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13/04/2026

Una lucidissima analisi del Procuratore capo di Napoli Nord. Magistrato straordinario e persona di grande cultura, tratta dal profilo dell'Avv. Gennaro Iannotti.

Questo referendum non sarà un tornante banale; molto potrà cambiare, dentro e fuori la magistratura.
Ma, intanto, molto è già cambiato.
Il clima referendario ha innanzitutto reso evidente quello che le rilevazioni sociologiche davano già per acquisito, e cioè che nel corpo sociale è venuta ridimensionandosi progressivamente la cifra di autorevolezza della magistratura, percepita sempre più come un soggetto non più super partes ma portatore di una propria visione politica, con le conseguenze, in termini di contrazione dell’indice di affidabilità, oramai a tutti note.
La battaglia referendaria si è incentrata non tanto sulle questioni oggetto della riforma, quanto sul ruolo stesso della magistratura e sul rapporto fra quest’ultima e gli altri poteri, con ciò confermando di per sé un dato anomalo, e cioè l’oggettiva sovraesposizione del potere giudiziario, avvertito, a torto o a ragione, come protagonista della scena politica.
Non è un caso se questo referendum ha assunto una portata socialmente divisiva che rievoca altri che hanno segnato la storia del nostro Paese.
L’avere, inoltre, accettato, da parte della magistratura, specialmente quella associata, di trattare i temi della riforma non tanto per il testo quanto per il contesto, ha finito per ratificare la collocazione della magistratura su un terreno sempre più estraneo alla sua costitutiva dimensione di interprete equanime della norma.
Anche il registro comunicativo ed i toni usati non si sono differenziati da quelli utilizzati dagli altri attori partitici.
E non vi è dubbio che, al di là delle buone intenzioni dei tanti che si sono spesi nell’agone referendario, gli accenti ultimativi, quasi apocalittici, della chiamata a raccolta, sono apparsi più come la strenua conservazione di una posizione di potere che come la difesa autentica di un assetto costituzionale (che peraltro la stessa magistratura aveva contribuito a cambiare, basti pensare al principio del giusto processo).
Comunque vada il referendum, ci sarà pertanto da ricostruire.
In primo luogo, ci sarà da ricostruire un rapporto con tutta quella parte del corpo sociale che, al di là delle invettive e degli anatemi, delle squalifiche etiche e delle sbrigative denigrazioni, rappresenta comunque una buona fetta di destinatari della risposta di giustizia. E che se avranno votato per la riforma, è ben possibile che lo avranno fatto non solo per disciplina di partito o per soggezione a vincoli di affiliazione. Ma per ben più serie ragioni.
Ci sarà da ricostruire (o meglio, da recidere) anche il rapporto con coloro che avendo guidato la battaglia contro la riforma, si aspetteranno magari di ricevere in cambio un sostegno dalla magistratura in un conflitto ben più impegnativo, quello cioè contro un governo da disarcionare.
Ci sarà da ricostruire il rapporto anche con i non pochi magistrati che, senza esporsi, confidavano nell’approvazione della riforma, come occasione per una scossa interna, come speranza di cambiamento (peraltro, già pronunciandosi in tal senso in un referendum indetto dalla magistratura associata).
Ci sarà, in definitiva, da ricostruire e tanto, quando, ad urne chiuse, riemergeranno, in tutta la loro drammaticità, le criticità che affliggono una risposta di giustizia avvertita, e non da adesso, come inadeguata e terribilmente distante dal comune sentire. E non solo per carenza di risorse materiali, quanto soprattutto per una eclissi morale.
E sia che sarà passata la riforma, sia che sarà stata bocciata, non vi è dubbio che sarà la magistratura a pagare il conto più salato e dovrà necessariamente prendere atto della ineludibilità di un’inversione di rotta.
Non basteranno rimedi approssimativi nè mozioni congressuali.
Occorrerà attingere alle ragioni più profonde del rendere giustizia, riscoprire il senso del limite, riassumere un respiro istituzionale, abbandonare malintesi atteggiamenti elitari, rimettere al centro la persona e i suoi diritti.
Se in questo la magistratura avrà coraggio, ne guadagnerà in stima e prestigio.
Potrà svolgere il suo insostituibile ruolo di tutore delle regole, senza apparire come usurpatore di poteri altrui.
E se lo farà non vergognandosi dell’inevitabile imperfezione dell’umano, avrà sicuramente il sostegno che si accompagna ad ogni sacrificio disinteressato.
Non è semplice la risalita.
E non è piacevole ritrovarsi fra le macerie.
Abbiamo però un patrimonio cui attingere, di ideali e di esempi.
È tempo di onorarlo.
Domenico Airoma

12/04/2026

Fai attenzione 🔷️
quando incontri una persona gentile.
Non è debolezza.
È qualcuno che ha visto l'ingiustizia e adesso non vuole aggiungerne altra.
Fai attenzione
quando incontri una persona umile.
Non è fragilità
Sii attento
quando incontri chi sa ascoltare.
Non è silenzio.
È rispetto.
In un mondo che sputa sentenze e condanne
prima ancora di conoscere i fatti,
Le persone gentili
sono già dalla parte giusta.
Non fanno notizia.
Ma fanno giustizia.

in Giustizia 🔹

11/03/2026
05/03/2026

La terzietà del giudice vuol dire estraneità rispetto al rapporto processuale tra accusa e difesa. Nel diritto i terzi sono gli estranei. La riforma dà ulteriore attuazione a questo principio. Un giudice non può essere veramente estraneo se la sua carriera è definita da un organo, il Csm, in cu...

