è una sola figura violenta, talvolta l’altra può intervenire, opporsi, proteggere il bambino.
Nei casi più gravi invece si crea una sorta di sistema chiuso di legittimazione reciproca.
Uno agisce.
L’altro non ferma.
E l’assenza di opposizione viene vissuta come conferma implicita.
La violenza allora cresce dentro un ambiente dove non incontra più un limite morale reale.
Questo fenomeno è stato osservato in molti casi di maltrattamento infantile mortale.
Ma forse il punto più difficile da comprendere riguarda l’omissione di soccorso.
Molti osservatori si chiedono: “Come hanno potuto fare una cosa simile?”.
Ma spesso la domanda psicologicamente più dura è un’altra.
“Come hanno potuto non fare nulla dopo?”.
Perché nei casi di abuso cronico la morte del bambino è frequentemente preceduta da ore o giorni in cui le condizioni peggiorano visibilmente.
L’adulto vede.
Sa.
Eppure non interviene.
E questo suggerisce non solo aggressività, ma anche un profondo collasso dell’empatia e della funzione protettiva genitoriale.
Infine ci sono le sorelline.
Ed è importante ricordare che, dal punto di vista traumatico, le vittime non sono soltanto i bambini che subiscono direttamente le percosse.
Anche assistere alla violenza può produrre conseguenze profondissime:
PTSD, ipervigilanza, senso di colpa, alterazioni dell’attaccamento, convinzione di non essere degni di protezione.
Le testimonianze riportate indicano che le sorelle avrebbero assistito a parte delle violenze e avrebbero tentato di richiamare l’attenzione degli adulti.
Se questo venisse confermato, rappresenterebbe un elemento traumatico estremamente significativo.
E forse la riflessione clinica più importante è questa.
Negli ultimi anni siamo diventati molto bravi a riconoscere il trauma come origine della fragilità. E questo è importante. Ma a volte rischiamo di costruire una visione incompleta della patologia umana, quasi come se il dolore producesse automaticamente sensibilità, profondità o innocenza.
Non è sempre così.
La patologia umana non genera soltanto sofferenza passiva.
Può generare anche aggressività, sadismo, bisogno di dominio, assenza di empatia, desensibilizzazione alla sofferenza altrui.
Non tutte le persone traumatizzate diventano violente. Anzi, la maggior parte non lo diventa. Ma esistono configurazioni patologiche in cui la sofferenza non viene trasformata in comprensione dell’altro, bensì in controllo, rabbia o distruzione.
Ed è importante dirlo con chiarezza, perché altrimenti rischiamo di romanticizzare la sofferenza psicologica.
Alcune persone usano il proprio dolore per sviluppare sensibilità.
Altre imparano a convivere con il dolore degli altri senza percepirlo più davvero.
E nei casi più gravi, la sofferenza altrui smette progressivamente di avere peso morale.
Forse è proprio questo uno degli aspetti più inquietanti di vicende come questa.
E forse c’è anche un’ultima riflessione, ancora più scomoda.
Perché tendiamo a vivere questi casi come qualcosa di completamente estraneo alla società. Come se appartenessero a un mondo separato, distante, quasi “non umano”.
Ma la verità è che queste dinamiche, pur sviluppandosi in contesti profondamente patologici e non ordinari, non nascono fuori dalla società.
Nascono dentro di essa.
Dentro storie familiari, culturali, relazionali e psicologiche che la società stessa produce, tollera, ignora o non riesce a intercettare in tempo.
Ed è difficile accettarlo, perché ci costringe a rinunciare all’idea rassicurante che il male sia sempre qualcosa di totalmente alieno, immediatamente riconoscibile, confinato ai margini.
A volte invece la patologia cresce lentamente dentro ambienti apparentemente normali, nutrita da trascuratezza, violenza appresa, isolamento, degrado emotivo, incapacità relazionale e progressiva desensibilizzazione alla sofferenza.
E riconoscere questo è doloroso.
Perché significa ammettere che questi casi non sono “fuori” dalla società.
Sono una delle sue possibili degenerazioni patologiche.
(La Psicologia positiva- dott. Massimo Giusti)