05/03/2026

Dal profilo di Maria Giacobazzi

05/03/2026

⚖️𝐑𝐞𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐝𝐮𝐦 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐭𝐢𝐳𝐢𝐚: 𝐂𝐨𝐧𝐬𝐞𝐫𝐯𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐯𝐞𝐫𝐬𝐮𝐬 𝐑𝐢𝐯𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐫𝐢 ⚖️

Il dibattito sulla giustizia è arrivato a un bivio fondamentale. Non è più solo una questione di codici, commi e sentenze, ma uno scontro tra due visioni dell'Italia.

🟥 I CONSERVATORI (Il fronte del NO)

Si muovono nel solco di un rigoroso "approccio prudenziale". Difendono l’architettura dei padri costituenti non perché funzioni davvero, ma perché temono che qualsiasi modifica apra la strada a derive peggiori. La loro è una paura del futuro: preferiscono un sistema arrugginito e malfunzionante piuttosto che un’innovazione dagli esiti imprevedibili.

🟩 I RIVOLUZIONARI (Il fronte del SÌ)

Hanno un approccio pragmatico e radicale. Partono da un presupposto di realtà: il sistema attuale è già crollato sotto il peso del correntismo, dell’impunità e degli scandali. Non accettano di restare prigionieri di un "danno certo" per paura di un "rischio ipotetico". Per loro, il sorteggio e la separazione delle carriere sono gli strumenti necessari per una tabula rasa: una rivoluzione per liberare la magistratura dalle sue stesse catene e ridare dignità all'Istituzione e ai cittadini.

Spesso le ragioni della conservazione sanno di "scusa": si usano scenari ipotetici per bloccare cambiamenti necessari. Ma un’architettura dello Stato può dirsi ancora solida se, per paura di ristrutturarla, la si lascia crollare addosso a chi la abita?

Siamo disposti a rischiare il nuovo per uscire da un pantano corporativistico, o preferiamo la certezza di un sistema che non risponde più alla sua missione?

Alle urne l’ardua sentenza

In Giustizia

21/02/2026

Referendum giustizia il 22 marzo: perché i paesi più avanzati al mondo hanno già la separazione delle carriere?

Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani sono chiamati a votare uno dei referendum costituzionali più importanti degli ultimi decenni.

Il quesito riguarda la separazione delle carriere dei magistrati: bisogna decidere se giudici e pubblici ministeri debbano seguire percorsi professionali distinti, senza poter passare dall'uno all'altro ruolo. Chi vota Sì approva la riforma costituzionale già approvata dal Parlamento. Chi vota No la blocca. Non c'è quorum: ogni voto conta direttamente.

L'immagine che circola sui social in questi giorni, e che ha fatto discutere migliaia di persone, mostra due colonne affiancate. A sinistra ci sono i paesi con la separazione delle carriere: Germania, Stati Uniti, Regno Unito, Spagna, Portogallo, Paesi Bassi, Austria, Svezia, Danimarca, Finlandia, Irlanda, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Giappone. A destra ci sono i paesi con un sistema simile all'Italia, detto a Ordine Unico: Romania, Bulgaria, Albania, Moldavia, Serbia, Montenegro, Macedonia del Nord, Kosovo, Armenia, Turchia, Georgia, Ucraina, Bosnia-Erzegovina.

Il messaggio è potente e immediato: con il Sì, l'Italia entra nel gruppo dei paesi più sviluppati al mondo. Con il No, resta nel gruppo con gli stati dell'Europa orientale e dei Balcani.

Detto questo, entriamo nel merito. Perché la separazione delle carriere è una buona idea?

Oggi in Italia chi supera il concorso in magistratura sceglie se fare il giudice o il pubblico ministero, ma può cambiare funzione fino a 4 volte nel corso della carriera. Questo significa che un magistrato può aver fatto l'accusa per anni, poi diventare giudice nello stesso tribunale dove lavorano i suoi ex colleghi pm. Può poi tornare a fare il pm, e così via. Questa possibilità crea un problema concreto e serio: il giudice che decide una causa ha spesso frequentato gli stessi ambienti, gli stessi corsi di aggiornamento, le stesse associazioni dei pubblici ministeri che gli siedono di fronte in aula. Condividono interessi di carriera, spesso le stesse correnti interne alla magistratura, gli stessi giudizi su chi merita avanzare e chi no.

L'articolo 111 della Costituzione garantisce il diritto al giusto processo, e afferma che ogni processo si svolge nel contraddittorio tra accusa e difesa, davanti a un giudice terzo e imparziale. Ma come può un giudice essere davvero imparziale se la sua carriera dipende dallo stesso organo - il CSM, il Consiglio Superiore della Magistratura - che governa anche la carriera del pm che gli siede di fronte? La risposta è semplice: non può esserlo pienamente, almeno non nella percezione del cittadino comune che entra in un'aula di tribunale.

La riforma introduce 2 novità fondamentali.

La prima è la separazione formale delle carriere: giudici e pm avranno percorsi distinti fin dall'inizio, con due CSM separati e nessuna possibilità di passare dall'una all'altra funzione. La seconda è l'istituzione di un'Alta Corte disciplinare autonoma, che giudicherà i magistrati che commettono illeciti. Oggi questa funzione spetta allo stesso CSM che gestisce le carriere: chi giudica un magistrato è spesso lo stesso organo che in futuro potrebbe promuoverlo o penalizzarlo. Un sistema che, per definizione, non garantisce la terzietà del giudice disciplinare.

Guardando all'estero, il quadro è chiaro. Nei paesi di common law come Stati Uniti, Regno Unito, Australia e Canada, il pubblico ministero è storicamente una figura distinta dal giudice, con percorsi formativi separati fin dagli studi universitari. In Germania, il sistema distingue nettamente le due funzioni e le due carriere. In Spagna e in Portogallo, la separazione è strutturale. Questi non sono paesi qualsiasi: sono le democrazie più mature, con sistemi giudiziari tra i più rispettati al mondo per efficienza, imparzialità e fiducia dei cittadini.

L'Italia, invece, si trova in compagnia di paesi che stanno ancora costruendo le proprie istituzioni democratiche. Non è un giudizio su quei paesi: è la fotografia di dove si trova il nostro sistema in questo preciso momento storico.

C'è un ulteriore vantaggio che spesso non viene citato abbastanza: la specializzazione.

Un magistrato che sa fin dall'inizio di fare il giudice si specializza nel giudicare. Uno che sa di fare il pm si specializza nell'indagare e nell'accusa. Oggi invece entrambi fanno un po' di tutto, con il rischio che nessuno dei due raggiunga il livello di competenza che un sistema giudiziario moderno richiede. La separazione delle carriere è anche una scelta di qualità professionale, prima ancora che di principio.

Va citato anche l'aspetto della correnti interne alla magistratura, che la riforma prova ad affrontare introducendo il sorteggio per la composizione degli organi di autogoverno. Le correnti - gruppi interni alla magistratura con visioni politiche e culturali diverse - hanno spesso pesato più del merito…

È un post di Wonder Channel

20/02/2026

L’AVVOCATO
“Molte Professioni possono farsi col cervello e non col cuore.
Ma l’avvocato no. L’avvocato non può essere un puro logico né un ironico scettico, l’avvocato deve essere prima di tutto un cuore: un altruista, uno che sappia comprendere gli uomini e farli vivere in sé, assumere su di se i loro dolori e sentire come sue le loro ambascie.
L’avvocatura è una professione di comprensione, di dedizione, di ca**tà.
Non credete agli avvocati quando, nei momenti di sconforto, vi dicono che al mondo non c’è giustizia. In fondo al loro cuore sono convinti che è vero il contrario, che deve per forza essere vero il contrario: perché sanno dalla loro quotidiana esperienza delle miserie umane, che tutti gli afflitti sperano nella giustizia, che tutti ne sono assetati: e che tutti vedono nella toga il vigile simbolo di questa speranza...
Per questo amiamo la nostra toga: per questo vorremmo che, quando il giorno verrà, sulla nostra bara sia posto questo cencio nero: al quale siamo affezionati perché sappiamo che esso ha servito a riasciugare qualche lacrima, a risollevare qualche fronte, a reprimere qualche sopruso: e soprattutto a ravvivare nei cuori umani la fede, senza la quale la vita non merita di essere vissuta, nella vincente giustizia.
Beati coloro che soffrono per causa di giustizia...ma guai a coloro che fanno soffrire con atto di ingiustizia! E, notate, di qualunque specie e grado di ingiustizia: perché accogliere una raccomandazione o una segnalazione, favorire particolarmente un amico a danno di un estraneo o di uno sconosciuto, usare un metro diverso nella valutazione del comportamento, o delle abitudini, o delle necessità degli uomini, è pur questo ingiustizia, e pur questo offesa al prossimo, è pur questo ribellione al comando divino.”
Piero Calamandrei ❤

Indirizzo

Via Marittima, 188, Frosinone FR
Frosinone
03100

Orario di apertura

Lunedì 16:00 - 19:30
Martedì 16:00 - 19:30
Mercoledì 16:00 - 19:30
Giovedì 16:00 - 19:30
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Telefono

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